Aspettando Rockets-Warriors: le carte in tavola

May 9, 2018

 

 

Finalmente la serie che tutti stavamo aspettando. 

 

Le vittorie di Golden State e Houston in Gara 5 di questa notte, rispettivamente contro New Orleans e Utah, hanno concluso le pratiche per quanto riguarda le semifinali della Western Conference. Ed ecco in arrivo quella che secondo molti, e non da oggi, è LA serie di questa stagione, la finale anticipata per il titolo NBA 2018.

 

Non è infatti una sorpresa trovare i Rockets, miglior squadra della Regular Season, e gli Warriors, campioni in carica e miglior squadra quantomeno dell'ultima decade, a contendersi la corona dell'Ovest. Anzi, è lo snodo crucciale e forse decisivo di questa post season cui tutti si aspettavano di assistere.

 

Se il percorso è stato tutto sommato netto e senza intoppi per i texani, però, lo stesso non possiamo dire di Golden State, che si è presentata ai PO senza Steph Curry e con qualche certezza in meno. Tant'è che Steve Kerr e Bob Myers hanno deciso di dare il benservito a Omri Casspi per tenere in roster Quinn Cook - una mossa che fino a pochi mesi fa sarebbe stata impensabile.

Entrambe, in ogni caso, ha vinto e convinto: Houston ha superato prima i Timberwolves e poi i Jazz per 4-1, dimostrandosi solida e sempre sostanzialmente in controllo, malgrado le due avversarie potessero, per motivi diversi, creare problemi alla squadra di Mike D'Antoni; i californiani invece hanno dominato San Antonio (4-1) nel primo turno, pur senza Curry, e giocato una serie di alto livello in entrambe le metà campo - fatta eccezione per Gara 3 - contro i Pelicans. 

 

Non è certo una finale che fa notizia, come abbiamo detto. Anzi, è la serie che anche i diretti interessati si preparano ad affrontare da diversi mesi. A febbraio d'altronde era stato chiesto al General Manager dei Rockets, Daryl Morey, se il Front Office della franchigia e lo staff tecnico avessero lavorato proprio nell'ottica di una eventuale (ma neanche troppo) sfida contro i fenomeni della Baia, e il GM ha risposto molto sinceramente: "Certo! In alcuni momenti è la sola cosa cui abbiamo pensato..."

"E' normale" - ha commentato Kevin Durant. "Dopo che vinci, gli altri lavoreranno per batterti". Draymond Green, comunque, ci ha tenuto a precisare che "i Golden State Warriors non si preparano solo contro una squadra! Chiunque può batterci nei Playoffs e non ci siamo concentrati soltanto sui Rockets".

 

Ed eccoci qua, dunque: ancora pochi giorni di attesa e si comincia.

 

Superteam a confronto: Kerr contro D'Antoni, Harden contro Durant (ex compagni), Curry contro Paul. Due squadre per certi versi simili e per altri completamente diverse. Il meglio del meglio che l'NBA possa offrire in questo momento, probabilmente.

 

 

 

STILL THE TEAM TO BEAT

 

Nelle prime due partite di Playoffs siamo tutti rimasti a bocca aperta - sì, anche se sono gli Warriors.

 

E' pur vero che San Antonio era senza Kawhi Leonard, ma i ragazzi di coach Kerr sembrava proprio avessero "premuto l'interruttore",  come detto da Draymond dopo G2, per l'inizio della post season: la difesa si è trasformata rispetto al finale di RS e nella metà campo offensiva l'assenza di Curry - ehi, Curry! - è pesata relativamente. Sia nel primo che nel secondo turno, Golden State ha incontrato delle concrete difficoltà soltanto in una partita per serie (rispettivamente Gara 4 e Gara 3) senza mai che l'esito finale delle stesse potesse essere realmente in discussione.

 

 

Steve Kerr ha scelto Andre Iguodala per sostituire la point guard nello starting lineup, e la mossa ha pagato i suoi dividendi in quanto a solidità difensiva, trattamento della palla ed elasticità nelle rotazioni. Steph è poi rientrato (col botto) in Gara 2 del secondo turno, uscendo inizialmente dalla panchina - quando Nick Young (spettatore contro gli Spurs) è partito due volte da starter e ha collezionato un +/- sempre negativo (unico del roster) e un poco entusiasmante 26% al tiro, prima di sparire dal campo visivo di coach Kerr.

