Daryl Morey e i suoi fratelli

March 1, 2018

10 curiosità sulla situazione salariale dell'NBA (e dintorni): il contratto di Paul Millsap, la franchigia più disfunzionale della Lega, i Lakers di Mitch Kupchak, cosa deve fare Houston per firmare LeBron, e molto altro...

 

 

1.  Paul Millsap ha un contratto esagerato? No!

 

Nella stagione in corso Paul Millsap (31,3 milioni di dollari circa) è il terzo giocatore più pagato dell’NBA, dietro solo a Steph Curry (34,7) e LeBron James (33,3).

 

Nella stagione 2018-19 però Millsap scenderà come minimo al nono posto di questa classifica, senza considerare che i free agents principali della prossima estate potrebbero a loro volta superarlo: Durant, Paul, George, Cousins; salvo follie non ci sono altri candidati.

Tuttavia, il contratto di Millsap - che è stato fuori svariati mesi ed è appena rientrato tra le fila dei Denver Nuggets - è particolare e non così dannoso per la franchigia che l’ha stilato, che di auto-generati problemi contrattuali ne ha avuti non pochi negli ultimi anni: Kenneth Faried su tutti, ma anche Darrell Arthur e Wilson Chandler, e per ultimo Mason Plumlee.

 

Nel contratto di Millsap - che è a scendere - è inserita infatti una team option per il terzo e ultimo anno. Di conseguenza l’ex giocatore di Utah e Atlanta potrebbe diventare free agent al termine della prossima stagione così come rimanere a Denver con un contratto in scadenza da 30 milioni. I Nuggets nell’estate 2019 dovranno dare a Jokic i soldi che merita - se non l’avranno già fatto: vedi punto 9.9 - ma pagheranno ancora Jamal Murray ben al di sotto del suo valore di mercato (sarà ancora nel rookie contract) e Gary Harris sarà blindato da un contratto a scadenza 2022. Chandler, Arthur e Faried, comunque sia andata, non graveranno più sul monte salari della franchigia del Colorado e Plumlee avrà un solo anno di contratto rimanente.

Di conseguenza Denver potrà decidere tranquillamente a seconda delle opzioni che si presenteranno se trattenere per un altro anno Millsap (che avrà 34 anni) o lasciarlo andare, per salvare soldi e spazio salariale.

 

I contratti garantiti per la stagione 2019-20 dei Nuggets ammontano al momento a 31 milioni di dollari circa. Come detto andrà rinnovato Jokic (e più avanti Murray) e andranno fatti i conti con i contratti nel frattempo rinnovati e/o acquisiti dai Nuggets, ma la firma a cifre fantasmagoriche di Millsap nell’ultima offseason ha tutt’altro che compromesso i piani futuri di Denver.

 

 

2.  Da una free agency all'altra

 

Fino alla stagione 2015-16 il salary cap NBA si assestava sui 70 milioni di dollari e il passaggio ai 94 milioni della stagione 2016-17 giustifica la quantità di soldi spesi e solo in parte il modo in cui ciò è stato fatto.

 

In ordine sparso: nell’estate del 2016 Timo Mozgov ha firmato da free agent con i Lakers un contratto da 64 milioni per 4 anni, Batum con gli Hornets: 120 per 5, Parsons e Memphis: 94 per 4, Fournier e Orlando: 85 per 5, Noah con i Knicks: 72 per 4 anni; stessa cifra e durata per Luol Deng e i Lakers (di nuovo loro!) e per Biyombo e Orlando; Kent Bazemore 70 milioni per 4 anni ad Atlanta, Ian Mahinmi ha firmato a Washington per le stesse cifre di Mozgov a LA. L’elenco potrebbe andare comodamente avanti per svariate righe. Ci scusiamo con gli esclusi da questo frettoloso recap, anche se forse sarebbe più corretto scusarsi con gli inclusi.

 

I numeri dell’estate 2017 sono stati meno roboanti a causa un aumento del salary cap inferiore rispetto a quanto previsto (da 94 a 99 milioni).

In ogni caso, mentre Steph Curry firmava il contratto più cospicuo di sempre, Tim Hardaway Jr sottoscriveva con i Knicks un accordo da 4 anni e 71 milioni di dollari (che bel gioco la restricted free agency) e Dion Waiters uno da 52 milioni per 4 anni a Miami. Poi: Washington pareggiava l’offerta fatta da Brooklyn a Otto Porter: 4 anni a 104 milioni totali (altra storia di restricted free agency, andata però a finire in modo diverso rispetto a quella di Hardaway e nello stesso modo in cui va sempre quando i Nets piazzano un’offer sheet fuori mercato), Gallinari 65 milioni per 3 anni con i Clippers, stessa cifra per Ibaka ai Raptors.

 

Un’idea però di come le valutazioni dietro alle spese fossero già cambiate la dà il contratto da 30 milioni in 3 anni elargito da Oklahoma City per trattenere Andre Robertson (grande mossa, peccato per l’infortunio). Il mercato NBA si sta riallineando su nuove e più realistiche cifre. Poco conta che i Bulls paghino appena due milioni meno di Robertson ogni anno Cristiano Felicio (stessa free agency).

