Around the Warriors: l'anima silenziosa di Golden state

January 28, 2019

 

Il quattro volte All-Star Klay Thompson rappresenta una delle pietre angolari di questa squadra, ma il contratto in scadenza a fine stagione pone alcuni interrogativi...

 

 

 

La stagione di Golden State è finalmente svoltata.

 

In questo mese di gennaio siamo tornati ad assistere allo schiacciasassi che ha dominato le ultime due stagioni. Con la vittoria al TD Garden di Boston, sono dieci i successi di fila per i Warriors ed ora il primo posto in classifica nella combattutissima Western Conference è saldo tra le loro mani.

 

Oltre la ritrovata forma dei giorni migliori, la notizia più importante in queste settimane è stata il recupero di DeMarcus Cousins.

 

Aldilà dell’impatto ovvio che una superstar del genere porta in dote - ma che un infortunio al tendine d’Achille mette sempre in dubbio - e aldilà dei numeri notevoli fatti registrare con lui in campo, anche se su di un campione di partite ristretto, ciò che ha colpito di più è la ventata di entusiasmo che ha portato in tutto l’ambiente. Tutti sembrano essere più coinvolti e più convinti, lo spirito di gruppo è tornato quello di sempre, gli screzi di inizio stagione dimenticati. A tal proposito una breve clip può essere esemplificativa:

 

 

Quando tre giocatori del genere sono disposti a lottare e a buttarsi per un pallone vagante, che di certo non è decisivo per la sorte della partita, beh... allora Kerr può essere decisamente soddisfatto.

 

Per una squadra del genere è chiara l’importanza delle motivazioni. Quando la superiorità è così netta rispetto alla maggior parte degli avversari, quando si arriva da tre titoli in quattro anni, non è cosa scontata approcciare le partite nel modo corretto. L’inserimento di Boogie da questo punto di vista sembra essere stato vitale e potrebbe rappresentare la "molla" giusta per chiudere la stagione regolare in crescendo e mettere in cassaforte il primo posto ad Ovest.

 

Le cose sono radicalmente cambiate rispetto soltanto a un mese fa, quando l’ennesima spazzolata subita in casa, in quel caso nel match di Natale contro i Lakers, poneva qualche lecito dubbio, soprattutto riguardo la stagione di alcuni singoli fino a quel momento sottotono.

 

Uno di questi era sicuramente Klay Thompson.

 

 

Il barometro della squadra

 

L’incredibile somiglianza tra l’andamento della stagione di Thompson e della squadra intera dice molto riguardo cosa simboleggi il numero 11 per questa franchigia e viceversa.

 

Guardando la tabella tratta da NBA.com, due sono i dati che saltano all’occhio: la percentuale dal campo e soprattutto quella da tre. Klay e tutta la squadra sono tornati ai loro standard e di conseguenza l’efficienza dello Splash Brother è migliorata a vista d’occhio.

 

 

Klay è stato fondamentale e lo è tuttora nel definire lo stile offensivo della squadra. La sua devastante abilità nel tiro da tre è la sua qualità più immediatamente riconoscibile e temuta dagli avversari, ma la qualità che forse impatta maggiormente il gioco suo e della squadra è la sua maestria nei movimenti lontano dalla palla - sia che si tratti di ricevere un blocco per aprirsi sul perimetro, sia che si tratti di tagliare verso canestro.

 

Quando sia lui sia il resto della squadra eseguono questi movimenti, tutti ne traggono beneficio; quando invece il meccanismo si inceppa, il primo a risentirne è proprio Klay. È vero, la classe di Thompson e la sua pulizia tecnica lo rendono in grado di creare anche da sé, ma in questo Steph e soprattutto KD sono ad un altro livello. E da questo punto di vista dipendono meno dalla prestazione della squadra intera.

 

Klay è tra le stelle della franchigia quella che più necessita del contributo dei compagni, della condivisione della palla. Dall’altro lato della medaglia, però, rappresenta una vera superstar - perché questo è - che ha bisogno di soli 4 palleggi per segnare 52 punti come contro i Bulls, o di soli 7 per segnarne 43 contro i Lakers. Numeri letteralmente surreali.

 

La grande capacità di Thompson di essere pericoloso e decisivo anche senza necessariamente controllare il pallone può essere un’arma a doppio taglio per il giocatore in sede di contrattazione. È certamente un punto di forza del giocatore, ma la società sarà pronto a pagarlo come una superstar cosiddetta ball-dominant, come lo sono ad esempio Curry e Durant?

 

 

Come si evince dalla tabella tratta da Basketball Reference, la situazione salariale nella Baia sarà il tema fondamentale delle prossime due estati. A luglio andranno in scadenza sia Klay sia KD sia DeMarcus, e l’anno prossimo toccherà a Draymond. Steph è l’unico sotto contratto per molti anni (e milioni). È chiaro come la dirigenza non possa offrire il massimo a tutti i sopracitati, altrimenti la luxury tax, già ampiamente sforata, potrebbe raggiungere cifre davvero proibitive. Anche per una franchigia di questa importanza.

 

La vera domanda è: chi tra questi sarà disposto a rinunciare ad una fetta del possibile guadagno per rimanere in maglia giallo-blu?

 

Durant ha già rinunciato a qualcosina in questi due anni per concedere più flessibilità alla squadra, e ha già fatto sapere che non accadrà anche questa estate. È ragionevole pensare che Joe Lacob e soci gli offriranno il massimo possibile, visto quanto è stato determinante nelle ultime due stagioni.

 

Non sono sicuro che faranno lo stesso anche con Klay, e questo anche per quanto detto in precedenza. Per il tipo di persona che è, è lecito pensare che forse sia il più incline a lasciare da parte qualche milione pur di rimanere a San Francisco, pur di rimanere in una organizzazione in cui si trova alla meraviglia e che da sempre ha puntato su di lui. D’altronde, lo ha già ripetuto, la sua volontà è rimanere e sarebbe veramente strano vederlo partire per altri lidi, nonostante il maggior riconoscimento che potrebbe ricevere altrove da un punto di vista puramente economico.

 

Alla fine, rimanere mettendo da parte il solo interesse personale a favore di quello della squadra e di tutta la franchigia sarebbe una mossa in pieno stile Klay Thompson, quella degna di un vero leader silenzioso.

 

 

 

 

 

 

 

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