C'eravamo tanto amati

May 6, 2018

Tutto quello che è (o potrebbe essere) successo tra Kawhi Leonard e i San Antonio Spurs, quello che c'è nell'aria per il giocatore e per la franchigia nelle prossime due estati, e una serie di questioni di contorno che rendono oltremodo interessante questa vicenda apparentemente senza fine.

 

 

L’idea che Kawhi Leonard potesse star (non) giocando la sua ultima stagione con la maglia dei San Antonio Spurs ha cominciato a farsi breccia tra i seguaci dell’NBA qualche mese fa.

 

Dopo essere rientrato a dicembre da un infortunio al quadricipite che lo aveva bloccato nella prima parte della stagione, Leonard ha giocato la sua ultima partita per i texani il 13 di gennaio contro i Denver Nuggets. Poi, il vuoto. L’annuncio che Kawhi avrebbe saltato qualche partita in più perché non si sentiva al 100% e il sorgere dei primi dubbi: tornerà in tempo per i Playoffs? C’è qualcosa che non sappiamo? Ci potrebbero essere dei problemi nel rapporto tra Leonard e gli Spurs?

 

L’assenza di risposte chiare da parte di alcuna delle parti in causa, e la quasi totale mancanza di comunicazioni in uscita dall’angolo di Kawhi non hanno fatto che aumentare la quantità delle persone che si ponevano quelle domande e la serietà del modo in cui lo facevano.

 

Dopo le nove partite giocate Leonard è stato apparentemente prossimo al rientro in almeno altre due circostanze, salvo poi fare sempre marcia indietro non sentendosi pronto, e decidendo di proseguire la riabilitazione. Non sarebbe più tornato, pur non venendo mai dichiarato fuori per la stagione.

 

Gli Spurs, prima di venire spazzati via al primo turno della postseason dagli Warriors orfani di Steph Curry, quest’anno hanno faticato come non mai per arrivare ai Playoffs. E ci mancherebbe altro, con un roster privo del proprio miglior rappresentante e una squadra spinta da un gruppetto di resilienti ottuagenari.

 

A metà marzo sulla stampa americana si parlò di una riunione di squadra aperta solo ai giocatori in cui alcuni senatori avevano chiesto a Kawhi di tornare e di aiutarli, mettendo in discussione il suo desiderio effettivo di giocare quest’anno e velatamente la sua soglia di sopportazione del dolore.

 

Le voci sul possibile addio di Kawhi a San Antonio da quel giorno non si sono più fermate.

 

 

L’infortunio della discordia

 

Tutto ruota intorno all’infortunio. Gli Spurs hanno guidato per tutta l’estate scorsa il percorso riabilitativo del giocatore, ma davanti a un recupero più lento del previsto e a un dolore che non scompariva, lo staff di Leonard ha deciso in autunno di richiedere un secondo parere medico.

Kawhi ha seguito quindi una riabilitazione che non era più sotto l’esclusivo controllo della sua squadra, e che lo ha portato ad essere pronto per il rientro a dicembre.

Dopo aver giocato nove partite (saltandone una su due per tutela) Leonard ha sentito che i problemi fisici non erano risolti e Popovich ha comunicato che il giocatore sarebbe rimasto fuori a tempo indeterminato. Questo era quanto andava fatto per proteggere la sua salute. Pop non disse, ai tempi, che a stabilirlo non era stato lo staff medico degli Spurs.

 

Non è raro che i giocatori professionisti davanti ad un infortunio chiedano una seconda opinione, esterna rispetto a quella fornita dallo staff medico della squadra. Anzi, spesso sono le squadre stesse, apertamente nel caso degli Spurs, a suggerire ai giocatori di avvalersi di questa possibilità, mettendo enfasi sull’importanza del pieno recupero del giocatore e sulla sua serenità nel momento del rientro.

Ma gli Spurs, che hanno fatto del proprio reparto medico e fisioterapico, della propria politica sulla prevenzione degli infortuni e della tutela dei giocatori un modello perfetto imitato dal resto della Lega, potrebbero non aver visto di buon occhio il desiderio di Kawhi e del suo “gruppo” (a cui come vedremo Pop ha fatto più volte riferimento negli ultimi tempi) di cercare un parere medico al di fuori dell’organizzazione; soprattutto dal momento che questo dopo la parentesi tra dicembre e gennaio ha portato a un progressivo slittamento del rientro del giocatore, alla fine mai avvenuto, e a un percorso riabilitativo che si è svolto lontano dalle strutture degli Spurs e dalla squadra, a New York, nella palestra dell’Associazione Giocatori.

