Come eravamo: la stagione 1998-1999

August 12, 2018

Esattamente vent’anni fa, un lunghissimo lockout teneva in scacco la stagione, mettendola seriamente a rischio. Un momento cruciale per la Lega, un anno decisivo che ha segnato il passaggio dalla Golden Age all’era moderna.

 

 

I cellulari sono merce rara, internet non ha ancora cambiato faccia alla nostra civiltà, nelle sale cinematografiche “Armageddon” e “Salvate il soldato Ryan” sbancano i botteghini e le radio di tutto il mondo ci tormentano con i Backstreet Boys e Ricky Martin.

 

È l’alba dell’estate 1998.


Al Delta Center di Salt Lake City, Michael Jordan tiene a ricordarci che sarà pur nato da un padre e una madre come tutti noi ma per il resto nient’altro ci accomuna. Rapina Malone, si porta nella metà campo offensiva, incrocia in palleggio, con quella poetica spintarella a Bryon Russell, alzandosi per quello che verrà ribattezzato come l’ennesimo The Shot della sua carriera.

I ragazzi di Phil Jackson non hanno ancora sollevato il Larry O’Brien Trophy, il sesto in otto anni, che negli ambienti NBA comincia ad aleggiare una grande aria di cambiamento, più un vento furibondo, che spazzerà via tutte le certezze degli ultimi vent’anni.

Il game-winner di MJ è un vero e proprio spartiacque generazionale, lo stesso punto di non ritorno rappresentato, vent’anni prima, dai due Draft consecutivi che hanno portato tra i pro Larry e Magic, in grado di riappacificare il mondo intero con una Lega che perdeva consensi.

 

La stagione 1998-99 inizia quella sera, anche se, per la verità, non comincia affatto.


Proprietari e Associazione Giocatori iniziano una lunga disputa legata alla ridiscussione del contratto collettivo, dando vita a un braccio di ferro estenuante lungo sette mesi che per la prima volta rischia di non far disputare un’intera stagione di un campionato professionistico americano. 


Prima di capodanno, il commissioner David Stern è convinto che non si giocherà, tale è la distanza tra le parti. Impone come data ultima per trovare un accordo il 7 gennaio, oltre il quale non sarebbe praticabile l’organizzazione di una regular season.

 

Il motivo della tenzone è piuttosto semplice.

I proprietari vogliono cambiamenti nel sistema del salary cap, oltre a un tetto agli stipendi individuali. L’Associazione Giocatori si oppone, cercando di ottenere aumenti per i giocatori con il minimo salariale e per i rookie.
 

 

Il 6 gennaio, il giorno prima della deadline stabilita da Stern, il presidente della Players Association Billy Hunter accetta le proposte del consiglio dei proprietari, facendo tirare una sospiro di sollievo al commissioner.

 

Il nuovo contratto prevede un tetto agli stipendi individuali a seconda degli anni di esperienza nella Lega; vengono introdotti aumenti per i rookie, seguendo una scala a seconda della loro scelta al Draft; vengono mantenute tutte le eccezioni salariali, la più celebre la Larry Bird Exception, possibilità cioè di sforare il salary cap in caso di rinnovo contrattuale di un giocatore già in rosa (a patto che questi abbia giocato almeno tre stagioni consecutive nella stessa squadra); il minimo salariale viene aumentato, arrivando a 287k $.

 

Prende così il via una folle stagione di 50 partite, compresse in soli 89 giorni tra febbraio e maggio, con conseguente annullamento dell’All Star Game.

 

“È stato surreale, chi non ci è passato forse non si rende conto di quanto sia difficile mantenere un ritmo del genere.”
(Jerry Sloan, coach degli Utah Jazz)


A perderci è l’appeal della Lega.
I rating televisivi e le presenze nelle arene crollano vertiginosamente e ci vorranno diversi anni perché l’affetto dei tifosi torni ad essere quello del pre lockout.

Affetto che viene minato sia dalla perdita di quasi 500 partite di regular season, sia da diverse gaffe dei giocatori durante le “vacanze” forzate. Patrick Ewing, in un’intervista durante una partita di beneficienza, afferma che la NBPA non può concedersi passi indietro sugli stipendi perché “i giocatori guadagnano sì tanto, ma spendono anche moltissimo”

Gli si accoda, in quanto a impopolarità, Kenny Anderson che dichiara al New York Times di essere costretto a vendere una delle sue otto automobili per tirare avanti: “Bisogna stringere la cinghia!”


La faccenda assume contorni grotteschi tanto che c’è chi comincia a scherzarci sopra.
La Sprite se ne esce con un esilarante spot, protagonisti un giovane Tim Duncan e Grant Hill, che prende in giro la “disoccupazione” delle stelle NBA, invitando i fan ad assumere i loro beniamini per lavoretti domestici in cui la loro altezza può rivelarsi utile.

 

 
Il mondo cestistico si è appena ripreso dall’infinita trattativa quando deve assorbire un’altra notizia deflagrante, nell’aria da diverso tempo: il 13 gennaio 1999, in una conferenza stampa più simile a un funerale di stato, Michael Jordan dà l’addio, il secondo, alla pallacanestro.