 

Posto che qui si possono trovare tutte le spese della scorsa free agency, è interessante vedere quale sia la situazione salariale dell’NBA entrando nella prossima sessione di (simili-libero) mercato. Come perfettamente spiegato in questo articolo di ESPN, ma non solo, gli effetti della free agency 2016 si faranno sentire più che mai nella prossima estate, quando Jusuf Nurkic potrebbe trovarsi a firmare un contratto meno remunerativo di quello della sua riserva (Meyers Leonard) e giocatori di indubbio valore – ma non prime punte – come Clint Capela, Tyreke Evans, Avery Bradley e Marcus Smart difficilmente vedranno ripagate le proprie aspettative (non a caso tre di questi quattro sono stati oggetto di insistenti rumors durante la stagione). Su Isaiah Thomas, il suo passato recente, e ciò che lo attende quest’estate ci sarebbe da scrivere un libro. Ad ogni modo, per un max contract o qualcosa di simile, non dovrebbe proprio essere cosa.

 

La maggior parte delle squadre NBA è in qualche modo - e temporaneamente - bloccata dalla propria situazione salariale. Il contratto recentemente firmato da Lou Williams (24 milioni per 3 anni) la dice lunga su quello che nel futuro prossimo aspetta molti giocatori: entrando nella stagione 2018-19 solo sette squadre sono proiettate con più di 10 milioni di dollari di spazio salariale (contro le 10 del 2017 e le 24 del 2016), mentre 12 squadre sono proiettate nel territorio della luxury tax, contro le 5 di quest’anno e le 2 della scorsa stagione.

 

Le cose dovrebbero tornare alla normalità nel giro di un paio di stagioni, quando la maggior parte dei contratti firmati nell’estate 2016 terminerà di esistere. La luxury tax non è stata introdotta per essere pagata dalla metà delle squadre: i proprietari non si aspettavano questo, e non sono contenti. Il salary cap, ad ogni modo, dovrebbe tornare presto a salire. Per il 2018-19 sarà fissato a 101 milioni di dollari circa, dovrebbe aggirarsi sui 108 milioni nella stagione seguente.

 

 

3.  Su Blake Griffin: quanto è difficile vincere nella NBA di oggi

 

Conseguenza diretta del discorso che abbiamo appena fatto è che nella NBA attuale ci sono molti venditori e pochi acquirenti, e il valore delle future scelte è ai massimi storici. Gli Orlando Magic hanno ceduto Elfrid Payton (non proprio il peggiore playmaker della Lega) in cambio di una futura seconda scelta, pur di cavarne qualcosa e non volendone fronteggiare l’imminente resticted free agency, e non è un mistero che i Magic fossero disposti ad ascoltare offerte per Vucevic, Fournier e Aaron Gordon, tutti giocatori di buon livello e che guadagnano (o guadagneranno) troppi soldi (a parere almeno del nuovo front office dei Magic, che questi giocatori non li ha scelti e/o pagati) senza permettere alla propria squadra di essere abbastanza forte. Troppi cattivi contratti, o meglio: troppi contratti alti per giocatori non straordinari compromettono istantaneamente le possibilità di vittoria di una squadra. Soprattutto nell’NBA degli Warriors e dei superteam. Parlando di Orlando poi: come potrà mai una squadra finché ha un contratto come quello di Biyombo (17 milioni a stagione) pensare di essere davvero competitiva?

 

Ma Biyombo e simili a parte, questo discorso appare particolarmente attuale se si pensa alla trade-Griffin. Praticamente tutti gli analisti NBA hanno indicato nei Clippers i vincitori (netti) dell’operazione con i Pistons. A prima vista però, Detroit ha ottenuto un perenne All Star, che avrà anche avuto svariati e periodici problemi fisici e non si sarà distinto come il leader di cui la Los Angeles meno alla moda pensava di avere bisogno, ma rimane un egregio giocatore di basket, in cambio di giocatori meno egregi e di una futura prima scelta non particolarmente alta al draft.

 

Il punto però è che con Griffin se ne è andato da LA il suo faraonico contratto e quelli rilevati dai Clippers sono più leggeri e hanno una durata minore. Per Doc Rivers, Lawrence Frank, Jerry West e Steve Ballmer, e per molti che sanno di NBA, quella che hanno intrapreso i Clippers è una strada verso il successo NBA più credibile di quella scelta dai Pistons. Perché i contratti pesanti e lunghi devi scegliere molto bene come e quando darli. E soprattutto a chi. L’assioma che vuole che avere a contratto Griffin (e se è per questo, anche Andre Drummond - la cui credibilità NBA è in questo momento ben più alta di quella del suo nuovo compagno) per un tot di anni a certe cifre sia motivo automatico per vedere azzerate o quasi le possibilità di successo di una squadra la dice lunga su quanto sia difficile il lavoro di programmazione di una franchigia nell’NBA di oggi (in un gioco in continua evoluzione, e in cui cambiano di conseguenza di continuo anche le valutazioni sui giocatori: ai tempi di Biyombo che firmava a 72 per 4 anni la figura del rim protector era valutata un po’ diversamente rispetto ad oggi, e sono passati solo due anni); e la dice lunga su quanto ancora più difficile sia questo compito dovendo (per vincere) fare concorrenza al talento illimitato dei Golden State Warriors, o doverne aspettare la fine del regno.

 

Detroit, che Griffin l’ha preso, non si vedeva come una squadra dal futuro scoppiettante e con la trade si è garantita la possibilità di tornare nell’immediato nella lotta per i Playoffs, cosa ancor più urgente quando il tuo allenatore dirige anche le basketball operations. Figuriamoci se si tratta di Stan Van Gundy (*).