 

Medici del team si sono recati nella Grande Mela a più riprese per verificare lo stato dei progressi di Leonard, ma non sono stati loro né lo staff tecnico di San Antonio a dettare le tappe. E Kawhi si è allontanato dalla squadra e dai suoi compagni tanto quanto si era fisicamente allontanato dal Texas. A rendere la situazione paradossale era la necessità per la squadra del ritorno di Leonard, e la totale mancanza di controllo da parte di essa sull’evoluzione del suo recupero.

 

“Certe volte ti senti come un alieno rispetto al resto del gruppo, e sei tu che devi fare uno sforzo per esserne parte” diceva Manu Ginobili a riguardo della distanza che si era creata tra Kawhi e gli Spurs. “Io non mi aspetto che ritorni. Giochiamo come se non dovesse tornare”. Concludeva. Così è poi stato.

 

Tony Parker è rientrato a novembre dopo otto mesi fuori e a seguito del team meeting di metà marzo ha dichiarato di capire come si sentisse Leonard: lui aveva sostenuto un infortunio dello stesso tipo “ma cento volte più grave” nella passata stagione. Dichiarazioni che inevitabilmente hanno gettato benzina sul fuoco. Perché per gli Spurs il decorso dell’infortunio della loro stella è incomprensibile.

 

Parker si è affidato completamente allo staff degli Speroni nella fase di recupero, chiedendo a R.C. Buford “perchè dovrei cambiare metodo proprio adesso, dopo essermi fidato per una vita di questa organizzazione?”, come riferito dallo stesso GM degli Spurs.

 

Di per sé, il chiedere un’opinione esterna non rappresenterebbe un problema, ma intorno all’infortunio di Kawhi Leonard e al controllo del suo decorso si è creata o perlomeno alimentata una guerra di posizione che ha minato le certezze sul futuro di una squadra che aveva fatto della compattezza il proprio marchio di fabbrica.

 

Mitch Frenkel, che insieme allo zio di Kawhi (Dennis Robertson) ne cura gli interessi, ha detto che l’infortunio di Leonard non è lo stesso occorso a Parker. Il fatto che a mesi di distanza dalla prima diagnosi i due team medici (quello della squadra e quello di fiducia dell’entourage del giocatore) si trovassero su posizioni diverse per quanto riguarda la materia stessa dell’infortunio e la conseguente riabilitazione, rende l’idea della complessa assurdità della questione. Si è aperto un contenzioso tra due parti che avrebbero anche a cuore gli stessi interessi, eppure sono state descritte nel tempo più lontane che mai da fonti sempre più attendibili.

 

Il “gruppo” di Kawhi si sarebbe lamentato di come gli Spurs non abbiano visto di buon occhio la consultazione con medici esterni “perché sentono di assumere i migliori in ogni campo e di fare le cose meglio di chiunque altro. Meritano questa reputazione e l’ego che ne consegue, ma non sono molto aperti mentalmente”. Ancora, le stesse fonti dicono che Kawhi e i suoi non sono contenti di come gli Spurs hanno allontanato e alienato il giocatore facendolo diventare “il cattivo” agli occhi dell’opinione pubblica.

Dall’altro lato, da fonti vicine agli Spurs si lascia intendere come la franchigia non sia stata contenta di vedersi tagliata fuori dal processo delle decisioni da prendere riguardo le cure e il futuro del proprio miglior giocatore, e qualcuno dice che “Kawhi è sempre lo stesso, il problema sono le persone che parlano per lui”.

 

Fino al 2016 a curare gli interessi di Leonard erano Mitch Frankel e Brian Elfus. Da quando però il secondo ha terminato la propria collaborazione professionale con il giocatore, a curarne gli interessi e la comunicazione quotidiana con la squadra insieme a Frankel è Dennis Robertson, lo zio di Kawhi. E da quel momento le cose avrebbero preso una piega fino a lì non prevista.

