Il boom di Jokic: e se fosse emersa solo la punta dell’iceberg?

September 19, 2017

Il serbo al secondo anno nella Lega è andato oltre ogni aspettativa. A 22 anni è già il giocatore offensivamente più efficace della storia dei Nuggets, in "soli" 27 minuti...

 

“Out from nowhere”: scelto con la 41esima chiamata da Denver due estati fa, Nikola Jokic è passato quasi inosservato, perlomeno ad un certo livello, fino a dicembre 2016. Poi l’esplosione, che in pochi mesi ha stravolto ogni programma in Colorado, dall’immediato al lungo periodo. I numeri parlano di un impatto offensivo senza precedenti e sono figli di un’eccezionale combinazione di qualità tecniche. E non è tutto, perché i margini di crescita sono ancora enormi.

Quello in arrivo sarà un anno importante per il centro dei Nuggets. Dovrà confermare le cose meravigliose mostrate nella scorsa Regular Season, legittimare le enormi aspettative in lui riposte dalla franchigia e dimostrare maggiore maturità.

Fisicamente e difensivamente, soprattutto, ci si attendono passi avanti se non il salto di qualità. Ma se The Joker sarà in grado di dare seguito ai miglioramenti mostrati nei primi 24 mesi, allora potremmo essere davanti ad un giocatore forse mai visto.

 

 

 

Rivoluzione copernicana

 

 

Dicembre 2016. L’iniziale esperimento Twin Towers, ovvero Jokic e Nurkic insieme, si è rivelato un fallimento, che ha portato Mike Malone ad escludere il primo dal quintetto. A inizio mese, però, il rendimento di Nikola è cresciuto in modo esponenziale e presto è tornato anche il posto nello starting five (questa volta non insieme, ma a discapito del bosniaco). La prestazione del 12 dicembre contro Dallas, in cui i 27 punti a referto sono solo parte del suo contributo, hanno “costretto” un cambio delle rotazioni. E un irreversibile cambio di rotta. In quella settimana il presente e il futuro della franchigia del Colorado sono cambiati.

 

Jokic ha reso in poco tempo Denver una squadra diversa, che improvvisamente muoveva la palla in modo efficace in attacco. La motion offense aveva un nuovo centro gravitazionale, un sole. Da quel momento in avanti, la squadra è stata in cima alle graduatorie NBA per offensive rating (113,3) e capace di realizzare una media di quasi 115 punti a sera. Sette giocatori hanno concluso la stagione in doppia cifra dal punto di vista realizzativo.

“Da quando è in quintetto, non c’è nessuno offensivamente meglio di noi nella Lega”, ha detto il presidente Tim Connelly.

 

A soli 21 anni, il suo impatto ha superato le più ambiziose aspettative. La sua efficacia nel pitturato era emersa, in parte, già da rookie. Ciò che ha cambiato le carte in tavola sono state le percentuali al tiro dalla media e lunga distanza. Non solo e non tanto per la soluzione realizzativa in sé, quanto per gli spazi sul campo che si sono spalancati per lui e per gli esterni dei Nuggets. Murray, Harris e Barton su tutti. Ha chiuso la stagione col 59% dal campo, 34% dall’arco e 82% in lunetta. A lato la sua mappa di tiro.

 

Le accresciute attenzioni nei suoi confronti delle difese avversarie hanno aperto il campo nell’attacco di Malone. E questo ha fatto sbocciare le qualità di passatore del serbo: non c’è vantaggio acquisito che le sue mani non possano concretizzare. Dal palleggio, spalle a canestro o nel traffico, quasi 6 assist personali a gara e il 28% di assist percentage (dato surreale per un lungo!). Dati, e non solo, che hanno fatto rapidamente del Joker il miglior centro della Lega in questo fondamentale .

“Se corro in campo, se mi muovo senza palla, segno canestri facili: Jokic mi sta rendendo la vita davvero semplice!” (Gary Harris)

Tutti gli attacchi, praticamente, sono passati da lui. Ha toccato la palla e concluso possessi offensivi più di tutti i compagni, playmaker inclusi. Con oltre 68 tocchi di palla a partita (contro i 58 di Mudiay e Nelson) e lo usage rate (stima delle giocate offensive della squadra effettuate dal singolo giocatore), 23,4%, più alto del lineup. Pochi giocatori in tutta l’NBA toccano la palla più volte di lui in 48 minuti... e ovviamente sono tutte point guard.

Praticamente non c’è niente che non sappia fare in attacco. Le letture tempestive della difesa e la capacità di concludere nel traffico lo hanno reso immarcabile in post. Da rimbalzo (altro dato statistico in cui è stabilmente in doppia cifra) è in grado di condurre la transizione. Sì, con la palla in mano… e 210 centimetri per 113 chili a spasso per il campo. A fine stagione solo Westbrook, Harden e LeBron hanno realizzato più triple-doppie di lui (6). Numeri che, sommati in un’unica stima, fanno di Jokic il giocatore con PER (Player Efficiency Rating) più alta nella storia della franchigia. Dopo due sole stagioni nella Lega.

 

 



Senz’altro vedremo, mese dopo mese, il ragazzo sempre più sicuro e consapevole dei propri mezzi. Capace di incrementare i viaggi in lunetta ed essere più predisposto al tiro da tre (ancora poco esplorato, rispetto alle potenzialità); e di mostrare maggiore duttilità tattica: vederlo impiegato con più confidenza anche da 4 dovrebbe essere cosa alla sua portata.

