Cosa significa essere una superstar per Draymond Green

March 13, 2018

 

© East Bay Times

 

 

Draymond seduto sul bus a piangere: uno dei momenti che ha segnato il suo primo anno a Michigan State, quando il suo coach non lo fece giocare neanche un secondo contro Ohio State. Green era così sconvolto da chiamare la madre. Voleva cambiare college ma lei gli fece cambiare idea.

 

"Mamma, mi devi portare via da qui" - disse dopo la partita contro il college rivale; e come risposta ricevette queste parole: "Andrà tutto bene, hai fatto la tua scelta e ora ci devi convivere". Ma continuava a pensare "No, devo andarmene. Non sto giocando, che roba è questa?"

 

Dopo la telefonata, la madre gli inviò un messaggio :

 

"Solo tu sai quanto hai lavorato duro per arrivare lì: lavora più duramente. Fatti mettere in campo. Quando sarai in campo, fai in modo che ti lascino giocare di più".

 

L'incitamento funzionò.

 

Draymon Green ha finito la sua carriera a Michigan State come miglior rimbalzista di sempre, ha guidato gli Spartans al titolo della Big Ten e alle Sweet Sixteen.  Nel suo anno da senior ha segnato 16.2 punti di media, catturato 10.6 rimbalzi e distribuito 3.8 assist, venendo anche nominato miglior giocatore delle Big Ten.

 

"Ero pronto ad andarmene a un certo punto" - Green ha dichiarato al Bay Area News Group. "Non avevo nessun interesse a rimanere lì per più tempo. Ma lei è più o meno il motivo per cui sono rimasto. Grazie a Dio mi convinse a non cambiare".

 

Green non ha mai dimenticato quella lezione, che ha segnato la sua carriera NBA. Tutte le volte che qualcuno diceva non puoi farlo, lavorava duramente. Quando voleva mollare, perseverava nel suo obbiettivo. E ogni volta che un ostacolo veniva posto sopra di lui, lo abbatteva.

 

Green da seconda scelta al Draft NBA è diventato tre volte All-Star e ha vinto il Defensive Player of the Year. Ha cambiato la cultura NBA, ha trasformato le giocate difensive, le astuzie di gioco e il lavoro a rimbalzo da qualità apprezzate ma sottovalutate a qualità che possono farti diventare una superstar.

 

Quando è stato chiesto a Steve Kerr, allenatore degli Warriors, se avesse mai pensato che Green potesse diventare il giocatore che è ora, non ha esitato un attimo nel rispondere.

 

"No. Era una seconda scelta draft. Ho commentato un paio di sue partite a Michigan State quando lavoravo in tv e non credevo potesse diventare un All Star.  Ma era difficile capire che giocatore fosse, al college: era un'ala di 6-6 piedi, un'altezza normale, ma non sembrava eccellere in niente. Sembrava una specie di factotum, specializzato in niente. Beh, è diventato il miglior difensore della Lega".

 

Green, ora ventisettenne, ricorda ancora vivamente la notte del Draft 2012. Era quasi sicuro di venire scelto tra la 23 e la 30, alcune franchigie NBA gli avevano assicurato che l'avrebbero selezionato qualora fosse sceso così in basso. Ma è finito con l'essere scelto alla 35, la più grande steal della storia degli Warriors. Green quella sera organizzò una festa al Dow Event Center nella sua città natale Saginaw, Michigan, ma non riuscì a divertirsi:

 

"C'era questa grande stanza con tutte le persone. Sono andato in una stanza secondaria con i miei amici più stetti. Ero furibondo. Alla fine ricevetti una chiamata, ma qualcuno doveva pagare per questo affronto. Non so chi ma qualcuno la pagherà per questo - mi ripetevo".

 

Green ha più che mantenuta quella promessa.

 

Decise di diventare un difensore d'elite sin dall'inizio della sua carriera. Anche se era un rookie sconosciuto, al cospetto delle più grandi superstar non si sarebbe tirato indietro.

 

 "Va bene, ti chiami LeBron James? Perfetto. Sei un gran giocatore. Ma, hey,  io sono Draymond Green. Lasciatemi mostrare chi sono: questa è sempre la mia forma mentis. Non importa contro chi.

 

C'è rispetto per gli avversari, per questi ragazzi, c'è rispetto il loro passato, ma non vado in campo per tirarmi indietro solo per quello che hanno fatto nella loro carriera".

 

Questa mentalità ha aiutato Green a venire elletto Defensive Player of the Year la scorsa stagione, e a venire selezionato per la terza volta per l'All Star Game (anche se quest'anno viaggia a soli 11.3 punti di media a partita).

 

Green guida i Warriorn in rimbalzi (7.9) ed assist (7.3), ed è il leader emozionale di un team che è arrivato tre volte di fila alla Finals NBA, vincendo il titolo nel 2015 e 2017.

 

Steph Curry, due volte MVP della Lega, ha dichiarato che Green ha ridefinito il significato di superstar.

