Contract Year: le 10 situazioni più interessanti

September 19, 2018

Nel cosiddetto "Contract Year", ovvero l'ultima stagione garantita dentro un contratto pluriennale, i giocatori NBA si giocano una grossa fetta del loro destino professionale. E, spesso, decine di milioni di dollari. Ecco i 10 casi secondo noi più interessanti da seguire nella stagione in arrivo.

 

 

Perfezionare il biglietto da visita. Riabilitare la propria immagine. Convincere chi ha dei dubbi, sciogliere le perplessità, sconfiggere demoni interiori, superare i propri limiti. Dare prova di un'avvenuta maturazione, dei recenti miglioramenti, dell'integrità fisica, della giusta mentalità. Sono molto diverse le situazioni e le motivazioni che possono spingere i giocatori NBA nell'avvicinamento all'ultimo anno previsto dai rispettivi contratti. Un solo comune denominatore: dimostrare.

 

Chi fisicamente, chi tecnicamente, chi caratterialmente: quelli in arrivo sono per molti atleti della Lega i mesi in cui dimostrare qualcosa; in cui giocarsi la prima parte di una partita che si concluderà non sul campo, ma alla scrivania, a partire dall'1 luglio dell'anno prossimo, quando sarà aperta la Free Agency 2019.

 

Ecco dieci giocatori che si affacciano all'inizio della Regular Season 2018/19 con tante speranze e, spesso, altrettante incognite. 

 

 

 

10. Justise Winslow

 

L'ala degli Heat, arrivata da Duke, è entrata in NBA nel Draft del 2015 con grandi aspettative - tanto da far "perdere la testa" al GM dei Boston Celtics, Danny Ainge (non proprio il primo arrivato, se parliamo di scelte al draft). Aspettative che, in ogni caso, Winslow ha legittimato soltanto in parte durante i suoi primi tre anni nella Lega.

 

Sicuramente il suo processo di crescita è stato frenato dai problemi fisici che nella stagione da sophomore lo hanno costretto ai box per 64 partite di Regular Season, dopo un'annata da rookie in cui aveva dimostrato qualità interessanti in entrambe le metà campo e soprattutto enormi margini di miglioramento. Nel 2017/18 Justise è partito in quintetto soltanto 25 volte, con un impiego medio intorno ai 24 minuti per gara, a dimostrazione del fatto che i previsti miglioramenti si siano fatti attendere più del previsto. 

 

Dopo aver tirato con il 25% dall'arco nei 24 mesi successivi al "grande salto", però, Winslow ha concluso la scorsa stagione con un incoraggiante 38% da tre punti e con qualità di ball-handling vistosamente affinate. Quest'anno dovrà dimostrare di poter mantenere percentuali del genere e di essere in grado di incrementare la propria produzione offensiva con un minutaggio superiore - sempre che coach Spoelstra gli conceda più spazio, considerando la crescita di Josh Richardson e la presenza "ingombrante" di un Dion Waiters al ritorno dall'infortunio. E dovrà trasformare in effettivo il potenziale ancora espresso soltanto parzialmente nella metà campo difensiva, in cui ha le possibilità fisiche e tecniche per marcare avversari in almeno tre ruoli ed essere un fattore determinante.

 

Sicuramente diventare un tiratore affidabile, un difensore efficace e duttile, e magari un attaccante più completo renderebbe il 22enne molto più appetibile durante la prossima estate. Soprattutto se riuscisse a dimostrare di poter essere questo tipo di giocatore partendo in quintetto in una squadra da Playoffs nella Eastern Conference e in un sistema come quello di Erik Spoelstra.

 

Fino al 15 ottobre a Justise potrebbe essere offerta un'estensione contrattuale, altrimenti il giocatore sarà restricted free agent al termine della stagione. Chi potrà scommettere, e quanto, su Winslow dipenderà in larga misura da quello che ci farà vedere nei prossimi mesi. I GM alla finestra non mancano.

 

 

9. Willie Cauley-Stein

 

La crescita di WCS nei suoi primi tre anni in NBA è stata tutto tranne che continua. Ma a tratti, comunque, esponenziale.

