Around the Sixers: la consacrazione di Joel Embiid

January 7, 2019

Al terzo anno da professionista, libero da restrizioni su minutaggio e back-to-back, il lungo camerunese si sta rivelando in tutto il suo potenziale ed ora è chiaro a tutti che il centro più dominante dell’NBA giochi a Philadelphia.

 

 

 

Prima di approfondire il discorso su Embiid è doveroso inquadrare l’attuale situazione dei Sixers.

 

Una cosa è certa: a Philadelphia amano il dramma. E la capacità di tenere a bada voci più o meno veritiere riguardanti la franchigia e i suoi componenti è vicina allo zero. Anche quando le cose sul campo sembrano andare nel verso giusto, subito arriva la dichiarazione di tizio o caio a creare scompiglio e sconforto tra i tifosi. C’è una sorta di tendenza all’auto-sabotaggio, che mi ricorda vagamente ciò che succede in ambito calcistico con l’Inter - e lo dico da interista.

 

Detto questo, nell’ultimo appuntamento con questa rubrica si era parlato dell’acquisizione di Jimmy Butler e di ciò che poteva portare in dote alla squadra, soprattutto nelle cosiddette “clutch situations”. Ora, a quasi due mesi di distanza, si possono trarre le prime conclusioni sull’affare, considerando aspetti tecnici e non.

 

 

Alti e bassi

 

Premesso che, almeno per me, prendere Butler fosse la mossa giusta da fare in quel momento - e ne sono tutt’ora convinto - è chiaro come fin da subito tale scambio potesse avere sia pro che contro. Il carattere poco incline alla diplomazia del texano era cosa nota e non si è dovuto aspettare molto perché venissero fuori le prime grane con lo staff tecnico.

 

È recente la notizia dello sfogo dell’ex Minnesota contro coach Brown, reo a suo dire di averlo relegato ad un ruolo secondario nell’attacco dei Sixers. Brown si è subito affrettato a minimizzare l’accaduto, catalogando il tutto ad una normale dialettica allenatore-giocatore. È vero, le cifre di Butler sono in calo e i tentativi a partita (13.9) mai così bassi dalla sua terza stagione da pro, ma bisogna pur sempre dare tempo all’allenatore di allestire un sistema che possa coinvolgere le sue superstar ed essere allo stesso tempo efficace.

 

In attesa che venga trovata la quadratura del cerchio, e che i malumori delle stelle (Embiid compreso) vengano placati, le cose sul campo sembrano funzionare e quantomeno la classifica è stata sistemata.

 

Il record attuale 26-14 vale il quarto posto ad Est a sole 2.5 gare dalla capolista Milwaukee, e dall’arrivo di Butler il parziale dice 17-8. Un paio di queste vittorie sono state decise proprio da giocate sul filo del rasoio di Jimmy “Buckets”, ed in generale il gap con le migliori squadre della costa orientale si è ridotto.

 

 

È evidente il miglioramento del quintetto titolare: su un campione di 17 gare, 12-5 il record, lo schieramento composto da Redick-Simmons-Butler-Chandler-Embiid ha un Offensive Rating di 112.6 ed un Defensive Rating di 97.3; il quintetto pre-trade (con Saric e Covington al posto di Chandler e Butler) invece registrava rispettivamente 98.3 e 98.7, dunque con un Net Rating negativo.

 

L’altra faccia della medaglia sono le difficoltà della second unit. La panchina di Philadelphia, uno dei punti forte della scorsa stagione, ha sofferto pesantemente gli addii di Belinelli e Ilyasova in estate e la trade con Minnessota ha ulteriormente ridotto gli uomini a disposizione per le rotazioni di coach Brett Brown, amplificando il problema. Al momento la bench unit si posiziona al ventesimo posto per punti a partita, 34.2, e al penultimo per rimbalzi a partita 12.8. Manca un vero e proprio sesto uomo, McConnell e Muscala, seppur affidabili, non sono quel tipo di giocatore, serve chi sappia entrare dalla panchina e spaccare la partita, chi sia in grado di segnare punti facili e dare respiro ai titolarissimi.

 

Shamet e Korkmaz, forse le uniche due note positive da questo punto di vista, peccano della necessaria esperienza per poter essere fin da subito decisivi dalla panchina. Entrambi sono tiratori da tre punti affidabili, in particolare il rookie viaggia al 39% da oltre l’arco, ma ancora hanno molto da migliorare in vari aspetti del loro gioco, in particolare nella metà campo difensiva.

 

Manca poi una riserva affidabile per Embiid. Amir Johnson è finito fuori dalle rotazioni a favore del rookie Jonah Bolden, il cui impatto sotto le plance e nella metà campo difensiva è incoraggiante, ma il giocatore è ancora troppo grezzo per poter sperare che possa avere un ruolo importante già da quest’anno.

 

Le lacune sono indiscutibili, bisogna vedere come la dirigenza guidata da Elton Brand cercherà di porvi rimedio, se decideranno di sondare il mercato come lo scorso anno in cerca di veterani di sicuro affidamento aspettando nel frattempo i recuperi dei vari Zhaire Smith e Fultz, o se interverranno in maniera più risolutiva, utilizzando i vari asset (giocatori e scelte future) in loro proprietà. Qualcosa comunque va fatto.