 

Nelle ultime tre uscite abbiamo visto dal primo minuto il cosiddetto "Death Lineup", che ha confermato la propria efficienza mortifera (per l'appunto) ad entrambi gli estremi del campo. Curry, Thompson, Iguodala, Durant e Green sono partiti insieme dall'inizio per la prima volta in due anni soltanto questa settimana, ma certo non si può dire che fosse un quintetto non collaudato; anzi, è una certezza cui "gli Warriors si sono affidati tantissime volte nei momenti di difficoltà", come sottolineato da Steve Kerr. Con i cinque in campo insieme, la squadra ha un +/- superiore ai 10 punti per gara, segna 142 punti su 48 minuti, ha un Offensive Rating di 125.5 e un Defensive Rating di 87.6, mantiene un ritmo di gioco elevatissimo (112.8 di Pace, il valore più alto tra tutti i quintetti finora utilizzati) - ma che cifre sono, esattamente?

 

E' cosa praticamente certa che questo quintetto verrà utilizzato dalla palla a due anche contro i Rockets. Non aspettiamoci infatti di vedere ancora JaVale McGee nello starting five, come accaduto contro San Antonio (prima che il suo minutaggio venisse dosato col contagocce nel secondo turno), né tantomeno Nick Young. Dalla panchina, oltre a loro, usciranno Shaun Livingston, Kevon Looney (utilizzato sempre di più e con buonissimi risultati), David West e Quinn Cook, mentre rimarranno con ogni probabilità sul fondo delle rotazioni Pachulia e Bell. 

 

Oltre all'accoppiamento certo Green-Capela, nella metà campo difensiva Ron Adams avrà diversi grattacapi per quanto riguarda i matchup con gli esterni di Mike D'Antoni. Curry inizialmente marcherà Chris Paul e le coppie potrebbero comporsi in modo speculare ruolo per ruolo (Thompson-Harden, Iguodala-Ariza, Durant-Tucker), ma è possibile - non necessariamente dall'inizio, a partita in corso e nei possessi finali - che vedremo diversi esterni di coach Kerr prendersi cura della micidiale coppia Harden-Paul. Klay, KD e Iggy sono infatti difensori d'élite e per questo nessuno in NBA quanto GSW sembra avere le carte in regola per limitare l'impatto del backcourt dei Rockets.

 

 

Con il Death Lineup, gli Warriors tirano col 50% da tre punti e soprattutto hanno finora tenuto spesso gli avversari sotto al 33%, e questo perché hanno la possibilità di cambiare efficacemente su tutti i blocchi e perché dispongono di difensori perimetrali straordinari; un dato, quello menzionato, il cui sviluppo potrebbe rivelarsi decisivo ai fini del risultato della finale di Conference. Mantengono poi un rapporto assist/palle perse di 2.35, mentre forzano l'attacco degli avversari ad un misero 0.95. In poche parole, sono sembrati un'altra volta la miglior squadra del Mondo. In entrambe le metà campo.

 

Finora nessuno è riuscito a fermare il "quintetto della morte" ed ecco la sfida per i Rockets: battere gli imbattibili.

 

 

 

MISSIONE TEXANA

 

Come abbiamo detto, questa Houston è stata costruita per vincere. E vincere, nell'NBA di oggi, significa prima di ogni altra cosa battere Golden State. Per questo scopo l'estate scorsa il roster è stato rinforzato con gli arrivi di Chris Paul (a proposito, 41 punti in 38 minuti nella gara della notte scorsa e prima finale di Conference in carriera), Luc Mbah a Moute e PJ Tucker, cui si è aggiunto in seguito Gerald Green.

 

I Rockets hanno dimostrato di poter competere con i campioni in carica, che hanno sconfitto due volte su tre in Regular Season (la prima in occasione del season opener all'Oracle con consegna degli anelli), anche se va detto che le due squadre, oggi, si presentano con assetti diversi rispetto ad allora. 