 

Quella della ricerca della rispettabilità è una strada, appunto, rispettabile e Detroit non è la prima squadra negli ultimi anni a cercare di fare un miglioramento immediato (magari per raggiungere, come in questo caso, i Playoffs) sacrificando qualcosa del suo futuro, ed è possibile che le chance di essere realmente competitivi dei Pistons nel futuro prossimo con questa trade si siano ulteriormente assottigliate. Se tante volte in passato erano piccole operazioni scellerate (tipo dare una prima scelta per il contratto in scadenza – poi non rinnovato – di Bojan Bogdanovic, mossa dei Wizards alla trade deadline 2017) o massicci investimenti (le trade allestite da Knicks e Nets rispettivamente per Carmelo Anthony e Deron Williams, ad esempio) che danneggiavano evidentemente flessibilità e futuro delle franchigie e che le avevano concepite ad apparire all’opinione comune come piccoli passi avanti che avrebbero comportato futuri grandi passi indietro, è particolare come possa venir letto similmente lo scambio allestito da Detroit, che ha dato via quello che fino a poco tempo fa sarebbe stato definito un pacchetto quantomeno onesto. Non c’è spazio per sbagliare, e la flessibilità vale oro. Un contratto come quello di Griffin a libro paga nell’NBA di oggi può valere l’automatica e non breve esclusione dalla lotta per ciò che conta. Tutto ciò è anche troppo cinico, ma è il pensiero che va per la maggiore.

 

E’ da notare come chi voglia liberare spazio salariale molte volte per riuscirvi debba sacrificare qualcosa di buono (giovani di prospettiva o scelte), e soprattutto la tendenza sempre più in voga tra le squadre che non hanno ambizioni importanti nell’immediato, ma spazio salariale a disposizione sì, di sobbarcarsi contratti scomodi se accompagnati da “dolcificanti”. Brooklyn ha ottenuto dai Lakers D’Angelo Russell come premio per la disponibilità ad accollarsi il contratto di Mozgov. Chicago una prima scelta da New Orleans in cambio della liberazione dal contratto di Asik (in realtà Chicago ha dato ai Pelicans anche Mirotic e la questione andrebbe approfondita molto a fondo perché complicata; forse Chicago avrebbe potuto ottenere dalla squadra di Anthony Davis qualcosa in più - si diceva che i Pelicans una prima scelta l’avrebbero data a prescindere a chiunque avesse deciso di prendere con sé Asik). Operazioni di questo tipo non sono isolate e potrebbero avvenire sempre più frequentemente. Si è parlato in prossimità della deadline di Indiana e Dallas come squadre che avrebbero potuto assorbire contratti pesanti e sgraditi in cambio di una qualche futura gratifica.

 

Se qui si parla di tendenze abbastanza inevitabili all’interno di un sistema salariale quasi-paritario, in cui si incrociano squadre che hanno percorsi, tempi, e di conseguenza esigenze diverse, il discorso sulla valutazione del talento e sull’impossibilità di avere successo a meno di legarsi nel momento giusto e alle cifre giuste a quei pochissimi giocatori indubbiamente giusti, o che giusti lo diventano magicamente nel collettivo, per arrivare al grande obiettivo, è abbastanza scoraggiante nella prospettiva della stragrande maggioranza delle squadre in un momento storico come questo - quello di un’egemonia di cui si fa fatica a vedere la fine, e che è figlia di scelte e circostanze straordinarie. Tre su tutte: una serie di chiamate al draft che sono la base di ogni cosa che segue, un contratto ridicolmente vantaggioso per la squadra firmato da Steph Curry nel 2012, e la scelta di Kevin Durant nell’offseason 2016, che ha un po’ messo la parola fine alle ambizioni di 29 squadre sul Larry O’Brien Trophy.

 

(*) E' notizia delle ultime ore che Arn Tellem, ex molto potente agente NBA e dal 2015 nell'organigramma societario dei Detroit Pistons, in estate prenderà definitivamente in mano le basketball operations della franchigia del Michigan. Stan Van Gundy perderà buona parte del proprio potere e sono circolate voci che lo vedrebbero addirittura sull'orlo del licenziamento dalla posizione di head coach, nel caso in cui non riuscisse a centrare la postseason.

 

 

4.  Un piccolo scandalo

 

Mitch Kupchak potrebbe essere il prossimo General Manager degli Charlotte Hornets. E’ lo stesso uomo che ha dato quei contratti a Timofey Mozgov e Luol Deng. Sam Hinkie è fuori dall’NBA. Per approfondimenti su Kupchak, si vada al paragrafo 6.

 

 

 

 

5.  La franchigia più disfunzionale della Lega

 

Dicevamo della non super-clamorosa ma comunque interessante estate 2017: tra le altre cose, George Hill ha firmato per 3 anni a 57 milioni con Sacramento, mentre Zach Randolph è stato messo sotto contratto dai californiani per due “sole” stagioni a 24 milioni complessivi. Che i Kings dello spazio salariale non sapessero bene che farsene ci può pure stare. Le speranze di vincere nel futuro prossimo non erano né sono molte. Vlade Divac aveva (ha?) un piano. Siamo sicuri di poter utilizzare le parole piano e Kings nello stesso paragrafo?

Il desiderio di fidarsi di Vivek e Vlade è troppo forte, e Sacramento è una squadra per cui chiunque ami l’NBA dovrebbe romanticamente simpatizzare - anche la disfunzionalità, soprattutto se storica e assoluta, ha il suo fascino. Dicevamo, Divac ha un piano tutto suo basato sulle scelte future della franchigia in sede di draft e sul lento sviluppo dei giocatori presenti nel roster, supportato anche dalla presenza di veterani, come appunto Z-Bo e l’ex Spurs. La cessione di Hill dopo pochi mesi, sostanzialmente in cambio di spazio salariale (ma come?! – l’argomento viene approfondito al termine del punto 8) e il conseguente taglio di Papagiannis, necessario per fare spazio ai due giocatori ricevuti nella trattativa (Iman Shumpert e Joe Johnson, per il quale è immediatamente scattato il buy-out), fanno sorgere dei legittimi dubbi su quanto i Kings ci stiano capendo e su quanto siano disposti ad attenersi rigidamente a un Processo, sempre che ne abbiano uno in corso.

