Dal punto di vista (e con le mani) del Gallo

June 26, 2019

Due chiacchiere con Danilo Gallinari, in occasione dell’incontro all’Humanitas University, sulla sua situazione e sull’estate dei Los Angeles Clippers


 

 

Nell’incontro di lunedì - “Nelle mani del Gallo”, organizzato e ospitato da Humanitas University, al quale erano presenti Danilo Gallinari e Giorgio Pivato (Responsabile di Chirurgia della Mano dell’Istituto) e a cui abbiamo avuto il piacere di partecipare - si è parlato di protezione, prevenzione e riabilitazione dagli infortuni. E in particolar modo riguardo al  principale strumento di lavoro, a quella che è stata definita la “macchina da guerra” di un giocatore di basket: la mano.

 

Un tema che il Gallo conosce molto bene, come sappiamo bene, considerato che tra i tanti problemi fisici patiti in carriera ha dovuto anche operarsi, nel 2017, alla mano destra - quella che nella sua vita, prima di ogni altra cosa, usa per tirare. E per segnare a ripetizione, come ha confermato nell’ultima annata da 19.8 punti a partita (career high, per lui, sia in RS che nei Playoffs).

 

 

La visita di Danilo all’Humanitas, però, è iniziata molto prima, la mattina presto. L’ala dei Clippers, infatti, ha voluto di sua sponte anticipare l’arrivo all’Istituto di Rozzano (Milano sud) per incontrare quelli che ha definito “i veri eroi, che ogni giorni affrontano una sfida e, a differenza mia, DEVONO vincere”. Ovvero, i ragazzi del programma AYA (Adolescents and young adults), un percorso clinico che coinvolge i pazienti oncologici di Humanitas Cancer Center fra i 16 e i 39 anni. “Sono loro i modelli a cui ispirarsi, quello che faccio io non può neanche reggere il confronto”.

 

 

Durante e soprattutto al termine dell’incontro c’è stata l’occasione per parlare di NBA, del momento di Danilo e dei suoi Clippers, una delle squadre su cui sono puntati tutti i riflettori mediatici per l’estate in arrivo. Un’estate che a Los Angeles è partita col botto, con l’arrivo di Anthony Davis al fianco di LeBron James nella sponda giallo-viola della città; ma un’estate in cui i Clippers, in ogni caso, saranno protagonisti. Ed è stato impossibile non finire a parlare di Kawhi Leonard...

 

Non sono mancati, poi, interessanti spunti di riflessione in merito al passato e al presente del Gallo nella Lega e alla vita che conduce a LA durante la stagione. Di seguito i suoi interventi su alcune delle tematiche che abbiamo affrontato con Danilo, partendo dalla cura della sua mano destra e poi addentrandoci nella vita di chi, dal 2008 ad oggi, si è ritagliato un ruolo di primo piano in “una Lega elitaria ed estremamente competitiva”.

 

 

 

 

Il corpo per uno sportivo è uno strumento di lavoro e una sorta di “macchina da guerra”, e le mani in particolar modo. Quanto è importante prendersene cura?

 

Tanto, le mani sono fondamentali. E lo sono in particolare nel mio caso, visto che non salto e non corro come LeBron James. Bisogna prendersene cura tanto quanto ci si prede cura del resto del corpo, se non di più, perché un problema alla mano è un danno più serio che ad altre parti del corpo per un cestista. Puoi riuscire a giocare con problemi alle ginocchia, alle caviglie, alle anche, alla schiena… ma la mano è un discorso diverso: è indispensabile. Per quanto mi riguarda, fortunatamente la meccanica di tiro dopo l’infortunio alla mano non è cambiata, nel senso che l’atteggiamento della mano con la palla è lo stesso che avevo prima. E se quest’anno sono riuscito ad avere una buona stagione è anche grazie alla persona che c’è alla mia sinistra (Giorgio Pivato, ndr) - senza il suo assist non ce l’avrei fatta.

 

 

Più che “buona”, possiamo dire che è stata la tua miglior stagione? Qual è il momento che ricordi con più piacere?

 

Individualmente probabilmente sì, di squadra no, perché ricordo delle stagioni regolari nei primi anni a Denver ad alto livello nella Western Conference. Se dovessi scegliere un momento, direi quello dello champagne in spogliatoio - un momento di liberazione, felicità e genuinità. E che oltretutto abbiamo raggiunto con largo anticipo rispetto alla fine della Regular Season, ben 7 partite.

 

 

Hai detto in una recente intervista per il Los Angeles Times che “chi si era dimenticato di te, era stupido o aveva la memoria corta”. Pensi di essere stato sottovalutato negli ultimi anni?

 

Io su me stesso non ho mai avuto dubbi e sicuramente non mi ha sottovalutato neanche la mia attuale società, che ha investito su di me sapendo cosa potevo e posso dare alla squadra. Probabilmente è capitato che io sia stato sottovalutato in passato perché i vari stop per problemi fisici non mi hanno permesso di avere una carriera “lineare”.