Elfus aveva buoni rapporti con la dirigenza di San Antonio e una situazione in qualche modo simile avvenuta nel 2014, quando per un altro infortunio il californiano e i suoi si erano sentiti di chiedere agli Spurs una seconda opinione medica (accordata dopo una iniziale resistenza); si era risolta con il giocatore che, dopo aver intrapreso un processo riabilitativo che lo soddisfaceva, era rientrato perdendo sole quindici partite e senza che la questione avesse strascichi.

 

Con il materializzarsi di Robertson nello staff ristretto di Kawhi i rapporti tra il front office della squadra e i rappresentanti del giocatore si sono raffreddati, e all’interno dell’organizzazione qualcuno ha cominciato a pensare che tra gli interessi del famigerato "gruppo" ci potesse essere quello di portarlo a giocare in un mercato più grande, tipo Los Angeles, New York o Philadelphia.

Lo “Zio Dennis” non è formalmente un agente NBA, ma secondo varie fonti avrebbe in passato coltivato il desiderio di far sorgere intorno al nipote un brand di LeBroniana stirpe. L’influenza che ha su Kawhi, per il quale è stato una sorta di secondo padre, è fuori discussione.

 

La questione della rappresentanza di Leonard ha quindi sicuramente contribuito a complicare la situazione,già di per sé non semplice. Frankel ha lavorato per tre decadi per la Impact Sports, un’agenzia che si occupa prevalentemente di giocatori di football e che mettendo sotto contratto Leonard ha tentato di espandersi al mondo del basket NBA. Con successo relativo, se si considera che l’agenzia è adesso in fase di ristrutturazione, molti agenti – tra cui Elfus – l’hanno abbandonata e gli altri due giocatori NBA che rappresentava, Will Barton e Taurean Prince, hanno deciso di cercarne di nuovi. Frankel rappresenta al momento Leonard pur non facendo più parte di nessuna agenzia. Fino al momento in cui lavorava per la Impact Sports anche Robertson aveva un contratto con la compagnia. Oggi è legato a Frankel da un contratto privato come consulente.

 

Lui e il nipote hanno condiviso investimenti immobiliari nell’aria di New York e lo zio è stato decisivo nel far saltare un accordo che Leonard stava sottoscrivendo con il brand Jordan, che lo avrebbe pagato 22 milioni in quattro anni. Troppo pochi.L’opinione di quest’uomo conta.

 

 

La situazione contrattuale

 

Se non dovesse prolungare il suo contratto con gli Spurs in estate Kawhi Leonard potrà diventare free agent nel 2019. A causa delle difficoltà (poi più o meno risolte) incontrate nel tentativo di liberare spazio salariale per l’estate 2018 dai Los Angeles Lakers, in molti hanno suggerito come la franchigia guidata da Rob Pelinka e Magic Johnson potesse indirizzare i propri radar sulla campagna estiva del 2019 e potesse fare proprio dell’ex San Diego State il proprio principale obiettivo. La situazione poco chiara tra Kawhi e gli Spurs ha poi fatto pensare che le grandi operazioni in casa Lakers potessero scattare addirittura con un anno di anticipo.

 

Dal canto suo San Antonio in estate potrà offrire a Leonard un’estensione di contratto da 217 milioni di dollari per cinque anni, che lo renderebbe il giocatore più pagato della storia della franchigia.

 

Possono offrire a Kawhi più soldi di chiunque altro e con un anno di anticipo: sarebbe difficile per chiunque rinunciare a tanti soldi soprattutto dopo una stagione come quella appena trascorsa. Se una tale offerta venisse formulata, le volontà di Leonard e del suo gruppo non sono però chiare.

 

E non è chiaro d’altronde se gli Spurs offriranno il super-max a un giocatore in apparente rotta con la società e i compagni, sulle cui condizioni fisiche non ci sono garanzie, se si è allontanato tanto dal Sistema sul cui rispetto si sono costruiti vent’anni di successi.

 

La proprietà degli Spurs dovrà accordare a Popovich e Buford il permesso per offrire tanti soldi a un solo giocatore, per quanto forte questi sia; il tutto al di là del fatto che la nuova proprietaria della franchigia al momento sta divorziando dal marito, nonché ex owner, ed è quindi impegnata in piuttosto urgenti questioni. Non è detto comunque che dopo una stagione e degli avvenimenti come quelli appena descritti una simile pratica sia una formalità. I dubbi ci sono da entrambe le parti.

