Flop of the Top: B-Ball's Best Kept Secret

October 13, 2018

Nel 1994, il mondo dell'Hip-Hop americano veniva sconvolto dall'uscita del primo album frutto di una collaborazione tra musicisti di professione e Star NBA dell'epoca. Ma, contro ogni aspettativa, il progetto fu un fallimento... 

 

 

Vede, Mr Walters, siamo perfettamente consapevoli che questo possa sembrare un progetto folle. Però sia io che Hutson vorremmo che lo prendesse in considerazione. Potrebbe rappresentare un nuovo orizzonte per l’Hip-Hop... insomma, un qualcosa di mai visto né sentito prima d’ora.

 

Happy Walters tamburellò con le dita sulla propria scrivania, conferendo alla scena una colonna sonora di tensione e riflessione. Come proprietario e padre fondatore della Immortal Records, non era inconsueto che vagliasse lui stesso in prima persona aspiranti new entries dell’etichetta, o che gli fossero sottoposti progetti da valorizzare sia musicalmente che economicamente. Ma bisognava ammetterlo: quella era davvero una proposta bislacca.

 

Si erano presentati nel suo ufficio due ragazzotti sconosciuti poco più che ventenni, tali James Andrews e Hutson Miller. Millantando un’idea in controtendenza con il panorama dell’Hip-Hop del 1994, fatto recentemente detonare da “Ready to die” e “Illmatic”, opere prime rispettivamente di Notorious B.I.G. e Nas. Il tutto in una Los Angeles dove fino a due anni prima imperversava il gangsta rap degli N.W.A e che faceva ancora vibrare malinconicamente i cuori di una città orfana dei suoi eroi.

 

Walters squadrò con fare volutamente inquisitorio prima l’uno e poi l’altro, appoggiando entrambi i gomiti sul tavolo.

“Quindi, in un momento come questo in cui il genere si sta proiettando in orbita, voi avete pensato bene di venire da me e propormi una collaborazione musicale tra produttori professionisti e... Star NBA?”

 

“Sì signore... è scritto lì, nero su bianco, nel prospetto che ha davanti.” Andrews gettò un’occhiata smarrita al compare: lo scetticismo di Walters lo stava preoccupando e non poco.

Avremmo anche già in mente un paio di giocatori da contattare; nomi appetibili e di rilievo... che secondo noi sarebbero entusiasti di partecipare all’incisione dell’album.

Che mi sembra di leggere qua si intitolerebbe «B-Ball’s Best Kept Secrets», corretto?”

 

Rise dentro di sé allo spaurito cenno di assenso. I due sbarbatelli erano al contempo insofferenti e terrorizzati dal suo atteggiamento enigmatico, fatto di scetticismo e teatralità. L’idea gli era parsa sin da subito brillante: far cantare giocatori NBA su basi Hip-Hop prodotte da musicisti professionisti rappresentava un link potenzialmente geniale tra due culture non dissimili tra loro. Una via di mezzo tra il trash e la serietà che avrebbe potuto funzionare eccome. Senza contare che l’esperimento portato avanti da Shaquille O’Neal con “Shaq Diesel”, a suo modo, era stato un successo che aveva aperto la strada a orizzonti ancora inesplorati. Non s’era potuto esimere, però, dal punzecchiarli: erano pur sempre due pivelli bramosi di sfondare nel mondo della musica...

 

Sentite, vi dico cosa farete.” I due si misero sull’attenti in punta di sedia, in attesa del responso. “Qui ci sono 300'000 dollari. Prendeteli, e tiratemi fuori un album come si deve.

Si guardarono, non sapendo se scherzasse o dovessero prenderlo sul serio.

 

 

JASON KIDD

 

“1… 2... 3... Vai!”

“J. Kidd from the...”

“Stop! Stop! Jason, sei andato fuori tempo. Tra «J.Kidd» e «from the town» ci vuole sì una pausa, ma non così lunga. Ok?”

“Ok Bro.”

“Riproviamo 1… 2… 3…”

Era la terza volta che registravano da capo tutto il brano. Per la prima avevano provato la soluzione “one shot”, un colpo solo che si era rivelato un autentico disastro: Kidd era costantemente fuori tempo e stonato, del tutto incapace di sposare testo e base, nonostante il ritmo "funk" di quest’ultima dovesse aiutarlo; quando riusciva a ricordarsi le rime, per altro. Per la seconda avevano diviso il testo in compartimenti; alla terza si era deciso di procedere con molta calma. Rappando una sola strofa alla volta.