 

 

Come vedi il tuo futuro?

 

Nell’immediato la mia volontà è quella di restare a Los Angeles e in questo mio ultimo anno di contratto con i Clippers, provare a vincere. In primis per rispettare il mio accordo di tre anni con la società, e poi per la stagione che abbiamo appena fatto. E che ho fatto.

In questa organizzazione mi sono sempre trovato molto bene, soprattutto nell’ultima annata, che è stata speciale non solo per me ma per la franchigia in generale: sarebbe bello rimanere qui e vincere.

 

Riuscendo a confermare questo blocco di giocatori, aggiungendo uno o due elementi importanti, ci possiamo davvero divertire. Già quest’anno lo abbiamo fatto, anche con un gruppo a cui, soprattutto dopo la trade deadline, non venivano date grandi possibilità. In molti dicevano che la società avesse scelto la strada del tanking, ma noi sapevamo di essere forti e lo abbiamo dimostrato.

 

 

Qual è stata la chiave di volta?

 

Il messaggio di Doc. Che fin dall’inizio, fin dalla prima riunione dopo la trade, è stato molto chiaro: vincere, arrivare ai Playoffs, centrare l’obiettivo di squadra. Come detto, sapevamo di essere forti anche se nessuno avrebbe scommesso su di noi.

 

 

Dopo aver raggiunto i Playoffs 2018, quali sono le aspettative dei Clippers per l’anno prossimo?

 

Dipende molto da cosa succederà con la squadra, perché ci sono diversi giocatori che non hanno il contratto e quindi potremmo essere una squadra completamente nuova. Sicuramente c’è la volontà di vincere e di creare un roster competitivo.

 

 

Circolano tanti nomi per l’estate, tra cui quello di Kawhi Leonard.

 

Probabilmente io di pallacanestro non capisco niente, ma secondo me uno che vince il titolo a Toronto non dovrebbe avere più voglia di tornare a casa che di stare in una squadra che ha appena portato in cima al mondo. Ecco, adesso firmerà con noi domani… ma mettendomi nei suoi panni, non mi sembra così probabile che lasci i Raptors. Sicuramente, comunque, c’è la forte volontà da parte della nostra società di portare uno o due nomi importanti. Sono sicuro che si stia facendo e si farà tutto il possibile.

 

 

Ti aspetti una rivoluzione in NBA nel prossimo mese?

 

Non eccessiva. Secondo me, onestamente, Golden State non cambierà molto. Quanto a Kawhi, come detto mi sembra difficile che si muova chi è appena diventato il sindaco di Toronto, anzi del Canada. Gli altri, vediamo...

 

 

I Clippers si affacciano all’estate da protagonisti. Quanto sono stati importanti Doc Rivers e Jerry West, secondo te, nella “rivoluzione cultuale” che ha portato la franchigia a questa posizione privilegiata?

 

Hanno avuto entrambi un impatto fondamentale. Clamoroso. In passato Doc ha avuto il famoso trio, mentre nelle ultime due stagioni ha saputo cambiare, allenando con successo una squadra con caratteristiche molto diverse. Jerry West, semplicemente, sa cosa bisogna fare per vincere. Dovunque è andato in passato, ha cambiato la storia delle franchigie. Investire su un’accoppiata vincente del genere è sicuramente la scelta giusta per una franchigia.

 

 

Quanto è competitivo il mondo dell’NBA e che effetti ha sulle abitudini quotidiane di un giocatore?

 

Siamo un’élite di 450 giocatori e ogni anno ne arrivano tra gli 80 e i 100 nuovi. Il ricambio è frenetico e questo crea un’estrema competizione. È importante, oltre al lavoro in palestra, prendersi cura di sé stessi e sapere come gestire i momenti liberi; soprattutto in trasferta, dove sei libero la sera prima delle partite ma poi devi giocare, performare, garantire un certo tipo di numeri - oppure perdi il posto. In un ambiente del genere, devi responsabilizzarti.

 

 

Che cosa vuol dire essere un giocatore europeo che entra in NBA?

 

All’inizio per un giocatore europeo è un po’ più difficile rispetto che per i prospetti in arrivo dal college. Trovi una cultura diversa ed è dura, a volte. Devi riuscire a sopportare pressioni, tensioni, situazioni che si formano in squadra - superate le quali, poi, è tutto più semplice. Per quello che ho visto io, e che abbiamo visto un po’ tutti noi, è più complicato emergere per un europeo in NBA, malgrado il numero di giocatori internazionali sia in aumento.

 

 

Cosa ricordi del tuo debutto in NBA e come sei stato accolto dai veterani dei Knicks?

 

Ricordo un’emozione incredibile: nei primi minuti mi tremavano le gambe. Poi, piano piano, mi sono sciolto. In quella squadra i giocatori più rispettati erano Jamal Crawford e Stephon Marbury, che mi trattavano molto bene. Sono stato fortunato, perché noi a Los Angeles, ad esempio, i nostri rookie li trattiamo decisamente peggio. Non ho avuto una “gavetta” troppo dura, insomma, anche se qualche episodio, che non posso raccontare, c’è stato...