 

A proposito dei due giovani sopracitati, la loro situazione rimane tutt’ora incerta, e la gestione da parte della franchigia più che confusionaria, ma quantomeno comincia a vedersi la luce in fondo al tunnel. Sia la matricola Zhaire Smith sia Markelle Fultz dovrebbero rientrare entro la fine della stagione, anche se la condizione dell’ex prima scelta assoluta desta qualche dubbio in più. Finalmente si è arrivati ad una diagnosi certa: sindrome dello stretto toracico superiore - per capire meglio di cosa si tratti ne abbiamo parlato qui - ma i tempi di recupero rimangono ancora indefiniti.

 

Quella che doveva essere una pietra angolare del futuro di Philadelphia è tutt’ora un oggetto misterioso, e purtroppo per lui l’infortunio che l’ha colpito non dà certezze su un suo pieno recupero. Nonostante malumori, dubbi ed una gestione societaria carente, l’ambiente Sixers può consolarsi con quella che ora è diventata una certezza: Joel Embiid è il giocatore su cui costruire una franchigia vincente.

 

 

L’erede di Shaq?

 

Le prime due stagioni di Embiid sono state un assaggio di quello che vediamo ora; già dal primo momento in campo si intuiva che il camerunese fosse un giocatore speciale, i dubbi riguardavano più che altro la sua tenuta fisica. Dubbi che quest’anno sembrano essere stati spazzati via. I minuti di media a partita, infatti, sono ben oltre i 30, le partite saltate per motivi fisici solo una, le restrizioni sui back-to-back sparite.

 

Stiamo finalmente apprezzando appieno il potenziale di questo giocatore e ciò che vediamo ha pochi eguali. È impressionante la velocità con cui apprenda e migliori il suo gioco, ancor più impressionante se si tiene conto che ha iniziato a giocare a basket a quindici anni.

 

Un dato è esemplificativo. Le troppe palle parse rappresentavano un neo nel suo gioco, seppur comprensibile, vista la sua inesperienza; quest’anno la media è scesa a 3.5 a partita, nonostante giochi più minuti; il suo turnover rate (stima delle palle perse ogni 100 possessi) è calato dal 17.9% del primo anno al 13.2%.

 

Altro aspetto in costante miglioramento è il controllo del suo corpo. Una delle doti già a lui riconosciute è l’innata coordinazione e agilità, che gli permettono di eseguire movimenti non proprio canonici per un lungo delle sue dimensioni.

 

 

A questo, complice anche un evidente lavoro in palestra, ha aggiunto una maggior consapevolezza del proprio strapotere fisico, cosa che gli permette di assorbire i contatti con meno remore e guadagnare soprattutto tanti viaggi in lunetta. Sono 9.9 a partita, dietro solo all’MVP in carica, e soprattutto li converte con l’80%. Oltre a ciò, da segnalare anche l’aumento della percentuale dei punti segnati nel pitturato, che vale il 47% del totale, mentre l’anno scorso tale percentuale era ferma al 43%.

 

La cosa forse ancora più impressionante è che ci sono molti aspetti su cui può ulteriormente migliorare, riguardanti sia aspetti prettamente di campo che extra-campo.

 

In primis evitare di criticare a mezzo stampa Brett Brown per costringerlo a giocare troppo sul perimetro. È vero, con quel fisico Embiid è già dominante sotto canestro, ma con le sue mani e la sua tecnica può esserlo anche lontano da canestro; non deve diventare uno specialista del tiro da tre stile Brook Lopez, ma rendersi conto che avere nell’arsenale anche il tiro dalla distanza è solo un vantaggio. E che vantaggio.

 

Inoltre giocare sul perimetro contribuisce a risolvere il problema di spaziature che affligge i Sixers e consente a giocatori come Simmons di essere più pericolosi. Il gioco che vede coinvolti Jojo in punta e Ben a ricevere palla sotto canestro è sempre più frequente, nonché redditizio.

 

 

Una delle ultime prestazioni in ordine temporale dice 42 punti, di cui 30 nel primo tempo, e 18 rimbalzi contro i Suns. E i “quarantelli” in stagione sono 4 - meglio di lui solo Davis, Lillard e, neanche a dirlo, James Harden.

 

In tempi non sospetti, ancor prima che Embiid debuttasse con la maglia dei Sixers, e quando i primi dubbi riguardo il suo reale valore e soprattutto la sua fragilità iniziavano a diffondersi (che Fultz possa avere la stessa sorte?), coach Brown definì così il giovane lungo: “Shaq con piedi da calciatore”.

 

Ora, a più di quattro anni di distanza, questa dichiarazione non sembra così peregrina. Le medie di 26.9 punti a partita, conditi con 13.5 rimbalzi, 3.5 assist e 1.9 stoppate parlano chiaro e lo catapultano nel gotha della storia della Lega.

 

Questa tabella, tratta da Basketball Reference, è piuttosto eloquente:

 

 

È sempre un gioco fine a se stesso paragonare stelle di ere differenti, ma in questo caso la corrispondenza con le cifre (per tutti al terzo anno da pro, traslate sui 36 minuti di gioco) è fortemente suggestiva: se Embiid riuscirà a confermare questi numeri sul lungo periodo, siamo di fronte al nuovo dominatore del pitturato, un futuro Hall of Famer, e chissà magari anche pluricampione NBA.

 

Quest’ultima parte non dipenderà solo da lui. Starà alla franchigia di Philadelphia non sprecare un talento del genere.

 

 

 

 

 

 

 

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