 

 

Cose che di solito non succedono

 

Gli Spurs sono con e più dei New England Patriots la miglior franchigia dello sport americano degli ultimi vent’anni. Se dovessero centrare i Playoffs nella prossima stagione otterrebbero la ventiduesima gita consecutiva alla postseason. Eguaglierebbero un record detenuto nella NBA dagli attuali Philadelphia 76ers, che a cavallo tra gli anni 50 e 70 riuscirono a ottenere un simile risultato e nel corso del processo cambiarono città e nome.

 

Il successo indiscutibile di San Antonio è fondato su un sistema che ha saputo reinventarsi e che non contempla il concetto di democrazia, se non per quanto riguarda la spartizione delle attenzioni rivolte alla palla a spicchi sul terreno di gioco; ha al suo vertice uno dei più grandi allenatori e uomini di basket di tutti i tempi: Gregg Popovich, la cui posizione nella questione Leonard è ovviamente di primaria importanza.

 

Chi costruisce un sistema pressoché perfetto difficilmente sarà felice di vederlo messo in discussione.

I Grandi Sistemi, per essere tali, quasi sempre presuppongono un allineamento verticale. Quanto viene fatto a ogni livello del Progetto segue la filosofia e le indicazioni stabiliti ai sommi piani. I sommi piani dettano la linea laddove non controllano ogni aspetto dell’organizzazione. Ci si muove tutti nella stessa direzione, e difficilmente voci di conflitto (sempre che conflitto ci sia) giungeranno all’esterno. Se volete potete pensare alla Cina o alla Corea del Nord, per restare in ambito cestistico pensate agli Heat di Pat Riley o allargando al calcio al Milan di Berlusconi-Galliani. Ciò che avviene dentro ai Grandi Sistemi, che a volte contemplano l’idea di felicità ma quasi sempre quella di dittatura, rimane nei Grandi Sistemi. Quando questo non avviene, abbiamo un problema. O la crepa è molto grande, o l’impero si sta sfaldando.

 

Quella di lavare i panni sporchi in casa è una pratica in cui gli Spurs sono diventati negli anni campioni del Mondo, e quello che sta succedendo con Leonard è così interessante proprio per questo.

 

Popovich si è visto messo in discussione molto pesantemente al termine della scorsa stagione quando LaMarcus Aldridge, il giocatore più importante firmato in free agency dagli Spurs negli ultimi anni, è andato da lui e gli ha chiesto di essere ceduto.

Pop, con la proverbiale onestà, ha detto a Aldridge che sarebbe stato felice di cederlo se in cambio avesse potuto ricevere un Kevin Durant, ma dato che così non era, avrebbe cercato un modo per far quadrare per l’ex Trail Blazer l’imperfetta equazione della felicità, restituendo Aldridge a un gioco che sentisse più suo, meno imbrigliato nelle logiche sistematiche del consueto modo di stare sul campo delle squadre di Popovich. Risultato: autocritica di Pop che ammette di aver sbagliato con Aldridge, chiedendogli di essere chi non è. Rinnovo di LaMarcus e sua migliore stagione in maglia nero-argento.

 

La situazione di Leonard è molto diversa da quella di Aldridge, e il suo rapporto con Popovich rappresenta uno dei motivi per cui all’interno dell’organizzazione degli Spurs c’è ancora ottimismo circa le possibilità di trattenere Leonard. Ma neanche questo capitolo è così semplice.

 

Sul caso Leonard sono circolate voci incontrollate e di ogni tipo. Alcune riguaravano il suo rapporto con la squadra e l’allenatore:

 

- Leonard vorrebbe che Pop “cambiasse alcune cose” per rimanere con gli Spurs.

 

- molte tra le star dell’NBA, per quanto rispettino Popovich, non vorrebbero giocare per lui. Questo perché chi gioca per Popovich gioca come vuole Popovich.

 

- Popovich sarebbe più che pronto a cedere Leonard in estate e gli avrebbe negli ultimi tempi impedito di stare vicino alla squadra.

 

- Kawhi sarebbe stato in qualche modo giudicato dall’ambiente irrispettoso nei confronti dei propri compagni se fosse rientrato troppo a ridosso dei Playoffs.