 

Prima di qualsiasi altra squadra quest’anno Sacramento ha deciso di far sedere in ogni partita due o tre dei suoi veterani (ceduto Hill, oltre a Randolph sono rimasti Vince Carter, Koufos e Temple). Memphis e Chicago non hanno perso troppo tempo in più e hanno recentemente intrapreso simili strade, il che nel caso di Memphis significa piccola operazione per Tyreke Evans, minuti dosati e DNP per Marc Gasol; nel caso di Chicago Robin Lopez e Justin Holiday non in uniforme nelle prime gare dopo la pausa, e Zach LaVine (che rimane fuori in una delle due notti di ogni back-to-back) seduto contro Brooklyn la sera prima di giocare contro la più agguerrita Charlotte. Due sconfitte sono puntualmente arrivate. Mark Cuban ha dichiarato che tankare sarebbe il miglior modo di investire la restante parte della stagione per i suoi Mavs, rimediando una clamorosa multa da 500.000 dollari. Nella NBA certe cose è più grave dirle che farle. La corsa alle peggiori posizioni in classifica sta solo entrando nel vivo.

 

Tornando ai Kings, pare addirittura che fossero pronti a cedere uno tra Skal Labissiere e Malachi Richardson per liberare quel famoso posto a roster. Non proprio la mossa che ti aspetteresti da una squadra in rebuilding che dovrebbe valorizzare più di chiunque altro il talento (per quanto solo potenziale e ancora grezzo).

 

Non dimentichiamoci però che stiamo parlando dei Sacramento Kings.

Perdere, al momento, non è uno dei principali problemi nella città di Lady Bird.

 

I Kings dovranno però dare la loro prima scelta nel Draft 2019 a Philadelphia. I Sixers a loro volta la gireranno a Boston qualora non avessero già ripagato il proprio debito coi Celtics, cedendogli la scelta dei Lakers nel prossimo draft - ovvero qualora questa cadesse tra la seconda e la quinta chiamata.

Questo giro di scelte future, che include quella dei Kings del 2019, è la parte restante dello swap di prime scelte che hanno effettuato Celtics e Sixers nel Draft 2017, quando Philadelphia ha acquisito la prima scelta di Brooklyn da Boston (poi Markelle Fultz) in cambio della propria prima scelta (terza assoluta, poi Jayson Tatum) e la prima scelta dei Lakers 2018 (con la particolare protezione di cui abbiamo detto) che se non si convertisse diventerebbe la più vantaggiosa tra le prime scelte 2019 di Phila stessa o Sacramento. Non è difficile immaginare da quale parte penderà la bilancia.

Danny Ainge osserva fiducioso.

 

Malachi Richardson alla fine è stato ceduto da Sacramento a Toronto in cambio di Bruno Caboclo. Per le stesse ragioni per cui Sacramento ha tagliato Papagiannis (a roster non si possono avere più di 15 giocatori), Philadelphia ha lasciato andare Trevor Booker - ottenuto durante la stagione da Brooklyn in cambio di Jahlil Okafor - per mettere sotto contratto Ersan Ilyasova (rilasciato da Atlanta). Booker si è accasato ad Indiana.

 

Sam Hinkie è stato accostato ai Sacramento Kings nel corso dell’ultimo anno.

 

 

6.  Mitch Kupchak, vituperato e (forse) incompreso

 

Tornando al punto 4, e lasciando perdere Sam Hinkie - su cui un giorno qualcuno farà un film ed è meglio così - Mitch Kupchak e la sua ex squadra, i Los Angeles Lakers, pretendono un approfondimento.

 

Forse Kupchak non aveva tutti i torti. E’ l’uomo (insieme a Jimmy Buss) che si è preso la colpa per il tracollo degli ultimi anni dei Lakers. Ma era anche l’uomo che prendeva le decisioni nella parte conclusiva della carriera di Kobe Bryant. E chi mai avrebbe potuto dire a Kobe e a milioni di suoi tifosi in giro per il Mondo: “Scusa caro, ma sarebbe giunto il momento che tu ti facessi da parte, qui vorremmo vincere e o ti adegui a giocare dentro il sistema che diciamo noi, guadagnando le cifre che corrispondono al tuo attuale apporto sul campo…oppure la porta sarebbe quella”. Chi? Nessuno, e per fortuna.

 

E quindi mentre un derelitto Kobe riceveva in ogni arena d’America la meritata standing ovation e prendeva 20 tiri a partita in una squadra disastrosa, che però continuava a godere di ricavi televisivi e di merchandising fuori portata per chiunque altro nella Lega e tutti vivevano sostanzialmente contenti, la proprietà dei Lakers nella figura di Jeanie Buss prendeva in qualche modo le distanze dalla gestione sportiva, fino a ribaltarne l’organigramma poco tempo dopo il ritiro del sopracitato numero 24. E’ da notare però che le sconfitte degli ultimi anni dei Lakers fanno le fortune presenti (poche) e future (auspicate: parecchie) dei gialloviola di Magic e Pelinka. Se da qualcuno la conduzione della trade deadline da parte del Front Office dei Lakers viene definita “perfetta” o “da 10 in pagella”, beh, si trattava di mettere i puntini sulle i. Cedere Clarkson e Nance per una prima scelta di scarsa qualità e un paio di contratti in scadenza è qualcosa di molto lontano da un capolavoro, è semplicemente una razionale e non straordinaria esecuzione. Le fondamenta per questo tipo di mossa si trovavano già lì. I Lakers avevano deciso di investire decisi sulle free agency 2018 e 2019 in estate, quando pur di liberarsi di Mozgov avevano dato a Brooklyn D'Angelo Russell (ci torneremo). Per una squadra che si era mossa così pochi mesi fa, la trade con Cleveland (o un'operazione simile) era qualcosa di quasi inevitabile. Non ci dimentichiamo che pur se in un'era in cui il valore delle scelte è ai massimi storici, nel recente passato alcune squadre ne hanno mosse di prime per arrivare a pacchetti ben meno interessanti rispetto a quello su cui hanno messo le mani i Cavs.