 

Il centro dei Kings ha dichiarato che il suo approccio al basket e agli allenamenti cambierà radicalmente nel corso della stagione in arrivo, in cui è determinato per fare il salto di qualità e mettere in mostra "consistenti miglioramenti"; il tutto entro la Free Agency 2019, in cui sarà RFA con una qualifying offer da $6.25M. 

 

Willie si dividerà il campo con Zach Randolph (che coppia... "finché morte non li separi"!), il rookie Marvin Bagley, seconda scelta assoluta nel Draft 2018, Kosta Koufos e Skal Labissière. Lo spazio - malgrado i progetti dei Kings non siano stati chiarissimi, soprattutto lì sotto, negli ultimi due anni - non dovrebbe mancare per Cauley-Stein, un giocatore che ha dimostrato di essere maggiormente efficace partendo in quintetto e con un ampio minutaggio, come confermano le sue statistiche proiettate su 36' - decisamente migliori nelle gare da starter con 30+ minuti d'impiego.

 

 

Dal centro dei californiani ci si aspettano miglioramenti importanti, soprattutto in termini di gioco spalle a canestro, protezione del ferro (che può incrementare, con un fisico e un atletismo simile), presenza a rimbalzo e continuità di rendimento. La coesistenza con Bagley, poi, sarà un altro fattore determinante per le scelte di Vlade Divac a fine anno. 

 

L'era dei "rim protector" sembra per molti essersi esaurita, è vero. Ma se il big man fosse protagonista di una crescita davvero "consistente", come ha promesso, allora durante l'estate 2019 potrebbe fare gola a molte franchigie della Lega, soprattutto considerando che le generali disponibilità salariali dei front office saranno molto superiori rispetto al 2018. E allora i Kings che faranno?

 

 

8. Nikola Mirotic

 

Anthony Davis, Jahlil Okafor, Nikola Mirotic e Julius Randle: questo l'elettrizzante parco lunghi (completato da Cheick Diallo e Alexis Ajinca) a disposizione di coach Alvin Gentry nell'edizione 2018/19 dei suoi Pelicans.

 

Dell Demps, attuale General Manager della franchigia, ha sottolineato in una recente intervista che AD, il montenegrino (naturalizzato spagnolo) e l'ex Lakers sono tre lunghi in grado di giocare insieme e migliorarsi vicendevolmente. Come dargli torto, in presenza di tre attaccanti atipici, dal raggio d'azione tanto ampio e così completi offensivamente. Tutto questo dovrà essere trasferito, però, in campo. Rotazioni e gerarchie saranno da definire ed è prevedibile che Mirotic, con Randle come alternativa, vedrà ridotto il proprio minutaggio rispetto all'annata passata.

 

Dopo una prima parte di stagione a Chicago segnata, sì, dal pugno di Bobby Portis, ma soprattutto da un rendimento straordinario nelle 25 partite dopo il rientro (16.8 pgg, 43% 3pt in 24' di utilizzo), Nikola è stato scambiato prima della trade deadline a New Orleans. In Louisiana ha disputato un finale di Regular Season decisamente soddisfacente e dei Playoffs di alto livello: oltre 18 punti di media nel primo turno contro i Blazers, tirando con il 46% da tre (12/26) e mandando a referto un "trentello" e due doppie-doppie; e un'altra ottima serie contro i Golden State Warriors, coronata da una Gara 3 (l'unica vinta da NOLA) in cui ha fatto registrare 16 punti, 4/6 dall'arco e 13 rimbalzi.

 

 

 

Ora dovrà confermarsi a questi livelli, dare nuovamente prova di non essere un giocatore esclusivamente perimetrale e riuscire a fare tutto questo in un roster profondamente cambiato e in un parco lunghi più competitivo. Superato (o meno) questo banco di prova, sarà unrestricted free agent.

 

Se pochi mesi fa 12.5 milioni di dollari - ovvero la team option, poi esercitata, prevista dal suo contratto - sembravano un ottimo affare, è da capire a quali cifre potrà ambire la prossima estate. Del resto, il suo compagno di squadra Jrue Holiday (che ha firmato un quadriennale da $106M) è la prova di quanto in un anno - prima sul campo, e poi sulla scrivania - le pretese economiche di un giocatore NBA possano legittimamente incrementare.