 

E’ verosimile che in affermazioni del genere sia contenuta più menzogna che verità, ma già solo il fatto che si avesse una qualsiasi storia di gossip in uscita dal fortino degli Spurs (che sembrerebbe allo stesso tempo un’isola felice) aveva dell’assurdo, e rendeva queste voci tanto poco credibili in un primo tempo, quanto in realtà interessanti proprio per la loro rarità. Il tempo ha rivelato che una storia da raccontare, per quanto strana e tutta ancora in divenire, c’era.

 

Popovich ha dato sempre più l’impressione di essere impotente davanti a decisioni che non dipendevano da lui. L’allenatore (come qualche compagno e ben pochi altri all’interno della franchigia) ha mantenuto un contatto con Leonard in questi mesi e la sensazione di non aver mai perso davvero il rapporto.

 

Come detto, per lo staff medico degli Spurs Kawhi era pronto a giocare a dicembre e il giocatore non ha subito nuovi infortuni o ricadute. Semplicemente, sentiva che qualcosa non andava. Pop non ha voluto criticare apertamente Leonard per le sue scelte e l’inevitabile distacco che queste hanno provocato, ma il 15 di aprile ha detto che per sapere quando e se Leonard sarebbe potuto rientrare i giornalisti avrebbero dovuto interpellare il suo “gruppo”. Come nel caso delle dichiarazioni di Parker, le parole non casuali di Pop oltre a descrivere una verità oggettiva hanno reso manifesta una distanza fino ad allora solo immaginata così profonda.

 

 

Gli Spurs hanno più volte voluto far sapere che secondo loro c’era qualcosa di strano e troppo fuori dal loro controllo che stava accadendo.

Un articolo di ESPN riporta come R.C. Buford avrebbe detto a una fonte di non dormire la notte, pensando a come e quando il rapporto con Leonard si può essere incrinato. 

 

In una rara apparizione pubblica il 7 di marzo, Leonard aveva dichiarato che l’unico motivo per cui non stava giocando era ovviamente una condizione fisica che non glielo permetteva, e che poteva tranquillamente immaginarsi di chiudere la carriera con la maglia degli Spurs. Stava dicendo sostanzialmente le stesse cose il 21 di marzo durante una partita casalinga di San Antonio contro Washington, quando un membro dello staff degli Spurs, che non poteva sentire cosa stesse dicendo vedendolo parlare con un giornalista si è messo in mezzo e lo ha portato via. Da allora Leonard non ha più parlato, ed è tornato a New York.

 

Fonti vicine al ragazzo hanno fatto sapere che Kawhi sarebbe rientrato a San Antonio qualora Popovich avesse deciso di allenare in una delle partite successive alla morte della moglie, per stare vicino al proprio coach in un momento simile. Saputo che così non sarebbe stato, ha deciso di rimanere sulla East Coast e proseguire con il lavoro in palestra.

 

 

Che cosa ci aspetta

 

Tutto quanto sarà stato detto e scritto sulla storia tra Kawhi Leonard e gli Spurs potrà rivelarsi superfluo se Leonard rimarrà a San Antonio. Questo enorme gioco di equivoci sarà finito e il gruppo di Leonard, il giocatore, e la squadra avranno deciso che gli interessi di tutti sono ancora gli stessi, e che si può stare, felici, insieme.

 

Affinché questo avvenga ci sono però dei passi da compiere e dei rapporti da chiarire, ed è verosimile che Kawhi si aspetti garanzie da parte degli Spurs sulla futura competitività della squadra; perché se è vero che Popovich trasforma il fango in oro, è vero anche che negli ultimi anni i texani hanno riempito il salary cap confermando e pagando giocatori ancora in parte magnifici ma ben lontani dai loro anni migliori e dal livello dell’elite della Lega.

 

Non è poi dato sapere per quanti anni ancora Popovich voglia allenare. Aveva più volte detto in passato che si sarebbe ritirato con Duncan, ma proprio la comparsa di Leonard ha contribuito a tenerlo lontano dall’idea dell’addio, e al momento del rinnovo di Kawhi nel 2015 Pop gli aveva promesso che al timone della squadra sarebbe rimasto lui.

