Bogdanovic, il talento made in Serbia

March 1, 2018

 

© Sacramento Bee / TNS

 

 

All'età di 10 anni Bogdan Bogdanovic viveva a Belgrado, quando ancora era indeciso se iniziare a giocare a calcio, oppure a basket - lo stesso sport che ha portato negli Stati Uniti due talenti come Peja Stojakovic e Vlade Divac. 


Sedici anni dopo "Bogi" si ricorda ancora che cosa stesse facendo e a che cosa stesse pensando quando è scoccata la scintilla.

"Stavo guardando la finale dei Mondiali del 2002" - ha ricordato Boganovic - " e siamo riusciti a vincere la medaglia d'oro con Vlade e Peja. E' stato un momento fantastico per il mio Paese. Quindi mi sono detto: giochiamo a basket!"


Il numero di giocatori non statunitensi nella NBA si sta riducendo sempre di più. Passando dai 108 giocatori internazionali da 42 nazioni differenti nella stagione 1989-1990, a circa un quarto dei 450 giocatori sparsi nelle 30 squadre della Lega. Nel corso degli ultimi decenni qualcosa è cambiato, a causa anche a causa dei vari problemi politici ed economici con cui abbiamo avuto a che fare. Prima del crollo dell'Unione Sovietica e della Jugoslavia nei primi anni '90, questi due paesi erano le forze dominanti della pallacanestro europea, la versione europea del dualismo Celtics-Lakers. Da una parte Arvydas Sabonis a rappresentare lo strapotere russo e dall'altra Divac, le cui orme furono seguite da Toni Kukoc, Zarko Paspalj, Dino Radja e dall'ultimo Drazen Petrovic.


Nei primi anni 2000, Steve Nash si ritrovava da solo a rappresentare un Canada che aveva fallito la qualificazione alle Olimpiadi del 2004. Oggi, invece, ci sono più giocatori canadesi in NBA che in qualsiasi altro campionato professionistico, con la Francia che segue con 10, l'Australia 8 e la Spagna 7. Mentre Germania, Croazia, Turchia, Serbia e Brasile sono rappresentate con 5 giocatori canadesi ciascuno.


"Se fossimo rimasti insieme, saremmo stati al livello degli Stati Uniti", ha dichiarato Divac. La vecchia Jugoslavia, infatti, conterebbe ben 14 giocatori in NBA, ovvero il numero più alto di giocatori non statunitensi.


Invece, la ricca tradizione di talenti serbi continua a crescere, grazie a Nikola Jokic e Bogdan Bogdanovic, il quale ha preso parte al "World Team" insieme al suo compagno di squadra Buddy Hield nel Rising Stars Challenge allo Staples Center di Los Angeles. Ha partecipato  anche un altro giocatore dei Kings, ovvero De'Aaron Fox, chiamato a sostituire l'infortunato Lonzo Ball nello "U.S. Team". Nonostante la velocità con cui si è adattato alla NBA, il viaggio che l'ha portato Oltreoceano può essere paragonato più ad una maratona che ad uno sprint.

 

In Serbia iniziano a giocare giovanissimi e imparano sin da subito a dare il massimo. Una volta presa la decisione di giocare a pallacanestro, Bogdanovic ha passato gran parte della sua adolescenza allenandosi d'estate quattro o cinque volte a settimana per otto ore al giorno.

 

"Negli anni '70 c'erano tre tipi di approcci al basket", ha dichiarato Igor Kokoskov, assistente serbo agli Utah Jazz e campione d'Europa con la nazionale slovena, nonché primo assistente in NBA non statunitense. "La scuola di pensiero americana cercava giocatori talentuosi, rapidi ed atletici. Quella russa si concentrava sul centro della squadra, circondato da tiratori. Infine quella jugoslava si basava sull'abilità del giocatore, a prescindere dal ruolo in campo. Con giocatori in grado di fare giocate, passare, eseguire scelte giuste, far muovere bene la palla e giocare di squadra. Per quanto riguarda gli allenamenti, in Jugoslavia ci si allenava due volte al giorno. Nessuno lo faceva, né al college né in NBA. Da nessuna parte. Un tratto distintivo di noi slavi è l'altezza. C'è una legge non scritta che recita 'Se non sei alto, non sei fatto per giocare a pallacanestro' ".