 

 

7. Kemba Walker

 

In molti si sarebbero aspettati, non senza ragioni, di vedere le strade di Kemba e Charlotte separarsi prima della trade deadline del 2018, con i Cavs tra le candidate più accreditate. Il suo più-che-appetibile contratto da 12 milioni di dollari annui, in scadenza il prossimo luglio, poteva e può essere molto interessante per una contender alla ricerca di una point guard di livello; e, allo stesso tempo, una ghiotta opportunità per gli Hornets per "sbloccare" una situazione salariale (e tecnica) tutt'altro che entusiasmante e per niente flessibile. Alla fine, però, Kemba è rimasto a casa. "Casa", sì. Perché proprio Kemba l'ha definita così:

 

"Una città e una franchigia in cui mi trovo molto bene. La squadra che per prima (e ad oggi unica, ndr) mi ha dato un'occasione in NBA - e ai tempi del Draft 2011 non sapevo onestamente dove la mia carriera stesse andando..."

 

Walker si presenta a questa stagione con un rinnovato ruolo da protagonista a Charlotte, oltre 20 punti a partita da tre annate consecutive, il solito agonismo fuori dal comune e la più volte dimostrata capacità di essere decisivo nel "crunch time". A luglio sarà UFA, libero di scegliere la prossima destinazione, e a tal proposito si è detto molto quest'estate di un possibile approdo ai Knicks, squadra della sua città natale. La risposta di Kemba è stata piuttosto eloquente: "You know, New York is New York. I'm from here".

 

 

Le possibilità, in ogni caso, sono diverse. E non necessariamente dovendo attendere la prossima free agency. Ad esempio si è parlato nelle ultime settimane di un presunto interessamento dei Phoenix Suns, che potrebbero cercare di acquisire via trade la point guard 28enne. Chissà che questa volta non faccia le valigie davvero, prima della trade deadline...

 

Un futuro tutto da scrivere per Kemba.

 

 

6. Myles Turner

 

Abbiamo parlato a proposito di Winslow e Cauley-Stein di giocatori migliorati... sì e no. O comunque non continuativamente come ci si sarebbe aspettati. Ecco, Turner fa sicuramente parte di questa categoria, per quanto si sia dimostrato (forse) più solido e continuo dei due sopra citati; e - ad opinabile giudizio di chi scrive - con un potenziale tecnico superiore.

 

Il lungo dei Pacers sarà RFA al termine della stagione in arrivo e i prossimi mesi saranno per lui un banco di prova molto importante e indicativo. Le sue cifre, altalenanti praticamente sotto ogni voce statistica nei primi tre anni nella Lega, riflettono gli alti e bassi che ha conosciuto da quando ci è entrato, nel 2015. Sul potenziale, fisico e tecnico, non si discute. Ma nella scorsa stagione, ad esempio, ha concluso dei mesi di Regular Season intorno ai 20 punti di media e al 60% dal campo, e altri periodi al di sotto della doppia cifra e senza raggiungere il 40% al tiro. E tutto questo di pari passo con un salto di qualità nella metà campo difensiva di cui ancora non v'è traccia.

 

Se la flessione statistica dal secondo al terzo anno - quando era lecito attendersi la "consacrazione" - è stata tutt'altro che incoraggiante, delle ragioni di ottimismo, comunque, ci sono. E non affondano le proprie radici soltanto nelle doti naturali che il ragazzo ha fatto intravedere. Innanzitutto la sua costante crescita nel tiro da fuori (36% l'anno scorso in Regular Season), fattore fondamentale per diventare quell'attaccante in grado di imporre scelte difficili alle difese avversarie; poi la coesistenza con Domantas Sabonis, con cui ha condiviso intere settimane sul campo durante luglio e agosto, con l'obiettivo di perfezionare la reciproca intesa ed essere in grado di migliorarsi vicendevolmente; ed infine l'incessante lavoro fisico svolto in off season (abbondantemente sottolineato sui social network), che gli permetterà di presentarsi ai blocchi di partenza della stagione 2018/19 più in forma che mai. 