 

Da un lato Kupchak ha vinto quattro titoli da GM dei Lakers (anche se sui primi due c’è l’ombra di Jerry West, che quella squadra l’aveva allestita), dall’altro ha ceduto Shaq a Miami per Odom e Caron Butler, e lo stesso Butler poco dopo a Washington per Kwame Brown; ha allungato un paio di contratti veramente brutti di cui abbiamo parlato e la scelta che quest’estate i Lakers cederanno a Philadelphia o Boston è addirittura il risultato del sign-and-trade allestito per portare Steve Nash a Los Angeles da Phoenix. La costruzione dell’ultimo squadrone gialloviola attorno a Kobe, con appunto Nash e Dwight Howard, come sappiamo non ha funzionato, e alcuni agenti e giocatori NBA parlando di Kupchak ne hanno evidenziato lo spiccato stile: il fatto che addirittura, in ottemperanza con le regole NBA, non intraprenda trattative di mercato e non contatti futuri free agents fino al momento in cui è ufficialmente possibile farlo, la mezzanotte del primo di luglio di ogni anno. In una Lega in cui una buona dose di accordi a mezzanotte e cinque diventa di pubblico dominio, essere un gentleman evidentemente non sempre permette di raccogliere i frutti sperati.

 

Ad ogni modo, è sul trionfale addio perdente di Kobe e gli anni di buio che lo hanno preceduto e seguito che si fondano le principali speranze attuali dei Lakers.

 

Senza stagioni perdenti, senza cattivi contratti e giocatori scarsi, staremmo parlando di Lonzo Ball, Brandon Ingram, Kyle Kuzma, Julius Randle, e la possibilità di firmare free agents di rilievo nelle prossime due estati? Probabilmente no.

 

I Lakers negli ultimi anni dovevano (l’anno scorso in particolare: se non avessero ottenuto una chiamata in top 3 la loro scelta sarebbe andata a Philadelphia e la loro prima scelta nel 2019 ad Orlando) perdere, e Kupchak ha bene o male trovato il modo di renderlo meno complicato.

 

Ora, è vero che prima o poi il talento va pagato e di conseguenza la finestra per firmare giocatori di grande impatto potendo poi in futuro trattenere i propri migliori giovani è limitata; ma i Lakers sono una delle poche squadre NBA ad avere una forza economica e una capacità di offerta tali da rendere quasi inevitabile attrarre campioni nella free agency, oltre ad avere un contratto televisivo locale talmente ricco da rendere questo compito un mezzo obbligo.

 

Poche squadre sono in grado di liberare spazio salariale confidando di riempirlo nel migliore dei modi nel giro di un paio di estati. Questo non garantisce un futuro vincente - i Knicks sono in una situazione simile in teoria, eppure di vittorie al Madison se ne sono viste storicamente poche - ma contribuisce a crearne i presupposti. I Lakers lo possono fare, e sono in qualche modo facilitati nel loro compito rispetto alla stragrande maggioranza delle altre franchigie. Avendo più pazienza, trattenere D’Angelo e attuare un processo di rebuilding più estremo e lungo, ma con futuri dividendi ancora maggiori, sarebbe stato impossibile? Posto che Kuzma non sarebbe mai arrivato e quindi probabilmente meglio così per loro, e che gli obiettivi qui si chiamano LeBron James, Paul George, DeMarcus Cousins e Kawhi Leonard, e di tempo da perdere non ce n’è, probabilmente la risposta è no. Altre quadre nella stessa situazione non si sarebbero potute permettere la cessione di Russell neppure in cambio della liberazione dal contratto di Mozgov, e avrebbero pazientemente atteso la scadenza dei contratti di Deng e Mozgov accumulando talento (tanto, se la fortuna e l’occhio in sede di draft sono questi) e perdendo partite. Cosa successa comunque, ma solo in parte. Altrove l’assalto a futuri free agents non sarebbe potuto essere considerato una priorità rispetto allo sviluppo del talento presente.

 

Negli anni come abbiamo visto Kupchak ha compiuto scelte che si sono poi rivelate a seconda più o meno azzeccate. Ma guardando a quelle due scellerate firme dell’estate 2016 viene il dubbio che Kupchak sapesse quello che stava facendo. D’altronde non siamo tutti molto divertiti e compiaciuti dalle firme a cifre stellari per un anno di JJ Redick con Philadelphia e di Kaldwell-Pope con, appunto, i Lakers?

 

Contratti fuori mercato di durata annuale dati a veterani, se abili recruiter o in qualche modo vicini a futuri free agents di spicco tanto meglio. Kupchak potrebbe aver attuato una strategia simile firmando Mozgov e Deng, con intenti però più profondi. Sì, quei contratti saranno un giorno soldi in scadenza - guarda caso, nello stesso momento: estate 2020, un po’ lontana, ma se non si trattasse dei Lakers e non ci fosse una certa (forse giustificata) fretta, chissà - ma soprattutto garantiscono nel tempo della loro durata veterani a roster sotto la cui tutela far crescere i giovani (che né Mozgov né tanto meno Deng fossero particolarmente interessati a un ruolo da chioccia è un’altra questione) con la pressoché matematica certezza di non riuscire a mantenere uno standard di risultati decenti: vale a dire, più scelte future!

