Around the Warriors: still on top

December 22, 2018

Primo appuntamento stagionale con la rubrica dedicata ai campioni in carica: avversari più agguerriti che mai e grane interne sembrano aver ridotto il gap con il resto della Lega. Ma i Warriors sono sempre la squadra da battere.

 

 

 

Nonostante il record reciti 21-11 e il terzo posto ad Ovest - dietro solo ai sorprendenti Nuggets e ai solidi Thunder - non sono stati due mesi qualsiasi per i campioni in carica dell’NBA.

 

Gli infortuni in serie, tra gli altri quelli del lungo degente DeMarcus Cousins e soprattutto di Steph Curry, forzato ai box per 11 partite, hanno esposto il gruppo a difficoltà che raramente avevano dovuto affrontare negli ultimi due anni e soprattutto hanno finito per esacerbare la tensione tra due delle figure più ingombranti dello spogliatoio: Kevin Durant e Draymond Green.

 

 

Il tutto è culminato con l’acceso diverbio scoppiato tra i due nell’ormai famigerata sera dello Staples Center, quando Green, con la possibilità di lasciare la giocata per la vittoria a KD, decise invece di tentare una soluzione personale non proprio nelle sue corde.

 

Al fattaccio, apparentemente di poco conto ma da non sottovalutare in una Lega in cui l’ego delle superstar gioca un ruolo alquanto importante, è seguito poi uno scontro verbale nello spogliatoio, che ha rivelato le reali ragioni di tanto nervosismo. Draymond, evidentemente conscio dell’importante ruolo rivestito da KD nella conquista degli ultimi due titoli, mal sopporta l’imminente free agency di quest’ultimo e l’idea di poter perdere il due volte MVP delle Finals.

 

Lasciando da parte ulteriori dettagli sull’accaduto, è evidente come questo sia un segnale di allarme da non sottovalutare per staff tecnico e dirigenza, nonché un unicum nella gestione Steve KerrSe da un lato è pur vero che episodi del genere sono pane quotidiano di qualsiasi spogliatoio NBA, è altrettanto vero che segni di insofferenza del genere, se non risolti tempestivamente, possono portare a situazioni difficili da sanare. Visto il talento complessivo della squadra è forse questo il maggior pericolo da qui alla conquista del three-peat.

 

Anche perché dopo un fisiologico periodo di appannamento dovuto alle scorie annesse al litigio, complice anche l’assenza di Steph, i Warriors sono nuovamente tornati a macinare gioco e vittorie, il tutto senza ancora vedere “Boogie” Cousins con le scarpette allacciate.

 

 

Cosa ci ha detto il campo

 

I Warriors sono ancora una delle migliori squadre in circolazione e molte statistiche lo confermano: al momento infatti risultano primi per assist a partita (27.6) e per percentuale dal campo (48.6%), secondi per Offensive Rating (113.0), stoppate a partita (6.2), percentuale da tre (38.7) e ai liberi (82.8), terzi per punti segnati a partita (115.5).

 

Di tutte le statistiche, una di quelle che meglio rende l’idea del tipo di gioco di Golden State, e della sua efficacia, sono gli screen assist, ovvero il numero di blocchi che portano il giocatore che lo riceve a segnare - ben 11.2 a partita, miglior dato dell'NBA.

 

Relativamente a questa situazione di gioco, poi, è curioso e indicativo notare come nessun Warrior sia tra i primi trenta giocatori nella Lega in questo particolare dato. Il compito non è appannaggio solo del classico centro grosso e cattivo: nella Baia tutti possono portare un blocco e tutti possono riceverlo, e questo li rende un rebus indecifrabile per le difese avversarie.

 

 

Come si evince dalla clip soprastante, non si tratta di semplici blocchi sul portatore di palla, sono più spesso blocchi lontano da essa, sul lato debole, calibrati per concedere più libertà possibile ai tiratori mortiferi in maglia giallo-blu. In questo caso Klay Thompson legge l'aiuto di Lopez e la passa per due unti facili di Looney.

 

 

In questa clip, invece, un iniziale blocco sulla palla mette in moto tutta la squadra e un blocco cieco sulla linea di fondo lascia ad Iguodala metri e metri per tirare.

 

Quando tutti e cinque gli uomini sul campo sono in movimento Golden State è uno spettacolo con pochi pari in NBA; il livello di precisione e di tempismo con cui eseguono queste giocate sono degni di un clinic del compianto Tex Winter.

 

Altro dato interessante è l’elevata percentuale di punti sul totale dal mid-range, 19.1%, che li vede dietro solo agli immarcescibili Spurs di Popovich - poco avvezzi a seguire le “mode” del momento - in una NBA in cui la media si aggira attorno al 10%. Solo tre stagioni fa la squadra di Oakland risultava ventottesima in questo dato. Da lì in poi, in controtendenza con il resto della Lega, il numero è sempre cresciuto. Ciò si spiega in primis con la sempre più accentuata tendenza delle difese a negare il tiro da tre punti agli avversari (a chi se non ai Warriors?) e in secondo luogo con la filosofia inculcata da coach Kerr ai suoi giocatori: sempre cercare il tiro migliore, che spesso e volentieri combacia con ciò che ti concede la difesa avversaria. Klay Thompson in particolare è molto efficace in questo tipo di conclusione e ben il 32.9% dei suoi punti deriva da tiri da questa zona del campo.

 

 

 

Cosa ancora non funziona

 

Sarebbe facile pensare subito alla difesa. Il Defensive Rating (108.0) vale solo il tredicesimo posto, ma per come abbiamo imparato a conoscere questa squadra negli scorsi anni, dovrebbe essere ormai chiaro come Golden State sia in grado quando conta di cambiare marcia e stritolare ogni attacco avversario. Il famoso "interruttore" da premere...

 

L’anno scorso durante la Regular Season il loro era l’undicesimo Defensive Rating della Lega. Ai Playoffs il primo. Facile immaginare come anche quest’anno le cose si possano ripetere.

 

Ciò in cui realmente pecca la squadra californiana, e non è una novità, è la fisicità e di conseguenza la presenza a rimbalzo: tredicesimi e ventunesimi rispettivamente per percentuale di rimbalzi difensivi e offensivi catturati. Storicamente questi Warriors hanno sempre sofferto le squadre molto fisiche, e questo potrebbe rappresentare un problema soprattutto ai Playoffs se dovessero incontrare squadre come Oklahoma City o Utah, ed in un’eventuale finale i Bucks o i Raptors, contro cui quest’anno hanno già perso due volte.

 

Una possibile soluzione a questo problema, comunque, potrebbe essere il ritorno di Cousins. Boogie è di certo una presenza importante sotto le plance, i dubbi però rimangono e riguardano le sue reali condizioni. La rottura del tendine di Achille è uno degli infortuni più temibili per uno sportivo professionista, a maggior ragione per atleti di 120 kg e passa.

 

Il ritorno di DeMarcus dovrebbe avvenire, secondo le ultime previsioni, entro un mese; solo allora scopriremo come ha recuperato il giocatore e se potrà fin da subito dare il suo contributo sotto canestro, laddove potrebbe fare realmente la differenza per i californiani. La capacità di segnare di Cousins è cosa nota, ma, come dire, di talento offensivo Golden State ne ha già abbastanza...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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