Being 'The Joker'

September 5, 2018

Nikola Jokic, centro serbo dei Denver Nuggets, è forse il massimo esempio di giovane talento europeo che sta trionfando in NBA; e il suo rinnovo per il massimo contrattuale con il franchise del Colorado (148 milioni di dollari in cinque stagioni) ne è la dimostrazione.

 

 

 

 

Quando si parla di giovani talenti della pallacanestro europea che “spaccano” in NBA non si può non citare Nikola Jokic. La perla pescata dai Denver Nuggets al secondo giro (41ª scelta) nel Draft del 2014 ed approdata nel campionato migliore del mondo dalla stagione successiva, in soli tre anni è passata da perfetto sconosciuto e uno dei giocatori meno pagati nell’NBA, a diventare l’europeo più remunerato, dopo aver firmato un’estensione contrattuale di 148 milioni di dollari per cinque stagioni.

 

 

Un giocatore atipico in tutti i sensi

 

Jokic ha solo 23 anni, e se c’è una cosa chiara è che non ha punti di comparazione, né per quanto riguarda la sua traiettoria professionale né per la sua vita personale. Niente dell’esistenza e della carriera del giovane serbo nato a Sombor il 19 febbraio del 1995 avrebbe fatto presagire una simile esplosione di talento in un campionato fisico e selettivo come l’NBA, eppure il pivot dei Denver Nuggets è riuscito a ritagliarsi il suo posto, e in che modo!

 

Lo stesso Nikola aveva confermato recentemente, durante un’apparizione al campus Basketball Without Borders di Belgrado, di non essere certo un buon esempio per i giovani che si era ritrovato ad allenare e che lo ammiravano come massima essenza del talento balcanico esportato nel mondo della pallacanestro a stelle e strisce.

 

“Quando ero giovane non mi interessava neanche tanto la pallacanestro” – aveva confessato a Basketballsphere - “non esigevo molto da me stesso, piangevo quando dovevo andare agli allenamenti e mio padre mi doveva convincere...”

 

Il giovane, effettivamente, era un ragazzotto in sovrappeso, con una gran passione per i cavalli e... per la Coca Cola. Non avendo potuto coltivare il suo sogno di diventare un fantino per la sua mole (non esiste al mondo cavallo che possa sopportare in groppa 2.08 metri per 113 Kg!), Nikola si era dedicato ad uno sport sacro nel suo paese natale: la pallacanestro.

 

Aveva iniziato a giocare nel 2012 con il Mega Vizura, disputando la prima stagione con la squadra giovanile e ritagliandosi un posto in prima squadra dall’anno successivo, collezionando 25 presenze in ABA Liga e mettendosi in evidenza con una media di 11.4 punti, 6.4 rimbalzi e 2.5 assist a partita. Con solo questo “bagaglio”, il giocatore si era dichiarato eleggibile per il Draft del 2014. I Denver Nuggets, che annoverano un ottimo team di scouting europeo, in quell’epoca capitanato dall’attuale GM, il lituano Arturas Karnisovas, avevano visto qualcosa in quello spilungone sgraziato e dal fisico poco atletico, ma dal talento e dalle doti tecniche incomparabili, e l’avevano scelto al secondo giro.

 

 

L’anno di ‘stash’ e l’interesse del Barça

 

Nel 2014 Nikola non era pronto per l’NBA, e i Nuggets avevano optato per l’opzione ‘Draft and stash’, lasciando il giocatore un’altra stagione a maturare in Europa. Jokic non ci aveva messo molto a diventare il leader della squadra, segnando ad esempio 27 punti e prendendo 15 rimbalzi nella prima partita di ABA Liga contro l’MZT Skopje.
 

 

L’ottima stagione nella ‘superliga’ balcanica non era passata inosservata ai dirigenti del FC Barcelona e, secondo quanto raccontato dal suo agente Miško Ražnatović a BlicSport, il centro serbo era andato molto vicino a firmare un contratto con il club blaugrana.

 

“È qualcosa che non in molti sanno, ma Nikola era a un passo da diventare un giocatore del Barça. I rappresentanti del club catalano lo seguivano da tempo, ed erano venuti in Serbia per gli ultimi accordi, approfittando per assistere alla partita che il Mega Leks giocava contro il Sremska Mitrovica”.

 

Evidentemente, qualcosa non era girato nel verso giusto.

 

“Prima della partita avevamo già discusso i dettagli della trade, mancava davvero solo la firma”- confermava Ražnatović – “ma in quell’occasione Nikola aveva giocato il peggior incontro della sua carriera, era a terra, immerso in uno stato letargico, incapace di muoversi... Terribile! Il Barça si era quindi tirato indietro, allungando le negoziazioni, ma nel frattempo Karnisovas era tornato alla carica dicendo di voler portare Nikola in NBA, e così Jokic era finito ai Nuggets quella stessa estate”.
 