 

Ancora una volta si ritira al top, dopo un titolo NBA e quello di MVP, lasciando la Lega disorientata e costringendola a guardare avanti dopo la Golden Age di cui His Airness è stato simbolo supremo.
Nonostante le spedizioni disperate di David Stern e del chairman di Nike Phil Knight, che piombano sui campi da golf in cui Jordan passa la maggior parte del suo tempo libero, la decisione è presa e nulla gli farà cambiare idea.

Fisicamente sta una favola ma a livello mentale e di motivazioni Michael è svuotato e sente di avere poco da aggiungere alla sua gloriosa carriera.

 

Inoltre, l’allontanamento di Phil Jackson da parte del GM Jerry Krause, con cui mai è andato d’accordo, sembra aver giocato un ruolo decisivo nella scelta.

Il Maestro Zen viene sostituito dall’esordiente Tim Floyd, proveniente da Iowa State University, non lasciando ai Big 3 altra possibilità che recepire il messaggio e guardare oltre: MJ saluta tutti, Rodman si unisce ai Lakers e Pippen ai Rockets, forzando i Bulls a una fase di rifondazione inevitabile, per quanto sofferta.

 

Il 5 febbraio, finalmente, si comincia e tutti questi cambiamenti fanno sì che vi siano i presupposti per una corsa al titolo più aperta che mai.


Lo smantellamento a Windy City fa tirare un enorme sospiro di sollievo a tutta la Eastern Conference: diverse squadre si ringalluzziscono, tornando a sognare delle Finals diventate una chimera. 


Pacers e Heat sono le maggiori favorite, chiudendo la stagione appaiate con il record di 33-17: i primi guidati dal solito ineffabile Miller, i secondi, dall’asse Tim Hardaway-Alonzo Mourning. 

Anche i New York Knicks sembrano in grado di dire la loro, aggiungendo alla solida triade Allan Houston-Larry Johnson-Patrick Ewing, l’uomo più discusso di tutta la Lega.
 

 

L’ultima partita di Latrell Sprewell è datata 29 novembre 1997. 

Due giorni dopo, durante un allenamento, il coach dei Golden State Warriors P. J. Carlesimo, noto per i metodi bruschi, lo invita a “aggiungere un po’ di mostarda” (!) al suo gioco. Latrell non è in vena di critiche: afferra l’allenatore per il collo per poi colpirlo al volto prima di essere allontanato dai compagni.

Ne risulta una squalifica per l’intera stagione.


Il GM Ernie Grunfeld si prende la responsabilità di metterlo sotto contratto e la stagione inizierebbe anche sotto i migliori auspici, non fosse per alcuni infortuni proprio a Spree e il sindaco Ewing che mettono addirittura a rischio la partecipazione della squadra ai Playoffs. Jeff Van Gundy suda freddo, ma con sei vittorie nelle ultime otto partite stagionali, i newyorchesi riescono a centrare l’ottavo posto a Est, qualificandosi per la post season in modo davvero rocambolesco.

 

Sull’altra costa, la corsa è ancora più interessante.
Gli Spurs delle Twin Towers Duncan-Robinson vanno come vaporetti; i Lakers stanno gettando le basi per quello che sarà, e sembrano già pronti per qualcosa di grande; gli Utah Jazz vengono da due finali consecutive e vogliono competere, guidati dalla solita vecchia guardia Stockton-Malone (che vincerà il premio di MVP stagionale); anche i Portland dei primi Jail Blazers, con il loro carico smodato di talento, possono e vogliono dire la loro.

 

Intanto l’altra sponda di Los Angeles si è accaparrata la prima scelta di un Draft con diversi giocatori interessanti: Vince Carter, Paul Pierce, un misterioso Dirk Nowitzki e Mike Bibby.

 

La scelta dei Clippers grida ancora vendetta: viene selezionato Michael Olowokandi, gigante nigeriano, cresciuto in Inghilterra, che ha toccato una palla da basket per la prima volta a 18 anni…

In attesa che la stagione ricominci, Olowokandi riceve diverse offerte dall’Europa, per una soluzione temporanea simile a quella dei tanti giocatori venuti nel vecchio continente durante il lockout del 2011.

 

Decide di accasarsi a Bologna, sponda Virtus, squadra reduce dalla doppietta Campionato-Eurolega, che gli offre un contratto da oltre un milione di dollari: per le sei partite disputate (tutt’altro che indimenticabili), Olowokandi può considerarlo un discreto affare.

Tornato negli States, i suoi Clippers partono 0-17, per chiudere la stagione con un drammatico 9-41: pochi anni dopo, il nigeriano chiuderà anzitempo una carriera che non gli ha certo regalato la gloria eterna, ma 38M $ di guadagni totali, questo sì.


Nel frattempo, nella California del Nord, i Sacramento Kings guidati da Rick Adelman vogliono portare la Lega nel nuovo millennio, con ritmi vertiginosi, lunghi che giocano da guardie e una ARCO Arena sempre piena: sono “The Greatest Show On Court”.