 

D'Antoniani ma non troppo, i ragazzi della "Clutch City" non viaggiano ad un ritmo di gioco particolarmente sostenuto (Pace: 99.7 in Regular Season, 98.2 nei Playoffs e 96.1 con lo starting lineup) e non muovono la palla quanto gli Warriors (primi nella Lega per passaggi effettuati a gara), anzi. Tirano tanto da tre punti, sì, ma il 46% dei tentativi convertiti sono "unassisted"  - buona parte del merito va a James Harden, che tira oltre 5 volte a partita dall'arco dopo 7+ palleggi (con il 39%, una follia). 

 

Il Barba è stato utilizzato 35 minuti di media nei primi due turni e la sua presenza in campo è sempre stata decisiva - tanto da far venire qualche sospetto sulla second unit dei Rockets, in cui l'unico trattatore di palla è Eric Gordon. Quando Harden si siede, la squadra alza il ritmo di gioco (il Pace sale da 96.7 a 100.8) - d'altronde, "si libera" di tutti i suoi lunghi, interminabili ma efficaci isolamenti - e peggiora in tutte le statistiche offensive: -4% FG, -5% 3pt, -12.2 Offensive Rating.

 

Se il quintetto iniziale Paul-Harden-Ariza-Tucker-Capela sembra certo, sul supporting cast abbiamo qualche dubbio in più. D'Antoni ha spesso utilizzato in rotazione soltanto 8/9 giocatori nel corso della stagione e non saremmo sorpresi, anzi, se il minutaggio degli starter si impennasse nella finale di Conference. Dalla panchina usciranno Eric Gordon, Luc Mbah a Moute, Gerald Green, Hilario Nene e potremmo rivedere anche Ryan Anderson. "Ryno" è stato vittima di un infortunio alla caviglia che non gli ha permesso di iniziare i Playoffs, ma ha giocato le ultime tre partite della serie coi T-Wolves (tirando discretamente) prima di vedere il campo soltanto per 20 minuti complessivi in cinque uscite (le ultime due DNP) contro i Jazz; le sue doti perimetrali, l'esperienza e la possibilità di utilizzarlo in ruoli diversi (secondo quanto è "small" il quintetto intorno) potrebbero essere risorse utili a coach D'Antoni. Joe Johnson, infine, abbiamo tutti gli elementi per considerarlo quasi certamente un turista della serie in arrivo.

 

Se Anderson non è stato utilizzato nelle ultime due gare è certamente per ragioni difensive. Il quintetto dei Rockets, malgrado sia carente sulla carta per centimetri e chili, ha dimostrato grande solidità e questo è stato fondamentale nei primi due turni; il tutto è reso possibile

soprattutto grazie alle capacità tecniche e fisiche di Clint Capela - nessuno nell'NBA si muove orizzontalmente in area come lui - e di PJ Tucker, un difensore (-5.2 Def Rtg quando si siede) che per posizione, intensità e duttilità... è semplicemente perfetto - aggiungete il 41% dal perimetro e otterrete la definizione di 3&D. Se Harden in questa metà campo è stato protagonista di enormi miglioramenti, CP3 era ed è una sicurezza, soprattutto in situazioni di pick&roll.

 

Come sempre con gli Warriors, riuscire a contenere le fiammate di Curry e compagni sarà una priorità, soprattutto all'Oracle, dove controllare il numero delle palle perse è una condizione necessaria per competere - capacità, questa, che i Rockets hanno messo in mostra passando da 14 turnovers/game in Regular Season a 9.8 nei Playoffs; e per riuscire ad arginare Steph, Thompson e Durant serviranno delle prestazioni difensive fenomenali da parte degli specialisti chiamati in causa - su tutti Mbah a Moute e Tucker.

 

 

Rispetto allo scorso anno la difesa di Houston è molto, ma molto più credibile (da 107.5 a 102.1 di Def Rtg, non per niente), e con essa le ambizioni della franchigia texana - del resto, cosa venda i biglietti e cosa vinca le partite lo sappiamo fin troppo bene. Ora però è arrivata l'ora della prova del nove: dimostrare una nuova solidità e un'acquisita maturità contro una squadra leggendaria come gli Warriors.

 

E già soltanto che i Rockets si presentino ad armi pari, almeno apparentemente, è un primo successo per Daryl Morey, Mike D'Antoni e tutta l'organizzazione. Ma ad Harden, Paul e compagni non parlate di "successo" prima di aver ottenuto sul campo 4 vittorie.

 

La sfida alla storia è lanciata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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