Cosa ha funzionato in Gara 2 per Houston

May 20, 2018

Dopo la sconfitta, e le critiche, di Gara 1, i Rockets hanno vinto e convinto portando la serie sull’1-1.

 

 

 

Domenica notte si terrà la terza sfida delle Western Conference Finals. La serie, dopo le prime due partite in Texas, si sposta nella Baia, dove i campioni in carica tenteranno di mantenere il fattore campo che sono riusciti a strappare ai Rockets già in Gara 1.

 

Dopo quella partita non sono mancate le critiche al gioco dei ragazzi di D’Antoni: troppi isolamenti, troppe triple, troppe forzature, poco giro palla. Ma come detto dallo stesso coach Mike, si è trattato del gioco visto durante tutta la Regular Season e durante le prime due serie di Playoffs. I Rockets sono rimasti e rimarranno fedeli alla loro filosofia cestistica. Non sarà una sconfitta a minare le loro convinzioni. Sono stati costruiti per giocare così. Non saranno godibili e belli come i rivali, entusiasmanti come i Suns dei “seven seconds or less” dello stesso D’Antoni, ma hanno una precisa identità e si sono dimostrati incredibilmente efficaci durante tutta la stagione.

 

La vittoria di Gara 2 non è arrivata cambiando la filosofia di gioco, ma esprimendone i suoi concetti fondamentali al meglio. Il numero di iso giocati da Harden e compagni è stato praticamente lo stesso - 45 lunedì e 46 mercoledì. Le scelte sono state diverse: nel primo match Harden e Paul hanno fin troppe volte scelto un tiro in arretramento, dopo uno step back - è il tiro del Barba e lo sappiamo, e solo lui riesce ad essere statisticamente efficace in questa situazione - e spesso allo scadere dei 24", piuttosto che battere l’uomo e andare al ferro o trovare uno scarico per i tiratori.

 

Essenzialmente in Gara 1 Houston non è mai riuscita a trovare o sfruttare il vantaggio dai mismatch che forzava ad ogni azione. D’altra parte in Gara 2 si è cercato con più insistenza, soprattutto da parte di Paul, un penetra e scarica che coinvolgesse di più il resto della squadra e che permettesse di mantenere al meglio il vantaggio acquisito: mercoledì notte hanno creato 12 tiri non contestati dopo un passaggio - segnandone 6 - contro gli appena 5 di Game 1.

 

“Abbiamo fatto esattamente quello che facciamo sempre. Abbiamo giocato con più durezza. Loro hanno sofferto la nostra fisicità. In Gara 1 non abbiamo giocato con la stessa intensità. I nostri ragazzi hanno imparato da quella sconfitta, si sono ripresi e hanno fatto il loro lavoro”.

 

Così D’Antoni dopo la vittoria.

 

Fondamentali sono risultati i cosiddetti role player. Nella prima sfida, 64 dei 106 punti segnati erano stati messi a referto da Harden e CP3. Due giorni dopo la coppia si è fermata a 43, mentre il supporting cast ha prodotto alla grande: Gordon 27, Ariza 19 e PJ Tucker 27. È chiaro che giocatori come questi ultimi due in particolare beneficiano di un gioco più coinvolgente, di scarichi più costanti. Loro sono lì per punire gli spazi lasciati dalle difese. L’85.7% e l’87.5% dei loro canestri in Gara 2 è arrivato su assist. Al contrario solo il 16.7% e il 22.2% dei punti rispettivamente di Paul e Harden erano “assisted”. 50 e 50 invece per Eric Gordon, che a fine partita ha commentato:

 

“Questa volta abbiamo giocato da Rockets. Nella prima partita non so chi fossimo. Ho avuto occasioni migliori. Abbiamo mosso meglio la palla. A tutti entravano i tiri. Una volta che giochiamo così, come fai a fermarci?”.

 

PJ Tucker è stato devastante da oltre l’arco, concludendo con 5/6 da tre punti. L’ex Montegranaro si è preso tutte le triple dall’angolo, il suo spot. È lì che lui e Mbah a Moute si piazzano in attesa dello scarico. È fondamentale che i due riescano a incidere anche nella metà campo offensiva, oltre che dare il solito contributo in fase difensiva. Più che mai, infatti, in questa serie le triple dall’angolo si riveleranno cruciali per i Rockets. In Gara 1 e Gara 2 quasi tutti gli errori da quella posizione sono stati poi puniti da una transizione dei Warriors. Houston mantiene sempre due giocatori nell’angolo per aprire il più possibile il campo e questo appunto comporta il rischio di trovarsi in inferiorità numerica quando parte la transizione. Contro Golden State è quasi una condanna a morte. Mettere quindi il più possibile le triple dall’angolo è l’unico modo per evitare sanguinosi contropiedi dei giallo blu.

 

In queste prime due partite ha, inoltre, visto il tentativo di attaccare con insistenza Curry dare i suoi frutti. Steph in Gara 2 è stato il giocatore degli Warriors più impegnato in isolation difensivi - ben 11 volte. Oltre a fruttare in termini di punti, questa scelta si è rivelata produttiva anche nella metà campo difensiva. Curry infatti sta tirando male e sembra patire lo sforzo che gli viene richiesto in difesa. Il giocatore nega che le sue prestazioni, finora deludenti, abbiano a che fare con il suo recente infortunio, da cui è tornato per le semifinali di conference.

 

Difensivamente parlando, i Rockets hanno poco da fare contro un Durant del genere. Sono però riusciti a prendere delle contromisure per quanto riguarda Klay Thompson, letale nella prima vittoria dei Dubs. Nel match successivo hanno deciso di togliergli a tutti i costi il tiro dalla distanza con closeout aggressivi che lasciavano però il fianco scoperto a una penetrazione del numero 11. A quel punto la difesa collassava molto bene in area e puntuale arrivava l’aiuto di uno tra Tucker, Capela o Ariza. In quelle situazioni i texani sono stati molto bravi a sporcare palloni, a contestare più possibile tiri e a chiudere linee di passaggio. Lo Splash Brother è passato dal 9/18 con 6/15 da tre della prima sfida al 3/11 con 2/4 dalla distanza di due giorni dopo.

 

Le prossime due partite ci diranno se Houston potrà veramente uscire vittoriosa da questa serie. Nella prima disfida i Rockets non sembravano poter battere Golden State, e nemmeno andarci vicino. Due sere dopo sono riusciti a scatenare tutto il loro potenziale offensivo, quell’attacco che durante tutto l’anno non ha avuto rivali.

 

I ragazzi di D’Antoni hanno capito la lezione: per battere ancora gli Warriors non avranno bisogno di altre prestazioni da 22 punti di Tucker - alla prima volta in carriera sopra i 20 punti - ma dovranno continuare a giocare quella pallacanestro che porta giocatori come PJ ad avere tiri aperti e ad alta percentuale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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