 

"Lo dico dal suo anno da rookie: che le statistiche lo mostrino o no, riesce sempre a trovare il modo per vincere le partite; è al momento giusto nel posto giusto, e queste cose non possono essere insegnate" - ha detto Steph di lui. "La capacità di comprendere e prevedere il gioco è una cosa che hai dentro: saper fare in modo naturale giocate importanti in maniera consistente".

 

"Mi chiedevo: cosa posso fare per costringere gli allenatori a tenermi in campo?" - Green continua a raccontare. "Ovviamente difendere, essere duro e andare a rimbalzo. Quindi decisi di specializzarmi in questo, diventò un mio obbiettivo: tracciare un nuovo profilo di giocatore che anche se non segna 20 punti a partita, possa essere riconosciuto come uno dei migliori giocatori dell'NBA, essere considerato una star. Questo era il mio obbiettivo: volevo aiutare a creare una nuova categoria di giocatore, per cui non è indispendabile per forza essere dei tiratori incredibili o dei super atleti per diventare una superstar".

 

Green è riuscito a diventare uno specialista in quelle parti del gioco, quelle meno appariscenti, ed è diventato uno dei migliori giocatori della Lega in ognuna di queste specialità.

 

Prendete questi risultati per esempio.

Lo scorso febbraio in una partita contro i Memphis Grizzlies ha realizzato una tripla doppia con 12 rimbalzi, 10 assist e 10 palle rubate, al netto di soli 4 punti. Con questa prestazione è diventato il primo giocatore NBA a produrre una tripla doppia con meno di 10 punti.

 

"L'obiettivo è tracciare una strada diversa agli altri giocatori per essere considerati grandi", dice. "Non mi è mai passato per la mente di essere un giocatore da 20 punti a sera. Non mi è mai interessato esserlo. Non voglio nemmeno diventare quel tipo di giocatore: non è cosa per me".

 

Il suo cammino per diventare una star è stato lento, ma costante. Nella sua prima stagione ha fatto registrare solo 2.9 punti di media, 3.3 rimbalzi e 0.7 assist in 13.4 minuti.

Le cose migliorarono dalla seconda stagione, quando ha iniziato a giocare da ala forte molto più spesso. Durante i Playoffs di quella stagione, Green divene consapevole dei sui mezzi. Durante la serie del primo turno contro I Clippers, che si concluse a Gara 7 e in cui Green aveva registrato tre triple doppie. Dopo l'elimiazione degli Warriors, Green parlò con il suo rappresentante della Nike, Adrian Stelly:

 

"Stelly, mi hanno fatto capire che posso essere davvero un buon giocatore in questa Lega. Lui rispose: 'Yeah', ed io pensai: beh, non me l'avrebbero mai dovuto far realizzare di potere diventare un buon giocatore in questa Lega".

 

Di conseguenza Green decise di diventare un All Star, qualcosa che nessuno avrebbe pensato possibile per un'ala forte col suo fisico, undersize.

 

 

"Se sei talmente eccezionale in qualcosa, tutti lo riconosceranno. Quindi il mio obbiettivo era solo essere il migliore in quelle cose. Essere uno dei migliori difensori. Tentare di elevare tutti questi aspetti del gioco al massimo livello, invece di giocare e basta".

 

Ci sono stati momenti in cui era preoccupato di non riuscire a raggiungere il suo obbiettivo, ma sapeva di essere sempre il proprio critico più severo. Quando giocava brutte partite e sentiva commenti negativi, non poteva fare a meno che sorridere. Sapeva che quello che pensava della sua prestazione era molto peggio.

Usò tutto questo come motivazione.

 

"Cerco solo di stare in palestra il più possibile, vincere le mie paure e i dubbi, e lavoro sempre duramente".

 

Ora che è considerato uno dei 15 migliori giocatori del mondo, Green dice che non c'è stato un momento "rivelatorio", nessun sopriro di sollievo. Il suo appetito, del resto, non si è ancora esaurito. Draymond è ancora affamato:

 

"Apprezzi i traguardi che hai raggiunto, ma non ti soddisfano perché quando li raggiungi... vuoi sempre di più. Non necessariamente vuoi essere più stimato, più elogiato. Senti solo il bisogno di fare di più. Senti il bisogno non tanto di essere all'altezza di quello che le persone si aspettano da te, ma di quello che che tu ti aspetti da te stesso".

 

Quindi a questo punto della sua carriera, Green ha sorpassato le aspettative di tutti sul suo conto. Ma ancora non ha superato le sue ambizioni. Ogni volta che è protagonista di una prestazione negativa o non raggiunge i suoi obbiettivi, si ricorda della conversazione con la madre sullautobus. E lavora ancora più duramente.

 

Se la gente dice che qualcosa è fuori dalle sue possibilità, lui sa che è solo questione di tempo prima che riesca a padroneggiarla.

 

"Mia madre mi ha sempre insegnato a non avere paura di nessuno: avere qualcuno così che ti cresce quotidianamente fa la differenza".

 

 

 

 

 

Articolo dell'Est Bay Time, scritto da Melissa Rohlin e pubblicato in data 16/02/2018.

 

 

 

 

 

 

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