 

Quando contattarono Jason Kidd, Andrews e Miller sapevano benissimo delle sue difficoltà relazionali e di dislessia. Eppure non si posero il benchè minimo dubbio: Kidd era una star indiscussa del College Basketball e un sicuro astro nascente della Lega; doveva far parte assolutamente di quel progetto, alzandone hype e interesse. Non ci misero molto a convincerlo, esibendo anche i nomi di due pezzi forti, anch’essi nativi di Oakland come la giovane point guard: Gary Payton e Brian Shaw. Sapendo che il suo pezzo avrebbe preceduto quello di The Glove, Kidd aderì con entusiasmo.

 

Come spalla per affiancarlo era stato scelto Ronald Brooks aka Money B, membro dei Digital Underground, un collettivo alternative di influenza funk e scanzonata proveniente dalla Baia piuttosto rilevante nella scena della West Coast. I due erano amici dai tempi del liceo, e questo aiutò Kidd a tranquillizzare l’agitazione che lo opprimeva. Perché se del Gioco era padrone assoluto, non aveva la più pallida idea di come incastrare rime e beat.

 

Questo completo dilettantismo rese l’incisione di “What the Kidd Didd” un’esperienza esilarante. Gli dissero di presentarsi in studio con la giusta Rap Attitude sia nel portamento che nel modo di essere, e che alle sue insicurezze, inesistente senso del ritmo e goffaggine ci avrebbero pensato loro. O meglio, una cassa ben nutrita di alcolici, dalla quale JKidd attingeva assetato ad ogni inciampo per sciogliersi. Fino a terminare la registrazione completamente ubriaco.

 

A lavoro concluso, riascoltarono l’intero brano. Il testo era stato composto da Money B e Warren G, altro rapper sulla cresta dell’onda grazie alla hit “Regulate” e vero collaboratore trasversale per tutti i partecipanti di “B-Ball’s Best Kept Secret”. Se paragonato ad altri pezzi della tracklist, suonava molto “politicamente corretto”, anche in virtù del fatto che Kidd non era ancora una realtà della Lega e partire col piede sbagliato in un universo per certi versi ostile non sarebbe stata per lui buona cosa.

 

 “From the town O-A-K”, JK parlava dei suoi anni all’High school, trascorsi tra episodi di bullismo e difficoltà nell’apprendimento contrapposti ad un talento sopraffino palla in mano. Vita vs Campo. Il tutto puerilmente incastrato in innocenti metafore autobiografiche (“I give assists like a high school tutor”) e nel gioco di parole tra “Kid” e “Kidd”. Il bambino e il fenomeno.

 

Perché “People wanna know what the Kidd didd”. Fosse aspirare al successo nel Gioco, lavorare duro per ottenerlo, arricchirsi ed essere desiderato dalle ragazze. Ma soprattutto dimostrare, nonostante in molti cercassero di ostacolarlo nel suo percorso di ascesa o si preoccupassero seriamente per la sua riuscita, di essere un tipo tosto. Uno in gamba. Un giorno avrebbe fatto parlare di sé e chiunque sarebbe voluto salire sul carro del vincitore.

 

 

Jason si dondolò a tempo per tutta la sua durata, e, posate le cuffie, si lasciò andare ad un sorriso di grande soddisfazione.

“Beh, che dire: ce l’abbiamo fatta!”

Money B contraccambiò il suo sorriso. Non importava che non avesse quasi mai usato la giusta inflessione; che avesse mantenuto la stessa intonazione stonata per tutto il brano, senza salire quando il ritornello lo richiedesse e che in alcuni frangenti fosse del tutto fuori tempo. Non importava che, musicalmente, il brano fosse un disastro. The Kidd didd it. Bello e - oppure “è”? - imperfetto. 

 

 

SHAQ

 

Fu chiaro sin da subito ai due visionari dell’Hip-Hop che la cosa non potesse prescindere da un unico grande nome, garanzia di business ma soprattutto di show – oltre che di discrete abilità musicali: Shaquille O’Neal aka Shaq Diesel. Erano fermamente convinti che se avessero avuto il 32 dei Magic dalla loro sarebbero riusciti a racchiudere nella sua debordante personalità due garanzie per il progetto: appetibilità e successo.