 

L’8 maggio comincia la post season e il primo turno al meglio delle cinque partite presenta già diversi colpi di scena.

I Knicks scacciano i timori dei propri tifosi eliminando in un clamoroso upset la numero uno Miami, consacrando la propria storica impresa con una tiratissima gara 5, decisa dall'incredibile runner di Allan Houston a meno di un secondo dalla fine.

 

 

I Philadelphia 76ers, tornati ai Playoffs per la prima volta dal 1991 e per la prima volta dall’avvento di Allen Iverson, eliminano piuttosto nettamente i ben più quotati Orlando Magic, con The Answer che viaggia a quasi 30 di media alla sua prima serie di Playoffs in carriera.

 
Al turno successivo, Knicks e Indiana spazzano via per 4-0 entrambi i loro avversari (rispettivamente Hawks e 76ers), ritrovandosi in finale di Conference per l’ennesimo epico scontro tra queste due franchigie, che tante emozioni hanno regalato negli anni ‘90.

 

New York dimostra di essere una squadra in missione, sbancando subito la Market Square Arena di Indianapolis in gara 1.

Si mette di mezzo il destino, visto che gara 2 sarà l’ultima partita della stagione per Patrick Ewing, che subisce una lacerazione del tendine d’Achille.
I Knicks perdono il loro leader spirituale e la partita, ma ritrovano una guida e il favore della provvidenza in gara 3 grazie a Larry Johnson. A meno di 11 secondi dalla fine i Pacers conducono di tre lunghezze quando l’ex Hornets si alza da tre punti, trova il contatto di Antonio Davis, manda a bersaglio il canestro, subendo il fallo, segnando anche il libero supplementare. 

 

 

“Allah akbar”.
Una miracolosa giocata da 4 punti che regala la vittoria 92-91 e lancia i Knicks verso le Finals, completando la serie in sei partite, con una leggendaria ultima partita di Allan Houston, chiusa con 32 punti e una difesa perfetta su Reggie Miller, tenuto a 3/18 al tiro.


Per la prima e a oggi unica volta nella storia, una squadra all’ottavo posto del seed accede alle Finals.

A sfidare i Knicks sono i San Antonio Spurs, che travolgono gli avversari per tutta la postseason. Dopo la sconfitta in gara 2 al primo turno contro i Timberwolves, arrivano 10 vittorie consecutive, annientando gli emergenti Lakers e spazzando via senza troppi patemi anche Portland, con l’eccezione del leggendario Memorial Day Miracle di Sean Elliott in gara 2.

 

Appena iniziano le Finals, è chiaro a tutti che per i Knicks sarà davvero difficile contrastare la fisicità degli Spurs, soprattutto nel parco lunghi, essendo privi di Ewing e lasciando il solo giovane Marcus Camby a combattere contro un Duncan da 27 e 14 di media nella serie e un David Robinson da 17 e 12.

Sprewell è memorabile, trascina i compagni con la sua selvaggia intensità in attacco e in difesa; è l’ultimo ad abbandonare la nave, ripagando clamorosamente la fiducia di Grunfeld.

 

Ma il cuore non è sufficiente. 

La serie si chiude con un 4-1 che non ammette repliche: Duncan vince il titolo di MVP delle Finals e la dinastia a intermittenza degli Spurs di Popovich può avere inizio.

 

 

Si chiude così la stagione più sofferta nella storia della NBA, quella che Phil Jackson definì “la stagione con l’asterisco”, che andrebbe posto accanto al nome dei campioni negli annali.

Il suo ex pupillo Steve Kerr, membro di quegli Spurs, gli risponde per le rime: “Io non vedo asterischi sul mio anello…”. Parole che risuonano nella testa del Maestro Zen e che forse gli servono da stimolo per convincersi a tornare l’anno successivo, nella Città degli Angeli, pronto per un altro threepeat.
 

Ha inizio una fase nuova della Lega, molto meno traumatica di quanto si poteva pensare.

L’eredità di un eroe dai tratti mitologici come MJ viene raccolta da un ampio spettro di campioni. Se Shaq e Kobe sono i più "smaccati", anche l’impronta indelebile, seppur discreta, di Duncan, il carisma non misurabile di The Answer, l'atletismo devastante di Vince Carter, l’improbabile leadership di Steve Nash (coronata dal back-to-back MVP) fino allo sbarco di LeBron, trascinano l’NBA in una nuova epoca, che brilla per livello qualitativo medio e per spettacolarità, dando ai fan la possibilità di innamorarsi di innumerevoli e diversissimi stili di approccio al Gioco.

Guardando una partita della stagione 1998-99 sembra quasi di assistere a un altro sport.
Del resto il basket continua a insegnarci che una singola stagione (o un singolo giocatore) possono tracciare una nuova direzione, capovolgendo ciò che si è visto fino a quel momento, mostrando una nuova via che diventa norma negli anni a venire, prima di un altro sconvolgimento.


A noi non resta che rimanere ricettivi e goderci lo spettacolo.

 

 

 

 

 

 

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