 

Come ci insegnano i casi di Paul George, Kyrie Irving ed Eric Bledsoe, i giocatori che manifestano la volontà di non rimanere in una squadra, non ci rimangono. Se il numero 2 di San Anyonio dovesse far intendere di non voler rinnovare il proprio contratto con gli Spurs, una trade sarebbe l’unica opzione. Allo stesso modo, se gli Spurs non avessero intenzione di rinnovare il contratto di Leonard, cercherebbero di cederlo subito.

 

Ma come si scambia un giocatore come Leonard?

 

Innanzitutto, in caso di trade, il potere di scegliere il chi e il come ce l’hanno gli Spurs.

Ciò che verrà eventualmente fatto intendere dai rappresentanti di Leonard ai front office rivali è molto importante. Il fatto che Kawhi sia a un anno dalla free agency condiziona le valutazioni e potrebbe intimidire molte squadre, soprattutto qualora venisse fatto intendere che Leonard sarebbe interessato a firmare solo con poche e ben precise franchigie. Gli Spurs, verosimilmente, potranno ottenere di più da una squadra convinta di poter rifirmare Kawhi.

 

Va detto però che di Paul George si diceva che avrebbe firmato solo con i Lakers, eppure OKC si è presa un rischio convinta di poter convincere l’ex Pacer a rimanere in Oklahoma con una stagione di tempo, ed è riuscita ad imbastire una trade che ai tempi sembrava molto vantaggiosa, e questo proprio grazie alla situazione contrattuale di PG13.

 

A meno che Leonard non faccia intendere chiaramente di voler giocare per una squadra e una soltanto, e persino in quel caso, è difficile pensare che non ci sarà la coda per provare a portare a casa un giocatore del suo livello qualora gli Spurs decidessero di rinunciarvi.

 

Popovich nel 2008 si indignò pubblicamente per la trade che aveva coinvolto Pau Gasol, i Memphis Grizzlies e i Los Angeles Lakers, e ha sempre evitato di fare trade che potessero rafforzare rivali della Western Conference.

Se Leonard dovesse lasciare San Antonio, in estate ci sono squadre che possono offrire pacchetti ben più allettanti di quanto hanno la possibilità di fare i tanto chiacchierati Los Angeles Lakers (che dovrebbero comunque separarsi da giocatori dei quali non si vogliono privare; i Lakers vogliono costruire attraverso draft e free agency per ora, sembrerebbe).

 

Rimanendo nella Western Conference, la squadra messa meglio per mettere in piedi un’offerta talmente importate da far vacillare Popovich e il suo credo sono i Phoenix Suns, che dispongono di talenti interessanti (Devin Booker, Josh Jackson, Marquise Chriss, TJ Warren e Dragan Bender) e avranno una scelta molto alta al draft.

 

Boston e Philadelphia sono le due squadre che più di qualunque altra sembrano avere i pezzi necessari per mettere insieme un’offerta difficile da rifiutare, e rispetto ai Suns potrebbero avere più chance di trattenere Leonard oltre il 2019. Ne vorranno però avere la certezza prima di separarsi dai giocatori e dalle scelte che gli Spurs eventualmente chiederanno loro in cambio.

 

Qualora il rapporto tra gli Spurs e Leonard non dovesse ricucirsi nei prossimi mesi, se una squadra, meglio se della Eastern Conference, mettesse sul piatto la giusta combinazione di talento e scelte – una merce che al momento agli Spurs potrebbe interessare e non poco – potrebbe portare a casa uno dei migliori giocatori della Lega. Ma potrebbe anche succedere tutto il contrario. Dipenderà da cosa c’era davvero dietro a una serie di strani movimenti, e da che tipo di danni saranno stati fatti quando verrà il momento di contarli.

 

Per ora ci sono un infortunio, due diagnosi divergenti, un decorso complicato, un contratto di breve durata, uno dei migliori giocatori del Mondo e il possibile più grande coach di tutti i tempi.

Tutte le voci che possono scatenarsi per la serie di elementi elencati sopra e una battaglia di interessi e di potere.

Ci sono sistemi messi in discussione, e scelte molto importanti che devono essere fatte.

C’è un giocatore che potrebbe non fidarsi più della sua squadra e una squadra che potrebbe aver perso fiducia nel suo miglior giocatore.

 

Tra il Texas e New York sta succedendo tutto questo, e tra qualche mese sapremo come è andata a finire: Kawhi Leonard e gli Spurs devono guardarsi negli occhi e decidere il proprio futuro.

 

 

 

 

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