 

 

Quello che deve compiere ora è il passo più difficile, forse. Quello della maturazione psicologica e caratteriale, come ha sottolineato il presidente dei Pacers, Kevin Pritchard:

"Myles ha compiuto il primo passo: ha cambiato il proprio corpo. Ora deve cambiare la propria mentalità. (...) Io dico questo: guardate Victor Oladipo. Ha cambiato il suo corpo, sì, ma il vero cambiamento è avvenuto nella sua testa. Ha deciso che sarebbe stato il più infaticabile lavoratore, il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via dalla palestra; che avrebbe ossessivamente fatto tutto il possibile per avere un'annata fantastica".

 

Già, un'annata à la Oladipo servirebbe proprio a Myles. E ai Pacers, pure. Sarà in grado, dunque, di fare il grande salto e dare una svolta alla propria - potenzialmente brillante - carriera?

 

La risposta a questa domanda influenzerà ampiamente il suo "appeal" a fine anno, le richieste economiche che potrà avanzare, il numero di pretendenti interessate a scommettere in modo importante su di lui e, sì, le scelte del Front Office di Indiana. Che dal proprio giovane big man aspetta solo... il segnale.

 

 

5. Terry Rozier

 

Scary Terry!

 

Una delle rivelazioni, se non la principale, della scorsa stagione NBA si affaccia all'ultima annata garantita dal suo contratto con enormi aspettative. D'altronde la crescita del numero 12 dei Celtics da quando è entrato nella Lega (Draft 2015, scelta n. 16) è stata a dir poco impressionante e nei Playoffs 2018, in assenza di Kyrie Irving e Gordon Hayward, è stato uno dei protagonisti della cavalcata di Boston fino a Gara 7 delle Eastern Conference Finals. Dare un occhio alle sue cifre, e alla loro crescita verticale, per credere:

 

 

Regular Season 2015/16: 8 mpg, 1.8 ppg, 1.6 rpg, 0.9 apg, 22% 3pt

 

Regular Season 2016/17: 17 mpg, 5.5 ppg, 3.1 rpg, 1.8 apg, 32% 3pt

 

Regular Season 2017/18: 26 mpg, 11.3 ppg, 4.7 rpg, 2.9 apg, 38% 3pt

 

Playoffs 2018: 36 mpg, 16.5 ppg, 5.3 rpg, 5.7 apg, 35% 3pt

 

 

Quello che ha impressionato di Rozier - come per tutti i giovani Celtics, in realtà - è stata la maturità e la prontezza con cui, malgrado la giovane età (24 anni) e la relativa esperienza, ha risposto ad una chiamata di enorme importanza, responsabilità ed urgenza. Coach Stevens si è infatti trovato ad affrontare buona parte di Regular Season e tutti i Playoffs senza le proprie due stelle nonché principali trattatori di palla, e a salire in cattedra sono stati i giovani Rozier, Brown e Tatum. 

 

La point guard ha dimostrato di essere già straordinariamente pronta, anzi quantomai adatta, a giocare al livello fisico e di intensità che si impone nelle fasi più avanzate della post season; ha guidato per ampi tratti l'attacco dei C's e si è dimostrato particolarmente efficace in entrambe le metà campo e in svariate situazioni di gioco, in transizione come col cronometro in mano; capace di aprire tiri per i compagni, come di costruire tiri per sé stesso (e realizzarli); presente, anzi determinante, nei possessi decisivi (ricordate G1 contro i Bucks?) e per niente intimorito da accoppiamenti sulla carta non semplici - chiedere conferma ad Eric Bledsoe, costretto ad abbandonare ben presto la spavalderia e il Terry who? nella serie del secondo turno degli scorsi PO. Un trascinatore e un leader a 360 gradi, insomma. Un'autentica rivelazione.