 

Tre anni in NBA: da perfetto sconosciuto alla gloria

 

Jokic si era trovato così a disputare il training-camp con i Denver Nuggets a 20 anni, senza aver mai vinto nulla d’importante in Europa, senza aver disputato una singola partita di Eurolega e senza aver mai giocato con la nazionale maggiore del suo paese. Quanto accaduto durante le tre successive stagioni ha strabiliato chiunque: addetti ai lavori, appassionati e probabilmente anche il giocatore stesso.

 

Nikola debuttava in NBA in occasione della opening-night dei Nuggets il 28 ottobre 2015, nella sfida vinta contro i Rockets. In 3’55” aveva messo a segno 2 punti e l’attitudine in campo deve aver sorpreso coach Michael Malone, che già dall’incontro successivo aveva incrementato notevolmente il suo minutaggio. Già nella seconda sfida della stagione - persa da Denver contro Minnesota - Jokic aveva messo a referto 10 punti e preso 9 rimbalzi in 18 minuti in campo. Il 18 novembre il giovane serbo segnava il suo career-high e la prima doppia doppia della carriera, con 23 punti e 12 rimbalzi nella sconfitta contro i San Antonio Spurs.

 

Nella seconda parte della stagione la peculiarità di “The Joker” - questo il suo soprannome Oltreoceano - iniziava a saltare alla luce, con i 9 assist realizzati contro gli Hornets (10 gennaio 2016). Il gioco dei Denver Nuggets non girava ancora attorno a lui, ma era solo questione di tempo. Intanto il serbo aveva chiuso la stagione apportando quanto di più consono a un centro “classico”: punti e rimbalzi, parecchi rimbalzi! Le statistiche del primo brillante ed inatteso anno in NBA parlano di una media di 10 punti, 7 rimbalzi e 2.4 assist in 21.7 minuti (80 partite giocate, 55 come titolare), numeri che gli sono valsi la terza posizione nelle votazioni all’NBA Rookie of the Year e un posto nell’NBA All-rookie First Team.

 

 

Dopo un’estate intensa con torneo Preolimpico (in occasione del quale era stato eletto MVP della qualificata Serbia) e Olimpiadi (con la conquista della medaglia d’argento), la stagione 2016-17 iniziava con un esperimento da parte di Michael Malone, che vedeva le sue due torri balcaniche in campo contemporaneamente. Nikola Jokic in posizione di ala grande ad affiancare il bosniaco Jusuf Nurkic: un centro puro che occupava il posto di 5 titolare.

 

Presto tutti si erano resi conto che la convivenza di “Jurkic” in pista non apportava i frutti sperati, e soprattutto Jokic ne soffriva. Visto che Nurkic aveva iniziato meglio la stagione e che Jokic dava segnali di stanchezza, dal 12 novembre il serbo era stato relegato in panchina, e così per i 14 incontri successivi. Nikola non si era comunque lasciato perdere d’animo, mettendo a segno il suo massimo stagionale di 27 punti e 11 rimbalzi nella sconfitta contro i Dallas Mavericks del 12 dicembre. Dalla partita successiva Malone non ci aveva pensato più: il numero 15 tornava ad occupare il suo posto in quintetto, ma in un concetto di gioco distinto, nel quale iniziava a diventare il fulcro delle azioni offensive dei suoi, dando libero sfogo alle sue innate capacità di assistman. La tripla doppia era nell’aria: 27 punti, 17 rimbalzi e 9 assist il 19 dicembre nella vittoria contro Dallas, poi 22 punti, 10 rimbalzi e 8 assist nella sfida vinta contro gli Indiana Pacers disputata alla O2 Arena di Londra, in occasione degli NBA Global Games il 12 gennaio 2017.

 

 

 

La nascita del centro-playmaker

 

In poche settimane il front-office dei Nuggets aveva capito che Nikola Jokic sarebbe diventato il nuovo franchise-man e che il gioco doveva svilupparsi attorno a lui. Con questo in mente, si erano “liberati” proprio di Nurkic -  trade a Portland in cambio di Mason Plumlee, un giocatore dalle caratteristiche più compatibili con le nuove rotazioni e idee di gioco. Tutto l’impianto dei Nuggets era cambiato: il compito di Mudiay o Murray in posizione di playmaker era semplicemente quello di “portare su” la palla e passarla a Jokic: ci pensava poi Nikola a creare l’azione.