Ma l'aspetto più rilevante è, probabilmente, la qualità e la preparazione degli allenatori. Citando, per esempio, allenatori che sono delle leggende non solo in Europa, come Gregg Popovic, Don Nelson o Quin Snyder, questi sono stati influenzati, sotto alcuni aspetti, da coach della ex Jugoslavia come Dusan Ivkovic, Alexander Nikolic, Svetislav Pesic e Dusko Vujosevic.

 

"L'allenatore di riferimento per la mia generazione era Cosic", ha affermato il general manager dei Kings.

 

"Quando si è ritirato, gli è stata affidata la panchina della Nazionale. Ha conocato prima me quando avevo 17 anni, poi Toni Kukoc e Dino Radja. Sfortunatamente è morto giovane. A Cosic è subentrato Ivkovic, che gli era più o meno simile. Ora ci sono Obradovic e Djordjevic. Nonostante ora siamo un Paese di modeste dimensioni, riusciamo sempre ad arrivare in fondo ad ogni competizione, merito di un sistema forte e di allenatori preparati".


Secondo Bogi, ci sono un paio di coach che possono essere etichettati come "matti". Quando gli è stato chiesto se sia mai stato espulso in una partita, ha scosso la testa e ha affermato:

 

"Mi ricordo una volta che il coach mi ha cacciato quando giocavo per il Partizan. Si può trovare il video su YouTube, basta scrivere 'coach choking Bogdanovic'..."


Tutto vero. Vujosevic, allenatore della Bosnia e considerato come un eccellente allenatore, ha messo le mani al collo di Bogdan mentre si stava avviando verso la panchina. "Ha un problema di glicemia", ha spiegato Bogdanovic, come se chiarisse tutto.


La guardia serba dei Kings attribuisce la sua versatilità ai coach pretenziosi da cui è stato allenato - come, per esempio, Obradovic, Pesic, Djordjevic e Vujosevic. L'hanno aiutato a fare il salto di qualità, fino a raggiungere il Fenerbahce prima e la NBA dopo.


"Qua negli Stati Uniti gli allenatori lavorano di più individualmente, su come crearsi un tiro, per esempio. In Serbia è diverso. Si lavora su come passare la palla, come portare i blocchi e come rollare a canestro. Non ci sono distinzioni tra lunghi e piccoli. Tutti lavorano nello stesso modo, perché non si sa quanto un giocatore possa crescere o meno. Ci sono delle giornate in cui passiamo solamente la palla senza vedere neanche l'ombra del canestro. Questo spiega perché abbiamo giocatori di talento".


C'è, tuttavia, un qualcosa che non si può allenare, ovvero l'amore per il gioco.

Ci sono stati pochi giocatori che hanno giocato con la stessa felicità di Divac, una guardia in un corpo di un centro.

Oppure Stojakovic, un ragazzo simpatico e un ala piccola dal tiro da tre devastante.

 

Possiamo definire Divac come un Jokic prima di Jokic stesso, con i suoi passaggi raffinati, i movimenti in post, con un atteggiamento significativo. Peja era un degno erede di Petrovic, il fantastico talento della Croazia e dei New Jersey Nets morto tragicamente in un incidente stradale nel 1993.


Bogdanovic è ancora ai primi passi in NBA, ancora lontano dal crearsi un'immagine in questo mondo, nonostante la sua età (25) e il suo repertorio.

 

"Bogi è il giocatore più completo in tutta la Serbia, in campo è ovunque" - ha dichiarato di lui Divac.


La palla passa, quindi, ai due dirigenti dei Kings e alla fatidica serata di Indianapolis, ovvero quando la Serbia ha shockato il mondo, causando la rivoluzione a livello organizzativo del basket made in Usa e convincendo un ragazzo magrolino di Belgrado a giocare a pallacanestro.


"Non ho mai incontrato Vlade quando ero piccolo", ha aggiunto Bogdanovic.

 

"Vedevo sempre la sua immagine ovunque, all'aereoporto o sui manifesti pubblicitari sparsi per Belgrado. Rimane sempre il personaggio più popolare. Adesso gioco per Vlade e Peja? Beh, sicuramente non è male come cosa".

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Sacramento Bee, fondato nel 1857 nell’omonima città, è un faro che illumina il mondo Kings con approfondimenti quotidiani, riportati sul nostro sito grazie alla collaborazione avviata con Around the Game a ottobre 2017. Questo articolo, scritto da Ailene Voisine tradotto in italiano dalla nostra redazione, è stato pubblicato in data 15/02/2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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