 

Il suo pezzo doveva essere il fiore all’occhiello dell’album, una bomba da far detonare nelle zone nobili della tracklist. Non prima però che l'ascoltatore si fosse goduto “Check it” di Dana Barrows, in cui la point guard dei 76ers intimava gli ascoltatori di stare sempre all’erta, perché li aveva costantemente sotto tiro ed era “in procinto di esplodere come un pazzo omicida.” Seppellendo la credibilità del gangsta rap con una sola rima e con un videoclip esilarante. E non dimenticandosi per altro di “Lost in the Sauce”, brano in cui Malik Sealy - compianta guardia di Pacers, Clippers, Pistons e Wolves - si era riproposto di parlare del suo tumulto esistenziale (“Lost in Sauce”, in inglese, significa vivere in uno stato di profonda incertezza emotiva); anche se, alla fine del pezzo, non era ben chiaro se fosse “una sorta di ode all’alcolismo o una radiosa storia autobiografica che avrebbe potuto salvare i giovani dai tentacoli della depressione.”

 

Tell me: who got my back?                               “Ditemi: chi mi guarda le spalle?
  I got your back Shaq                                          Ci penso io Shaq
  I'm Big Ill, the mack”                                          Sono Big Ill, il meglio che c’è”

 

Shaq ebbe ovviamente carta bianca, e decise pertanto di donare alla causa un brano del suo disco “Shaq Fu: Da Return”, uscito appena qualche settimana prima. A rappare con lui su di una base hardcore v’erano Big Ill e Al Skratch, duo newyorkese meglio conosciuto come Ill Al Skratch.

 

All’inno iniziale “Hey yo Ill set it off / Hey yo Al set it off / Hey yo Shaq set it off” (“Hey yo, Ill scatenati / Hey yo, Al scatenati / Hey yo, Shaq scatenati”) il testo prevedeva una sorta di gara all’autocelebrazione, nella quale ciascuno dei tre si contendeva il “Mic Check”, ovverosia il controllo del microfono. Salvo poi concludere il ritornello con “it's the Ill-Al Skratch-Shaq about to catch wreck”. Il tutto era dunque una messa in scena: non era altro che un finto contest per essere ammirati come i migliori.

 

Ben memore del proprio pedigree, Shaq Diesel volle sottolineare di essere una star non solo della Lega ma anche delle barre. Un continuo crossover tra il dominio sul parquet e quello delle rime. Tra clamore quando devastava il ferro con una schiacciata e silenzio quando regalava arte rappando. Sino ad arrivare a definirsi come una sorta di gigante schizofrenico col quale era meglio non scherzare, conferendo un’immagine mostruosa di sé che anziché incutere timore rasentava i limiti del grottesco. Pur essendo perfettamente – e straordinariamente – in linea con il pezzo.

 

 

Il disco di platino ottenuto con “Shaq Diesel” contribuì a far emergere O’Neal come l’unico a potersi legittimamente definire “rapper” e non presunto tale. “Mic Check 1-2”, nel suo essere volutamente esagerata e parodiante, spiccava sulle altre quantomeno per abilità tecnica e confidenza canora. All’ascolto Shaq dimostrava di essere padrone della situazione, risultando dunque globalmente credibile.

 

Tanto che nel 2014 il magazine online Complex fece uscire un articolo intitolato “Shaquille O’Neal è un rapper che merita il vostro rispetto”, nel quale la sua partecipazione a B-Ball’s Best Kept Secret veniva senza mezzi termini bollata come “probabilmente la peggior cosa che potesse accadere alla sua carriera da musicista.” Una macchia nera in un repertorio di produzioni comunque degne di nota.

 

You better hit the deck / And protect you're neck / When I end the mic check, I catch rep[utation].”

La “rep” ottenuta non fu però quella preventivata, per quanto “Mic Check 1-2” fosse tra i pezzi che più contribuirono a rendere BBBKS oggetto di culto.

 

 

THE “SHAW” & THE GLOVE

 

Assieme a Kidd, un’altra stella di Oakland fu inserita in BBBKS. Probabilmente spinto dall’amore nei confronti di se stesso e della propria carriera, Gary Payton rispose inizialmente alla proposta di Andrews e Miller con schiettezza: Non saprei che fare con un microfono in mano... mi sentirei a disagio.” I due però non cedettero alle prime resistenze di The Glove: che disco sarebbe stato senza il maestro del trash talking? La misero sul piano del divertimento. Era evidente che tutti i suoi colleghi si fossero messi in gioco totalmente da improvvisati: perché mai lui non avrebbe dovuto farlo? Messo di fronte a questa prospettiva cedette e si mise al lavoro. Prendendoci particolarmente gusto

 

Compose “Livin' Legal and Large”, storia di uno stereotipato riscatto sociale... vista dagli occhi di GP. Un ragazzino pieno di sogni, incitato dalla madre a perseguirli fino a che, grazie anche all’aiuto di Dio, non erano divenuti realtà.