 

Ora lo attende la stagione della maturità. Ha dimostrato doti e qualità importanti, imponendosi come una della point guard di maggior prospettiva dell'intera NBA, ma dovrà convivere nelle rotazioni con Kyrie Irving e Gordon Hayward, partendo dalla panchina. Avrà il compito di guidare la second unit e sarà spesso in campo anche nei finali di gara, oltre che nei vari quintetti possibili per Brad Stevens con un reparto esterni tanto profondo e talentuoso.

 

A fine anno sarà restricted free agent, in un'estate, come detto, di generale ampia disponibilità. Sarà interessante capire come ci arriverà e quali intenzioni avrà Danny Ainge di fronte a potenziali offerte esterne economicamente importanti. Durante gli ultimi mesi numerosi rumors hanno ipotizzato l'interesse di diverse franchigie - anche qui, come per Kemba Walker, i Suns in primis - ma sarebbe sorprendente se il front office di Boston scegliesse di scambiarlo proprio prima che l'altra point guard, Kyrie, diventi UFA.

 

 

4. Khris Middleton

 

Da Rozier a Middleton, seguendo il filo (crono)logico di quell'incredibile Gara 1 tra Celtics e Bucks al TD Gaden, forse i 15 secondi che più si avvicinano ad essere l'highlight dei Playoffs 2018. Quella sera Khris mandava a referto 31 punti, tirando 5/7 da tre in 47 minuti sul parquet: non certo una novità, in una serie da quasi 40' di impiego medio, con 24.7 punti a sera e un clamoroso 25/41 complessivo dall'arco. 

 

 

Middleton ha chiuso la scorsa stagione con le migliori cifre in carriera e si è dimostrato straordinariamente solido e affidabile in entrambe le metà campo, confermando di essere arrivato all'apice di quel processo di crescita solamente dilatato nel tempo dalla lunga assenza per l'infortunio del 2016. Entra nella Regular Season 2018/19 con l'ultimo anno garantito di contratto, che prevede una player option per la prossima stagione da 13 milioni di dollari. Una cifra che corrisponde soltanto parzialmente a quello che il numero 22 ha dimostrato negli ultimi dodici mesi con la maglia di Milwaukee.

 

I Cervi hanno lasciato andare Jabari Parker, e a luglio Eric Bledsoe sarà UFA. E come lui quasi sicuramente Middleton. Le scelte di Jon Horst, ovviamente, seguiranno una semplice logica: comporre il miglior roster possibile di qui al 2021, data di scadenza del contratto di Giannis Antetokounmpo. E la domanda su Khris - presumendo esose richieste economiche per il suo terzo contratto in carriera, quello più importante - potrebbe semplicisticamente essere: è abbastanza per essere il secondo violino, nei progetti dei Bucks?

 

Sarà il campo, nei prossimi mesi, a parlare. 

 

 

3. DeMarcus Cousins

 

Quanto si è discusso sulla firma di Boogie per i Golden State Warriors! Certo, inevitabilmente. Come abbiamo ampiamente spiegato e commentato nel precedente articolo a riguardo, la mid-level exception che percepirà nei prossimi 10 mesi DeMarcus nella Baia è preludio di una Free Agency 2019 in cui firmerà tendenzialmente un accordo ben più lungo e remunerativo.

 

Le ragioni che hanno spinto DMC a questa scelta sono state dettate principalmente dal suo status attuale di infortunato e dalle ristrette possibilità di molte franchigie; entrambe condizioni che dovrebbero (la seconda sicuramente) essere superate al termine della stagione in arrivo.

 

Nel frattempo Boogie giocherà nella miglior squadra della Lega, con un roster in cui ci saranno dosi spropositate di talento. Inserirsi nel sistema offensivo di Steve Kerr, riuscire a coesistere con Curry, Thompson, Durant e Green non sarà automatico. Potrebbe essere necessario del tempo.

 

Come anche potrebbe risultare problematico inquadrare l'ex Kings e Pelicans negli switch difensivi che hanno caratterizzato negli ultimi Playoffs le scelte dello staff tecnico dei campioni in carica.