 

Questo discorso è ovviamente una provocazione e appare difficile pensare a contratti pesanti di lunga durata dati strategicamente a giocatori che non li valgono sul campo, ma per certe tendenze che ci sono nell’NBA di oggi... Forse, se basta un cattivo contratto per annullare le tue possibilità, svariati cattivi contratti con scadenze ravvicinate o identiche possono diventare una scala per il successo (in realtà, in ogni caso, i cattivi contratti è meglio al limite acquisirli da altre squadre piuttosto che farli firmare in tempo di free agency).

 

Se Kupchak avesse in mente un simile piano e se questo eventualmente avesse un senso, è materia oscura. Per considerazioni più spicce e generiche sul possibile futuro GM degli Hornets vi rimandiamo al punto 4, di cui ci sta a cuore soprattutto l’ultimo periodo. Sam, un giorno giustizia sarà fatta, lo sappiamo!

 

 

7.  Chris Bosh

 

I Miami Heat hanno al momento il quarto monte salari più alto dell’NBA. In questa classifica sono proiettati al primo posto nella prossima stagione (calcolando solo i contratti già garantiti) e facendo lo stesso calcolo sono secondi per la stagione 2019-20, la prima in cui uscirà dai libri paga della franchigia di Pat Riley Chris Bosh. L’NBA ha permesso che Miami rilasciasse Bosh senza che i suoi ultimi anni di contratto con gli Heat pesassero sul monte salari della squadra in tempo di free agency poiché ha considerato il suo infortunio career-ending.

 

Questa valutazione non preclude Bosh dal tornare a giocare. Chris (il cui contratto viene attualmente pagato dalla copertura assicurativa che lo accompagna) per firmare con una squadra NBA dovrebbe poter dimostrare alla Lega e all’associazione giocatori che i problemi di salute diagnosticatigli per la prima volta tre anni fa sono definitivamente alle spalle. Difficile, non impossibile. Bosh sarebbe voluto rientrare già in questa stagione. Per essere eleggibile per giocare i Playoffs, però, avrebbe dovuto firmare con una squadra entro l’1 marzo.

 

 

8.  Cosa deve fare Houston per firmare LeBron

 

Posto che noi, Bill Simmons e non pochi altri pensiamo che LeBron James dovrebbe andare a Philadelphia quando da free agent potrà decidere la sua prossima destinazione, e posto che la narrativa LeBron-ai-Lakers è andata avanti così a lungo ed è stata così tante volte riproposta - i Cavs poi alla trade deadline, nel tentativo di rilanciare la propria stagione e di invogliare il Re a giocare qualche altra annata in Ohio, hanno aiutato i Lakers a creare spazio per offrire due max contract a luglio - da acquisire nel tempo quanto più credito possibile, molti vedono nei Rockets la destinazione più plausibile per il nativo di Akron. Di motivi per pensarla così ce ne sarebbero anche svariati, ma la situazione salariale della squadra di Mike D’Antoni, James Harden e Chris Paul è molto complicata. Per consentire lo sbarco di James in Texas, Daryl Morey, uno a cui la fantasia non manca, dovrà lavorare più duramente che mai. Il vero problema per la franchigia del neo-proprietario Fertitta è rappresentato dal contratto da 20 milioni di dollari per altre due stagioni in possesso di Ryan Anderson.

 

 

Harden, Chris Paul, Eric Gordon e Capela compongono il nucleo centrale dei Rockets e sono una delle ragioni, se non quella principale, per cui lo sbarco di LeBron a Houston avrebbe perfettamente senso. Perdere uno o più di questi giocatori non è nei programmi di Morey, ma potrebbe essere inevitabile. Se il problema per Harden e Gordon apparentemente neppure si pone, dato che sono entrambi sotto contratto per stagioni oltre quella in corso, il discorso si fa più complicato per quanto riguarda Paul e Capela. CP3 dopo essere stato scambiato dai Clippers a Houston ha sorpreso tutti e ha optato per rimanere nel suo contratto e divenire free agent con una stagione di ritardo, guarda caso in concomitanza con il suo vecchio amico Bron.

 

I Rockets possono rifirmare i loro free agents (oltre a Paul e Capela, anche Ariza sarà libero contrattualmente in estate) usando i Bird Rights presenti nei contratti di tutti e tre. I Bird Rights sono una clausula-status che permette ai giocatori - sempre che rispondano a determinati requisiti - di rifirmare con la squadra per cui hanno giocato nell’ultima stagione senza che questa debba rimanere al di sotto del salary cap nel completare l’operazione. Sono il motivo per il quale Mirotic aveva in un primo momento bloccato la propria trade direzione New Orleans: se Chicago non avesse esercitato la propria opzione per far valere il contratto di Mirotic anche nella prossima stagione e lui fosse stato ceduto, avrebbe perso i propri Bird Rights e di conseguenza possibili guadagni futuri. Una volta che Chicago (con l’avallo dei Pelicans) ha deciso di confermare il contratto dello spagnolo per il 2018-19, Mirotic ha visti salvi i propri Bird Rights e ha acconsentito allo spostamento.

 

Va da sé però che rifirmare subito Paul e Capela (nell’ottica in cui si vuole arrivare a LeBron, Ariza è pensabile al minimo, nulla più) a prezzi di mercato - anche se come dicevamo il mercato per Capela potrebbe non essere così abbondante e trattenerlo per i Rockets meno costoso di quanto si pensava fino a un anno fa - non consentirebbe a Houston di proporre a James il max contract che questi sembra desiderare. Houston dovrebbe aspettare a prolungare i contratti dei propri giocatori, forte del fatto di poterlo fare in un secondo momento, andando sopra il cap.