 

“Now I’m livin’ legal and laaaaaarge.” Ingrassando il conto in banca, collezionando carte di credito, telefonini – nel ’94 ai primi modelli e chiamati in slang “beepers” – e auto da migliaia di dollari fuori dal campo; umiliando gli avversari sul parquet.

“Slam dunk, hit a three, talk a little junk (HUH!).” Ma soprattutto:

 

È normale che vi sentiate inferiori,

  perché sono io ad essere superiore, molto meglio di chiunque altro.”

 

Nulla di particolarmente inedito, insomma: come altri, anche GP optò per un rap autocelebrativo; si ispirò apertamente a Too $hort, pioniere dell’Hip-Hop californiano con all'attivo anche un’apparizione breve ma intensa nel cinema a luci rosse.

 

 

Per Bryan Shaw il discorso fu completamente differente, tanto che BBBKS fu addirittura un mezzo attraverso il quale superare un momento molto difficile della sua esistenza: la tragica scomparsa – appena un anno prima - dei genitori e della sorella in un incidente stradale ad Oakland, in seguito ad un colpo di sonno incorso al padre mentre era alla guida.

 

Shaw chiese di poter partecipare dopo aver accompagnato Payton agli studi di registrazione, assistendo all’incisione di “Livin’ Legal and Large”. Si propose presentando un freestyle come prova, e compose le rime di “Anything Can Happen”.

 

In mezzo ad una tracklist sgangherata piena zeppa di rime su soldi, successo, talenti esorbitanti, la traccia di BS quasi stonava per contenuti e significato: suonava infatti come un doloroso omaggio da parte della guardia dei Miami Heat alla propria famiglia.

 

I remember when I heard the news

  I flash

  I can't cope

  I'm losing my brain

       […]

  It’s so tragic,
  Man if I had magic,
  I’d make a wish for the homies who got blasted,
  You feel me?
  That’s real G.

 

Utilizzò persino una raffinata metafora tra la vita e il biliardo: “Gestite la pallina bianca con la vittoria come obiettivo / Fate attenzione e salvate la 8 dalla fine”, alludendo alla sconfitta del giocatore qualora imbuchi la palla nera numero 8 prima delle altre.

 

 

“Quella fu la prima e l’ultima volta che mi trovai a scrivere delle rime.” Rime che contribuirono a conferire a BBBKS un momento – o una piccola oasi – di riflessione e analisi interiore.

 

 

ISAHIA JR RIDER & CEDRIC CEBALLOS

 

BBBKS ebbe addirittura una sorta di... rimpianto. Rappresentato nelle fattispecie da “Funk In The Trunk”, scritta ed interpretata da nientemeno che Isahia J.R. Rider – noto come uno dei più grandi “What If” della storia della Lega, complici anche gli 832 arresti nei quali incappò “accidentalmente” nel corso della sua carriera.

 

In piena coerenza con il personaggio, nei 4:18 minuti di brano JR alterna sprazzi di talento inaspettato a scivoloni stilistici e nonsense – in alcuni frangenti parve andare spudoratamente fuori tempo. Senza contare che il più gangsta degli artisti non potè esimersi dall’inserire nel flow qualche parola forte, cosa evitata in linea generale dagli altri partecipanti. Nella sua complessiva incomprensione – anche grazie a strofe come “now I got my money on some mothaf***in devil” non propriamente chiare al pubblico, in una sorta di via di mezzo tra ermetismo stressato e scarsa consapevolezza di non farsi capire – opinione comune fu che il pezzo avesse in fondo del potenziale. Lasciato a metà dalla sensazione che JR non si fosse troppo applicato al riguardo.  

 

D’altronde, il solo ritornello “IT'S THE FUNK IN YA TRUNK, SLAMMIN HARD LIKE A MONSTER DUNK" presenta sfumature non propriamente chiare: secondo un’analisi “Funk” sarebbe una mitigazione di “Fuck”, con “Trunk” chiaro riferimento poco lusinghiero al didietro dell’interlocutore, e la seconda parte un paragone tra la potenza dell’atto precedentemente descritto e una “schiacciata mostruosa”. Per ispirarsi, J.R. non diede di certo una sfogliata alla Bibbia.