 

Ciò detto, DeMarcus è una superstar e un giocatore con una combinazione unica di caratteristiche fisiche e tecniche. Se riuscisse a dimostrare di aver recuperato completamente dall'infortunio al tallone del piede sinistro e se risultasse convincente in un ruolo da (più o meno) protagonista di una squadra da titolo, allora si presenterebbe a luglio 2019 con quel biglietto da visita. Quello che due mesi fa non aveva, e che pochi GM potevano comunque prendere seriamente in considerazione. 

 

Prima la corsa al Larry O'Brien, in cui Golden State parte come super-favorita; poi il progetto da sposare per il futuro e il contratto più importante della carriera. Ecco perché la stagione in arrivo - sì, quella in cui guadagnerà decisamente meno rispetto agli anni prima (e dopo) e quella in cui avrà relativamente poche responsabilità tecniche - sarà la più importante della sua carriera.

 

 

2. Kyrie Irving

 

Ecco l'altra grande, enorme incognita nell'estate dei Celtics.

 

Kyrie, dopo essersi operato al ginocchio e aver saltato lo scorso finale di stagione, sarà regolarmente in campo dall'inizio della RS in arrivo. A luglio il suo contratto prevede una player option da 21 milioni di dollari circa e presumibilmente ne uscirà, diventando dunque unrestricted free agent. Nel frattempo Rozier, come detto, sarà RFA, mentre Al Horford con una player option da $30M per il 2019/20. Il tutto, ovviamente, con un occhio al futuro (leggere: Jaylen, Jayson) e con gli occhi... di Danny Ainge. E' abbastanza per rendere l'idea di quanto possano essere incerti, ad oggi, gli sviluppi della situazione?

Irving è la punta di diamante, il leader e l'unico ad aver vinto un titolo NBA nel roster di Boston. Ri-firmarlo probabilmente sarà la priorità del front office e dello staff tecnico, ma non è scontato che non si decida di muoversi diversamente; in estate, oppure attraverso una trade: uno scenario possibile, che avrebbe ragioni d'essere, ma che resta comunque poco probabile. Soprattutto considerando che i Celtics, ad oggi, sono sulla carta la prima forza della Eastern Conference e che Kyrie - che lo scorso anno ha tirato con le migliori percentuali dal campo (49.1%) in carriera, il 40.8% da tre e realizzato 24.5 punti a partita - ha dimostrato nel 2016 di essere l'uomo giusto per puntare al titolo. E metterci le mani sopra.

 

 

Le pretendenti, neanche a dirlo, non mancano, e quella di cui si è parlato con maggiore insistenza sono i New York Knicks (sorpresi?). Sherrod Blakey (NBC Sports) ha detto a proposito che "è assolutamente chiaro: Kyrie è l'obiettivo numero uno, due, tre e quattro per NY nella prossima Free Agency". E mai sottovalutare il fascino della Grande Mela, in cui tra l'altro KI è cresciuto.

 

Boston, in ogni caso, ha un progetto solido, un front office che è riuscito a mantenere flessibilità (e asset) ed un roster straordinariamente giovane, talentuoso e funzionale; Danny Ainge è l'uomo giusto cui affidare il proprio futuro, come lo è dal punto di vista tecnico coach Brad Stevens. Tutti motivi per cui i Celtics potrebbero più-che-realisticamente essere la prima scelta della point guard ex Cavs.

 

Innanzitutto Kyrie dovrà dare prova che l'infortunio al ginocchio è acqua passata e che l'operazione ha risolto definitivamente la questione. E poi prendere per mano i Celtics e provare a trascinarli a quelle NBA Finals che mancano dal 2010. Ci sarà una lunga e impegnativa primavera: l'estate, fino ad allora, può aspettare.

 

 

 

1. Kawhi Leonard

 

Una telenovela apparentemente senza fine è appena arrivata al capolinea, e per Kawhi ecco l'inizio di una nuova - già enigmatica, sulla carta - parentesi (rimarrà tale?) in maglia Raptors. L'ex Spurs è sbarcato quest'estate a Toronto in seguito alla trade che ha portato DeMar DeRozan alla corte di Gregg Popovich e i suoi prossimi dieci mesi sono probabilmente la prima incognita attualmente nel panorama NBA. 