 

 

Diamante grezzo

 

 

Eppure, ci sono degli aspetti per cui Jokic ci ricorda la sua giovane età. Come naturale nello sviluppo di una futura superstar, il suo gioco, all’alba della terza stagione nella Lega, ha ancora delle lacune. Oltre che sotto il profilo tecnico, in realtà, anche e soprattutto dal punto di vista della presenza in campo.

In primis, mentalmente. Perché il serbo rappresenta il fulcro del progetto della società, come ha confermato proprio chi ne sta ai vertici: “è il tipo di giocatore su cui vogliamo costruire e il tipo di ragazzo su cui fondare il progetto”. Ed è proprio la seconda metà della frase a suscitare delle riflessioni. Troppo spesso nella scorsa stagione le partite dei Nuggets sono state influenzate negativamente dalla discontinuità emotiva del serbo: passaggi a vuoto, falli ed esternazioni di frustrazione ne sono stati frequenti esempi. Mike Malone ha bisogno di ben altro dal proprio primo violino.

 

E poi fisicamente. Perché è innegabile: agli standard atletici odierni, è necessario un corpo diverso da quello di Nikola. Il perfezionamento della condizione fisica potrebbe aiutarlo a superare molti limiti, tra cui sicuramente i sali-e-scendi di cui sopra e la sua relativa presenza - per usare un eufemismo - in una metà campo.

 

“Jokic un atleta? Io sono vecchio e grasso, ma posso saltare più in alto di lui.. su un piede solo”. (Jameer Nelson)

Le carenze difensive del classe ‘95 sono state ampiamente messe a nudo nel corso del suo sophomore year. E iniziano dalle posizioni fondamentali, spesso poco attive e apparentemente “pigre” (insufficiente e meccanico uso degli arti inferiori), che lo hanno esposto a frequenti problemi di falli (fattore che incide sul minutaggio).

 

Le collaborazioni sono di qualità intermittente e in questo caso sembra prima un problema di applicazione che di comprensione tattica. L’intensità delle giocate, soprattutto in aiuto, si è persa spesso durante i 48 minuti di gara. Per i Nuggets è stata una presenza troppo poco rassicurante, soprattutto per una difesa progettata per forzare con il proprio atteggiamento il ritmo gara, esponendo le capacità dinamiche dei propri lunghi.

 

Jokic non è - né probabilmente mai sarà - un cosiddetto “intimidatore” o un difensore particolarmente efficace in situazioni di cambio e mismatch. Quantomeno, però, deve diventare più “sostenibile” nella metà campo difensiva per coach Mike Malone. Soprattutto a fronte di un plausibile incremento di minutaggio (arrivando stabilmente oltre i 33) e in una Lega dove lo small ball non fa più eccezione. Denver, nelle due metà campo, ha bisogno innanzitutto di una stella il cui apporto sia costante e duraturo. In questo senso il finale della scorsa stagione è stato preoccupante: Jokic è arrivato a marzo… esausto. Malgrado un minutaggio relativamente basso, 28 minuti. Prima ancora che il 2017 entrasse nel vivo, ai Playoffs, palcoscenico che il suo talento merita.

Molte delle mancanze del Joker sembrano, comunque, parte del processo di maturazione - dando per scontato un certo tipo di lavoro fisico. Dopo l’exploit della scorsa stagione, attendersi altrettanti progressi è lecito se non doveroso. E sono proprio gli ampi margini di miglioramento a rendere il ragazzo ancora più promettente. Incoraggianti in quest’ottica sono le parole degli addetti ai lavori, che definiscono all’unanimità la sua “straordinaria etica del lavoro”.

 

 

 

Sistema Nikolacentrico

 

 

I Nuggets hanno scommesso su Jokic e le mosse estive lo confermano. La compatibilità col serbo è stata prima, seconda e terza priorità considerata nella valutazione dei free agent. L’arrivo di Millsap (che, grossomodo, colmerà in attacco il “vuoto” di 13 tiri a partita lasciato da Gallinari) è pensato per collaborazioni difensive e offensive il più possibile congruenti con le caratteristiche del numero 15. L’All-Star da Atlanta porta in Colorado pericolosità con ampio raggio d’azione in attacco e solidità difensiva.

A dirla tutta, comunque, il casting di Denver è iniziato a gennaio. Le rotazioni degli esterni hanno conosciuto diversi cambi di gerarchia e il reparto lunghi è stato stravolto a stagione in corso, più volte. Tutto intorno a Jokic, che ora è stato messo nelle condizioni per esprimersi al meglio delle proprie potenzialità.

 

Nelle settimane dopo l’All Star Game 2017, Nikola ha giocato un basket celestiale e Denver riparte, prima di ogni altra cosa, da questo. Alcuni giornali hanno caldeggiato soprannomi o etichette scomode, come “Magic Jokic” o best passing big man of all time. Troppo presto? Certo. Ma non è forse Jokic così forte, così speciale e determinante… troppo presto?

 

A prescindere dai paragoni, il futuro è ora, Joker.

Comincia il 18 ottobre a Salt Lake City, spalla a spalla con Rudy Gobert. Un primo impegnativo banco di prova per il lavoro svolto in off season.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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