 

 

Una difficoltà è senz’altro abituarsi alla mole settimanale di partite e spostamenti. Com’è la routine di un giocatore NBA durante la stagione?

 

Quando giochiamo in casa, di solito la  ruotine è questa. Abbiamo allenamento la mattina alle 10: arriviamo in palestra, guardiamo video, gli allenatori espongono il piano partita e poi “camminiamo” gli schemi degli avversari. Finita la parte di squadra, c’è quella individuale, che si può decidere se fare o meno. Dopo di che si è liberi. Si torna a casa, si mangia (io pasta, di solito) e ognuno può fare ciò che preferisce - c’è chi dorme, chi no - prima di presentarsi al palazzo per la partita, di solito due ore prima. E lì comincia un’altra routine, ognuno ha la sua.

 

Io di solito inizio con preparazione e fisioterapia, e quando manca un’ora e un quarto circa vado in palestra a fare un po’ di pesi; poi sessione di tiro individuale e, a 45 minuti dalla palla a due, meeting di squadra in spogliatoio. A 20’/25’ dall’inizio si torna in campo per finire il riscaldamento.

 

 

Cambia qualcosa quando si gioca in trasferta?

 

Se il calendario lo permette cerchiamo sempre di arrivare in città il giorno prima della partita, alle 5/6 di pomeriggio - e in questo caso la serata è libera (qualcosa che purtroppo i nostri colleghi in Europa non conoscono...). Il giorno dopo, la routine è la stessa di una partita casalinga, tendenzialmente. Per andare al palazzo ci sono due pullman: sul primo ci sono spesso i più giovani, che vanno molto prima, mentre con il secondo, più tardi, arrivano veterani e coaching staff.

 

 

È un mondo in cui si fa sempre più uso di video e statistiche avanzate, giusto?

 

Dopo le partite puoi aver il video della gara intera della squadra, o di ogni singolo giocatore, oppure le clip di situazioni particolari, come i possessi difensivi. Guardare il proprio gioco e quello della squadra serve per correggersi e migliorarsi: vedi cosa fai bene, cosa male, guardi e riguardi, puoi consultare le statistiche avanzate, individuali e di squadra. I viaggi in aereo spesso li passi così, anche se tra i più “vecchi” (come me) c’è più voglia, a volte, di guardare un film...

 

Oggi, comunque, si utilizzano strumenti che quando sono entrato in NBA non c’erano. Poi c’è a chi piacciono di più e a chi piacciono meno, ad esempio il nostro allenatore non ne fa un uso eccessivo. In ogni caso, il lavoro sul video è diventato fondamentale e si è sviluppato soprattutto con i ragazzi più giovani, che sono abituati a farne uso. Quando avevo 15/16 anni io, di lavoro tecnico e tattico sul video se ne faceva poco. Adesso, tantissimo - non solo in NBA, ma anche in Nazionale.

 

 

Con la Nazionale, a proposito, è in arrivo un’estate importante.

 

Siamo carichi. Sarà una bella estate. Io un Mondiale non l’ho mai giocato e tra di noi credo che solo Beli ne abbia giocato uno. Sarà un’occasione, speriamo in bene.

 

 

In b...

 

Crepi!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload

Seguici anche su

  • facebook-logo
  • instagram-social-network-logo-of-photo-c
  • twitter-social-logotype

Archivio AtG:

Around the Game nasce con l’obiettivo di avvicinare gli appassionati italiani alla pallacanestro NBA, attraverso due tipologie di contenuti: i contributi realizzati e pubblicati dai membri interni della redazione (diffusi a titolo gratuito, senza scopo di lucro, protetti da copyright e soggetti a legislazione vigente in materia di diritti d'autore); e articoli tradotti delle testate estere in collaborazione con AtG, pubblicati e tradotti in italiano dalla nostra redazione. I contenuti del secondo tipo, i cui diritti d’autore appartengono alle testate giornalistiche da cui sono stati pubblicati originariamente, sono pubblicati all’interno della sezione “Traduzioni” e vengono selezionati, tradotti e pubblicati da AtG sono dopo la ricezione da parte delle fonti di esplicito ed esclusivo consenso relativo a questa attività.

Around the Game non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza una periodicità prestabilita. Pertanto, ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001, non può essere considerato un prodotto editoriale. Alcune immagini sono prese da internet e quindi considerate di libero utilizzo, soprattutto nel caso in cui appartenenti alle testate in collaborazione con il nostro progetto. Se un'immagine o un contenuto è di tua proprietà e vuoi richiederne la rimozione, oppure per qualsiasi questione relativa ai diritti d’autore, ti preghiamo di inviare una mail a questo indirizzo: pr.aroundthegame@gmail.com
 

Fondatore e Caporedattore: Andrea Lamperti -  Fondatore e Web Manager: Ferdinando Dagostino

© 2017 by Around the Game.  Prodotto da FerdinandoDagostino.com