 

I dubbi principali, dopo la lunga assenza nella scorsa stagione (in cui ha giocato solo 9 partite, a gennaio) riguardano ovviamente l'aspetto fisico e lo stato di salute del due volte All-Star. Il problema al quadricipite è stato solo una parte del lunghissimo tira-e-molla tra la "crew" del giocatore (che durante gli ultimi PO non ha seguito la squadra texana, eliminata al primo turno da Golden State, ed è rimasto a New York a svolgere lavoro individuale di recupero) e lo staff medico e tecnico di San Antonio - come approfonditamente indagato nel nostro precedente approfondimento "C'eravamo tanto amati". Se l'infortunio, comunque, è solo "una parte" di quanto accaduto tra Kawhi e gli Speroni, sicuramente rappresenta una significativa incognita per quanto riguarda le prestazioni del giocatore. Soprattutto dopo un periodo così lungo di inattività e dopo la versione sbiadita di sé stesso che l'MVP delle Finals 2014 ha messo in mostra nelle pochissime uscite del 2017/18.

 

 

Leonard si ritrova ora in un roster molto competitivo: Toronto è senz'altro - prima che venga aperta la stagione, perlomeno - una delle due/tre favorite sulla sponda orientale della Lega per puntare alle NBA Finals. Vero, i canadesi hanno perso DeRozan, ma potranno ancora contare sull'ossatura della squadra che nella passata stagione ha concluso con il miglior record ad Est, cui sono stati aggiunti Kawhi e Danny Green. E un nuovo capo-allenatore, Nick Nurse, che dal 2013 ricopre il ruolo di assistente nello staff tecnico dell'organizzazione.

 

Kawhi era, è e sarà la grande scommessa di Masai Ujiri, il cui esito lo scopriremo tra aprile e luglio. Ovvero quando a parlare saranno il campo, negli NBA Playoffs 2019, e l'agente del giocatore (Mitch Frankel), che nell'estate prossima rappresenterà le volontà del giocatore una volta diventato unrestricted free agent. Il front office dei canadesi ha sacrificato una pedina importante del proprio organico, DeMar DeRozan, e preso un grosso rischio, senza avere alcuna assicurazione che questo pagherà dei dividendi. Sicuramente Toronto sarà più competitiva che mai, e avrà importanti e legittime ambizioni in post season, ma la scalata alla vetta dell'Est non sarà impresa semplice, anzi; e lo sarà ancora di più convincere Leonard a rimanere al di là dei confini statunitensi e sposare il progetto dei Raptors. 


Difficile, ma non impossibile. Perché, sì, le sirene di Los Angeles (sponda Lakers) sono un richiamo cui è difficile resistere, a maggior ragione da quando è arrivato LeBron James in città. E le possibili candidate sono tutt'altro che finite qui. Ma lo stesso, in fondo, si pensava pochi mesi fa di Paul George - una scommessa di Sam Presti, alla fine vinta e stravinta, che molto ricorda la mossa del GM Ujiri di quest'estate. 


Certo, nessuno, avendone la possibilità, si lascerebbe scappare uno come Kawhi in free agency. E il contratto di cui si parlerà sarà ovviamente un "max", salute permettendo. Già, salute permettendo. Prima di tutto ciò, d'altronde, è pur sempre necessario appurare che l'ex stella di San Antonio abbia completamente recuperato dall'infortunio. Telenovela infinita era, dunque, e telenovela infinita continuerà ad essere. Almeno fino alla prossima estate. Nel frattempo, almeno, Leonard sarà in campo a dimostrare il suo enorme talento (e non chiuso - metaforicamente e non - in un bunker, a sfidare i vertici degli Spurs); a dimostrare di essere ancora quello che nei Playoffs 2017 chiudeva con 27.7 punti a partita, 7.8 rimbalzi, 4.6 assist e tirando con il 53% dal campo, il 45.5% dall'arco e il 93% in lunetta.

 

Sì, perché è questa la novità. Così piacevole. Finalmente si ritorna a parlare di Kawhi in campo, sul campo, e non fuori. Che poi al ragazzo è sempre piaciuto più giocare, che parlare...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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