 

Il 3 febbraio arrivava la prima tripla doppia per Nikola, con 20 punti, 12 rimbalzi e 11 assist in occasione della vittoria contro i Milwaukee Bucks, la prima di una lunga serie, visto che Jokic di triple doppie ne avrebbe mandate a referto altre cinque nei due mesi successivi. Il 10 febbraio il serbo metteva a segno il suo career-high, convertendo 40 punti al Madison Square Garden in occasione della vittoria contro i Knicks. A Denver era ormai scattata la Jokic-mania, sentimento che iniziava a varcare i confini del Colorado e a destare l’interesse di analisti, appassionati e specialisti di NBA di tutto il mondo.

 

Con sei triple doppie Nikola Jokic terminava il 2016-17 quarto in questa speciale classifica dietro ad un Russell Westbrook da record (42), James Harden (22) e LeBron James (13). Le statistiche parlano di una stagione da sophomore con una media di 16.7 punti, 9.8 rimbalzi e 4.9 assist in 27.9 minuti di utilizzo in 73 partite (59 come titolare), arrivando terzo nelle votazioni per il Most Improved Player of the Year.
 

 

Consacrato ormai come stella dei Denver Nuggets sia dentro che fuori dal campo, il 2017-18 di Nikola Jokic è stato un anno in ulteriore crescendo. Dopo un’estate trascorsa a lavorare duro sulla propria forma fisica (e rinunciando quindi all’Eurobasket con la nazionale serba), di quel ragazzone in carne e sgraziato ormai non c’era più traccia, o quasi. Il brutto anatroccolo era diventato un cigno: un giocatore molto più bello da vedere ed evidentemente più maturo, capace di sobbarcarsi il peso della squadra nonostante fosse (ancora) il meno pagato di tutto il roster.

 

L’inizio di stagione era stato potente, suggellato dal nuovo career-high con 41 punti messi a segno contro i Brooklyn Nets il 7 novembre, venendo anche nominato dall'NBA miglior giocatore della settimana della West Conference. Dopo essersi perso sette partite a inizio dicembre per una distorsione alla caviglia, il serbo realizzava la sua prima tripla doppia annuale l’8 gennaio, con 22 punti, 12 rimbalzi e 11 assist nella sconfitta contro i Warriors. La tripla doppia, del resto, era diventata ormai un marchio di fabbrica, tanto che il giocatore ne aveva messe a referto ben nove nei tre mesi successivi.

 

Il 15 febbraio Jokic aveva raggiunto la tripla doppia con i Bucks quando mancavano ancora 1’54” alla fine. Del secondo quarto. Battendo così il record della tripla doppia più veloce della storia nell’NBA, con soli 14 minuti e 33 secondi (il primato precedente risaliva addirittura al 1955). Nella seconda metà di febbraio Jokic aveva portato a casa tre triple doppie consecutive.

 

Alla fine della stagione le statistiche parlavano di una media di 18.5 punti, 10.7 rimbalzi e 6.1 assist in 32.6 minuti (73 partite, tutte disputate come titolare).
 

 

Nonostante la mancata qualificazione ai Playoffs per i Nuggets, persa all’ultimo sospiro in un incontro diretto mozzafiato contro i Minnesota Timbewrolves, è chiaro che Nikola Jokic sia ormai il leader indiscusso del franchise. Il presente e il futuro del team. Il front office e lo staff tecnico del Colorado ne hanno preso ampiamente atto: il gioco della squadra gira attorno a lui e alla stella serba è stata offerta un’estensione contrattuale massima, per evitare che lo stesso giocatore si potesse convertire in free-agent la prossima estate. Una scelta non automatica: Denver avrebbe potuto posticipare la decisione, e forse risparmiare dei dollari. Ma quel che sicuramente non voleva correre era il rischio di perdere “The Joker”.

 

148 milioni in cinque stagioni: questo è quanto percepirà il giocatore, che durante le prime tre annate negli Stati Uniti incassava meno di M1.5$, salario minimo in base alla rookie-scale per un giocatore del secondo giro. Per non oltrepassare il salary cap, i Nuggets hanno dovuto prendere altre decisioni importanti, come prescindere da componenti storici della squadra con contratti “velenosi”: Kenneth Faried, finito a Brooklyn dopo sette anni a Denver, Wilson Chandler, ceduto ai Philadelphia 76ers dopo sei stagioni in Colorado, e Darrell Arthur, mandato sempre a Brooklyn, che a loro volta l’hanno ceduto ai Phoenix Suns.

 

Il futuro dei Denver Nuggets parla serbo, e ha nome e cognome: Nikola Jokic.

 

 

 

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