 

Le complicazioni non sono però finite. Infatti se anche Houston decidesse di aspettare a firmare Paul cercando prima di portare a casa LeBron, per non perdere i Bird Rights cui hanno diritto su CP3, i Rockets si vederebbero calcolato il cosiddetto “cap hold”, soldi che intasano temporaneamente il salary cap fino al momento in cui l’ex Clippers non firma il suo prossimo contratto: una sorta di “penale” per una squadra che abbia intenzione di servirsi dei Bird Rights in un secondo momento. Il cap hold per i diritti su Paul sarà di 39 milioni, quello relativo ad Ariza sui 13. Quello di Capela dovrebbe valere poco meno di 6 milioni e non rappresentare un problema: ecco perché verosimilmente sarà l’ultimo giocatore che Houston firmerà in estate (offerte da fuori permettendo).

 

Ai Rockets nel momento in cui il cap hold di Paul fosse in vigore non basterebbe infatti rinunciare ai Bird Rights su Ariza e cedere Ryan Anderson (impresa non semplicissima), PJ Tucker e Nene Hilario per poter offrire a LeBron alcun tipo di contratto vicino al massimo. L’unico modo per Hoston di rifirmare Paul e poter offrire a LeBron un contratto degno di lui è quello di rinunciare ai Bird Rights di Paul in modo da annullare il cap hold. Una mossa ovviamente rischiosa (altre squadre con spazio potrebbero offrire a Paul un contratto anche più alto di quello offribile dai Rockets), ma necessaria nell’ottica di un assalto a LeBron James.

Tim Cato in un bell’articolo pubblicato da SBNation illustra quattro possibili manovre con le quali i Rockets possono riuscire a mettere le mani sul Prescelto.

 

Rinunciare ad Ariza e abbandonare i Bird Rights presenti nel contratto di CP3, confermare i soli Harden, Capela e Gordon riuscendo a liberarsi di praticamente tutti gli altri membri del roster senza ottenere indietro contratti (impresa molto, ma mooolto difficile) darebbe ai Rockets circa 47 milioni di dollari di spazio disponibile. Troppo poco per far firmare due max contracts a LeBron e Paul, ma forse abbastanza per consentire ai due amici di trovare un accordo e giocare insieme nella prossima stagione. Le rinunce economiche che dovrebbero però fare entrambi i giocatori - o uno molto più dell’altro - non sono da trascurare. Si tratta di tanti soldi.

 

Scambiare Eric Gordon libererebbe ulteriore spazio salariale e permetterebbe (nel caso sempre di rinuncia ai Bird Rights di Paul e azzeramento del roster circostante - meno Harden e Capela) ai Rockets di avere lo spazio salariale necessario per firmare James e Paul a cifre più vicine al loro valore. A pagare sarebbe però la profondità di Houston e ad andare via uno dei giocatori che meglio hanno incarnato lo spirito D’Antoniano negli ultimi due anni.

 

Le ultime due possibilità per Houston sono legate a uno scambio con Cleveland dello stesso tipo di quello imbastito lo scorso anno tra Rockets e Clippers (con James che dovrebbe dunque optare per rimanere nel proprio contratto con i Cavs dietro promessa da parte della dirigenza di essere scambiato direzione Houston) in cui a Cleveland dovrebbero andare contratti per il valore di 35 milioni di dollari (e dunque Anderson e quasi inevitabilmente Capela) e verosimilmente numerose scelte future; oppure una sign-and-trade, in cui Cleveland, ormai certa di perdere LeBron, potrebbe cooperare con Houston avendo meno potere in sede di trattativa e avanzare dunque richieste meno esose in termini di scelte.

 

Ma perché mai Cleveland dovrebbe essere disposta ad aiutare una squadra a firmare il proprio miglior giocatore? E’ vero, le chance dei Cavs di trattenerlo giunti a quel punto sarebbero comunque quasi nulle, e forse un credito di gratitudine il Re negli ultimi anni lo ha acquisito, ma comunque, vedere Dan Gilbert assecondare una simile operazione, portando a casa l’indesiderabile contratto di Ryan Anderson e un neo-firmato Clint Capela non paiono molte.

 

I Rockets, oltretutto, in caso di sign-and-trade sarebbero limitati nelle loro successive mosse, perché le regole NBA intorno a questo particolare genere di trattativa limitano la possibilità della squadra che effettua lo scambio nello spingersi sopra la luxury tax nella stagione successiva. LeBron dovrebbe firmare con i Cavs un prolungamento da tre o quattro anni per rendere la trattativa possibile, sempre in accordo con le attuali regole NBA.

 

Qualunque di queste sia la strada che i Rockets proveranno ad intraprendere per assicurarsi le prestazioni di LeBron James, il compito che attende Daryl Morey non è per nulla semplice.

 

Liberare lo spazio salariale per permettere a LeBron di firmare (con sconto che ad oggi il Re pare ben poco disposto ad accordare a chicchessia) in Texas è cosa ardua, così come è difficile immaginare nei Cleveland Cavaliers dei disponibili alleati nel processo di completamento dell’operazione. In caso di sign-and-trade o di semplice trade, per altro, LeBron si troverebbe nella condizione di indebolire direttamente – involontariamente ma necessariamente- la propria nuova squadra, obbligata a disfarsi di svariati giocatori non tutti disprezzabili, anzi.