 

 

Se Rider, a suo modo, alzò l’asticella, Cedric Ceballos la portò ad un livello tale da non poter essere superata. A “Flow On”, scritto e prodotto in collaborazione con Warren G, annesse anche un videoclip ufficiale. Scena d’apertura: Ceb a Long Beach attorniato da fanciulle avvenenti, alle quali ammette con fare compiacente di giocare per i Los Angeles Lakers. Proprio sul più bello, ovverosia mentre l’ala giallo-viola sta dichiarando alle ragazze di non essere impegnato, fa capolino Warren G con una canotta oversize di Cherokee Parks, numero 44 di Duke con un trascorso NBA tutt’altro che indimenticabile.

 

Let’s ball Big Boy!” Congedatosi con fare sprezzante, Ceballos inizia una sfida davvero poco credibile con Warren G. Sulle note di “Flow On”, manifesto autoreferenziale di dominio sul campo e sulle barre perfettamente allineato al mood di BBBKS.

 

“I get started like the hammer, I finish like Shaquille
When ya think ya heard my best well fool look a here
Look a here no fear, rap crystal clear

 

 

Qualcuno arrivò addirittura a definire il video “qualcosa di dannatamente grandioso.”

 

***

 

B-Ball’s Best Kept Secret non riuscì suo malgrado ad ottenere il successo che sia Happy Walters che il duo Andrews&Miller avevano previsto. Il flop di vendite fu tanto evidente quanto assordante, nonostante avessero partecipato star amate da tifosi e appassionati. Questo scarso riconoscimento contribuì col tempo a rivalutarlo, se non musicalmente o economicamente – una copia di BBBKS su Amazon costa all’incirca 3 dollari – quantomeno dal punto di vista affettivo. Trasformandosi in un prodotto di nicchia ma, per la sua scarsa serietà e dilettantismo, piuttosto amato.

 

Questo perché col tempo si è riusciti ad inquadrare l’album nella sua vera essenza: un genuino divertimento e voglia di non prendersi sul serio da parte di chi vi ha partecipato, che a distanza di anni ricorda quell’esperienza con un sorriso sulle labbra ed un velo di nostalgia per la leggerezza che si portava appresso.

 

Kidd decise che non avrebbe mai più rappato, per quanto Mark Cuban spinse il DJ a mettere “What The Kidd Didd” durante un prepartita a Dallas. Brian Shaw ne conserva tutt’ora una copia sul telefono, ammettendo di ascoltarlo per farsi una risata sulle rime di Payton e JKidd. In un’intervista volle rimarcare che nessuno ci aveva mai davvero creduto, nel successo da rapper:

 

"Soltanto Shaq aveva una carriera artistica. Di noi, nessuno aveva pretese da rapper o che. Alcuni brani erano stati scritti per gioco, altri come il mio seriamente. La canzone di ciascuno rappresentava il proprio autore per ciò che era.

 

Dana Barrows cercò di spiegarsi la cosa sostenendo che fosse un’opera prima fuori dal suo tempo:

 

“Se un album del genere fosse uscito nel mondo del web sarebbe stato qualcosa di pazzesco. È evidente che abbia avuto comunque un’influenza: al giorno d’oggi quanti atleti posseggono una propria etichetta?”

 

La famiglia Ball deve aver di recente ascoltato BBBKS molto attentamente.

 

 

 

B-Ball's Best Kept Secret  Tracklist

 

 

1. Bamboo, "Hip Hop Basketball Genie"

2. Dana Barros, "Check It"

3. Malik Sealy, "Lost in the Sauce"

4. Shaquille O'Neal featuring Ill Al Skratch, "Mic Check 1-2"

5. Bobbito, "Earl the Goat"

6. Cedric Ceballos With Warren G., "Flow On"

7. Brian Shaw, "Anything Can Happen"

8. Chris Mills, "Sumptin' to Groove To"

9. Sway and Tech, "From the Bay to L.A."

10. Jason Kidd featuring Money B., "What the Kidd Didd"

11. J.R. Rider, "Funk in the Trunk"

12. Bobbito, "Phat Swoosh"

13. Dennis Scott, "All Night Party"

14. Gary Payton, "Livin' Legal and Large"

15. "D.J. S&S Presents"

16. Dana Barros and Cedric Ceballos featuring Diamond D, Grand Puba, A.G., and Sadat X, "Ya Don't Stop."

 

 

 

 

 

 

 

  

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