Around the Rockets: Yin e Yang

November 17, 2019

 

 

L’estate dei Rockets è stata a dir poco movimentata.

 

Dapprima si parlava degli screzi tra Harden e Paul; poi del mancato accordo sull’estensione contrattuale di Mike D’Antoni; a luglio è arrivata la blockbuster trade tra Westbrook e, manco a dirlo, CP3; e infine a mettere ancora più pepe sulla post season dei Razzi, l’incredibile tumulto causato dal tweet del GM Daryl Morey in supporto della lotta per la democrazia ad Hong Kong, che ha scosso nelle fondamenta il rapporto della Lega con il suo mercato più redditizio e, “nel suo piccolo”, ha messo in bilico proprio la posizione di Morey.

 

Inutile dire che l’inizio della Regular Season è stato accolto come una manna dal cielo dai tifosi e dalla franchigia stessa, ansiosi che si tornasse a parlare di pallacanestro giocata. Le prime partite, però, non sono state tutte rose e fiori. Anzi. L’umiliazione subita contro Miami (129-100, con il primo quarto chiuso 46-14) ha pochi precedenti, non solo nella storia della squadra, ma della Lega stessa. Da lì in poi però i Rockets sono ritornati in carreggiata, hanno inanellato 7 vittorie consecutive e ora si trovano al secondo posto della Western Conference.

 

La pesantissima sconfitta contro gli Heat - dai più maliziosi attribuibile anche alle tentazioni offerte dalla vivace vita notturna di Miami Beach - a posteriori potrebbe aver rappresentato già il primo punto di svolta stagionale. È inevitabile che una prestazione simile generi un confronto tra staff tecnico e giocatori. Nel post-partita Mike D’Antoni ha usato parole che potrebbero suonare inquietanti, ma che forse avevano come fine principale quello di scuotere la squadra.

 

“Siamo stati soft. A un certo punto devi tirare fuori gli artigli. Un po’ come l’anno scorso, non siamo stati abbastanza 'tigri' là fuori. Non stiamo giocando duro come dovremmo, soprattutto in difesa”.

 

Dopo queste parole sono arrivate 7 vittorie in altrettante partite. La scossa che D’Antoni voleva, è arrivata. Ma più che soffermarmi sull’aspetto psicologico/emotivo, ritengo interessante approfondire i risvolti tecnico/statistici. Prima ho parlato di svolta. Ebbene, di svolta si può parlare anche guardando meramente ai numeri. Senza dubbio un campione statistico di 7 partite è insufficiente per trarre delle conclusioni definitive; tuttavia, possono essere estrapolati degli spunti interessanti.

 

Dopo le prime 6 partite i Rockets erano penultimi per Defensive Rating (115.9), primi per Offensive Rating (115.0) e primi per pace, con 109.2 possessi giocati per 48 minuti. Un cambio radicale rispetto alla passata stagione, guardando alla metà campo offensiva.

 

Nel 2017/19  Houston era 27esima per pace. Ed è indubbio che questa rivoluzione abbia un nome e un cognome: Russell Westbrook. Brodie è arrivato in Texas col piede schiacciato sull’acceleratore, come al solito, e la squadra ha seguito l’esempio, inerme. Questo cambio non riflette per forza un’aumentata enfasi per il gioco in transizione. Una particolare statistica, infatti, lo dimostra: un possesso dei ragazzi di D’Antoni dopo canestro subito dura mediamente 14.3 secondi, uno in meno rispetto a tutte le altre 29 compagini della Lega. 

 

 

 

  

Un gioco così, se non eseguito alla perfezione, una filosofia tale, se non viene fatta propria da tutti gli elementi, può essere altamente controproduttiva. Lo dimostrano le statistiche difensive, le percentuali effettive dal campo e la percentuale di palle perse. Tutti numeri peggiorati, e anche di parecchio, rispetto alla passata stagione.

 

Ma come accennato precedentemente, nelle ultime 7 vittoriose uscite, di cui Westbrook ha saltato l'ultima, i numeri e le statistiche riflettono – per quanto dei numeri possano rappresentare nella sua completezza quello che avviene su un campo di pallacanestro – un certo cambiamento. Il pace è calato sensibilmente a 103.3 possessi per 48 minuti, inevitabilmente è calato anche l’offensive rating a 111.4, ma soprattutto il defensive rating è sceso a 99.9. Si tratta del terzo dato della Lega in questo breve lasso di tempo. Pur ammettendo che non si tratti di soli meriti dei Rockets, ma anche dei demeriti (offensivi) altrui è inevitabile notare come l’equilibrio difensivo della squadra abbia giovato enormemente di questo “rallentamento” del ritmo.

 

La sensazione – personale – anche guardando le ultime partite, e confrontandole con le prime 6, è che coach Mike abbia deciso di rallentare un attimo la rivoluzione culturale intrapresa con l’arrivo di Westbrook. A inizio stagione era palese come lo staff tecnico avesse accolto completamente questo nuovo approccio e volesse che esso diventasse il mantra, la guida da seguire ciecamente in ogni partita. Questo non vuol dire che Houston tornerà a giocare sui ritmi della passata stagione. Finirà la stagione con uno dei pace più alti, ma prima di tornare ai numeri assurdi delle prime uscite dovrà trovare un maggiore equilibrio. Sacrificare difesa e efficienza offensiva sull’altare del ritmo non è sostenibile. E questo sembrano averlo capito dalle parti del Toyota Center.

 

Ancorarsi alle proprie certezze nei momenti di difficoltà è un atteggiamento naturale. La certezza in casa Rockets è James Harden. Il Barba, si sa, ama andare al suo ritmo. Tradotto meno di 100 possessi per 48 minuti. Se l’attacco funziona – l’anno scorso i Rockets erano secondi per offensive rating – a marce basse, perché andare a cento all’ora?

 

Da un’analisi del genere sembrerebbe che la convivenza fra le due stelle della squadra sia problematica. Due filosofie che cozzano, opposte come lo yin e lo yang. Va però detto che il pace della squadra con solo Harden in campo si attesta intorno a 105.7, lontano sì dai 114.1 quando i due ex OKC condividono il parquet, ma sensibilmente più alto rispetto al dato della passata stagione (98.3). Westbrook o no, quest’anno si corre! Sicuramente più dell’anno scorso.

 

Dando per scontato che questa sia ancora la squadra del Barba – non può essere altrimenti – la domanda da chiedersi è se effettivamente Westbrook, e quello che comporta il suo arrivo, ovvero un gioco più veloce, rappresentino un fit migliore di Chris Paul per il gioco del #13. Ora come ora non sembrerebbe questo il caso, ma questo è un quesito a cui non ha senso rispondere dopo poco più di 10 partite, perché come detto stiamo parlando di una filosofia diametralmente opposta, che richiede tempo per essere assimilata.

 

Non ci resta che aspettare  e vedere se Brodie e il Barba rappresenteranno in toto i concetti di yin e yang, non solo nell’essere diametralmente opposti, ma anche, e soprattutto, nell’essere interdipendenti e uno essenziale per l’altro.

 

 

 

 

 

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