 

I Philadelphia 76ers dal canto loro hanno dosi di talento non così inferiori rispetto alla squadra texana e un nucleo fondante molto più giovane, a cui aggiungere ulteriori campioni oltre a James non è impossibile dal punto di vista salariale. I Sixers, come sapete, hanno già ora lo spazio per offrire a James un max contract.

 

Approfondimento del punto 5 (e parzialmente del punto 3). Dicevamo che Sacramento con lo scambio che ha portato George Hill a Cleveland ha liberato spazio salariale, del quale non sa bene cosa fare – almeno non se si parla di impiegarlo per giocatori che portino vittorie. In accordo con la tendenza di cui parlavamo nel paragrafo 3, i Kings potrebbero giocare un interessante ruolo da compratori nel corso delle prossime finestre di mercato, avendo lo spazio per sobbarcarsi contratti indesiderati da altre squadre, che pur di liberarsene potrebbero offrire a una franchigia nella posizione di Sacramento preziose scelte future. Occhio ai Kings quando si tratterà di trovare una nuova casa a Ryan Anderson, questo si dice sulla stampa d’oltreoceano.

 

 

9. 10 vere curiosità sull’universo salariale dell’NBA

 

1. Kevin Garnett è il giocatore ad aver guadagnato più soldi in soli contratti nel corso della propria carriera. 334 milioni di dollari e spicci.

 

2. Gli Washington Wizards sono probabilmente (grazie anche a Ian Mahinmi e al suo contratto) la squadra più “bloccata” dell’NBA per le stagioni a venire. Anche dopo la scadenza del francese, se Otto Porter optasse per restare nel proprio contratto, per la stagione 2020-21 i Wizards avrebbero 98 milioni di dollari garantiti già investiti in appena tre giocatori (Porter appunto, Wall e Beal). Al momento, avrebbero per quella stagione oltre 30 milioni di dollari garantiti in più da sborsare in stipendi rispetto alla squadra che li insegue in questa classifica, i Detroit Pistons. Le cose si svilupperanno, ma la flessibilità a Washington rimane un problema.

 

3. Dove la flessibilità non dovrebbe mai essere un problema è nel regno di Danny Ainge. Gli ultimi due giocatori scelti dai Celtics a cui Ainge abbia offerto un’estensione una volta usciti dai contratti della rookie scale sono stati Rajon Rondo e Avery Bradely. Vedremo cosa succederà in estate con Marcus Smart e la sua restricted free agency.

 

 

4. Il contratto di Steph Curry è stato per anni il miglior affare della Lega: l’anno scorso Curry era il quarto giocatore più pagato dei Warriors dietro a Kevin Durant, Klay Thompson e Draymond Green, e guadagnava poco più di Andre Iguodala. In passato Curry era stato a libro paga per Golden State a cifre inferiori anche rispetto a quelle percepite dai propri compagni David Lee, Andrew Bogut, e appunto Iguodala.

 

5. Nella stagione 2012-13, Rashard Lewis firmò al minimo salariale con i Miami Heat dei Big Three che avrebbero vinto il titolo contro gli Spurs. La particolarità sta nel fatto che Lewis, che aveva raggiunto un accordo per il buy-out da New Orleans, percepiva ancora i resti del contratto che aveva firmato nell’estate 2007 con gli Orlando Magic, valido per 6 anni e dal valore complessivo di 118 milioni di dollari. Questo faceva di Lewis il giocatore di fatto più pagato nella squadra di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh.

 

6. Dopo un esperimento durato poco negli anni '40, l'NBA ha reintrodotto il salary cap a partire dalla stagione 1984-85. Per quell'anno il tetto agli ingaggi era fissato a 3,6 milioni di dollari.

 

7. L’NBA è, per distacco, la Lega a livello mondiale che garantisce lo stipendio medio più alto a un proprio giocatore (6 milioni di dollari circa, se si contano i 15 giocatori per squadra). Non è però la Lega che spende di più in contratti in assoluto, superata dalla NFL e dalla MLB, dove il numero di giocatori per ogni squadra è di molto superiore.

 

8. I cinque giocatori che guadagnano di più nei Los Angeles Lakers sono nell’ordine: Brook Lopez, Kentavious Caldwell-Pope, Luol Deng, Corey Brewer e Channing Frye. Quattro di questi cinque contratti sono in scadenza.

 

9. Nikola Jokic è ultimo in termini di guadagni tra i giocatori dei Denver Nuggets con contratti garantiti per questa stagione. Il suo è presumibilmente il miglior contratto dell’NBA. I Nuggets in estate potrebbero decidere di esercitare l’opzione presente nel contratto del serbo che permetterebbe loro di pagarlo 1,6 milioni nella prossima stagione, al termine della quale Jokic diventerebbe unrestricted free agent. A quel punto i Nuggets potrebbero comunque offrirgli più soldi di qualunque altra squadra, ma The Joker sarebbe libero di firmare con chi vuole. Qualora Denver decidesse invece di non far valere la propria opzione, Jokic il primo luglio 2018 diventerebbe restricted free agent, e i Nuggets sarebbero liberi di pareggiare qualunque offerta per il proprio centro o firmarlo direttamente al massimo salariale. Che Denver voglia pagare il proprio gioiello quanto merita è fuori dubbio, resta da capire quando deciderà di farlo. Risparmiare un monte di soldi nella prossima stagione potrebbe portare con sé dei rischi.

 

10. Nel primo giorno della free agency 2016 i Memphis Grizzlies investirono approssimativamente 250 milioni di dollari complessivi per rimettere sotto contratto il proprio principale free agent, Mike Conley (il cui rinnovo a simili cifre in un mercato con così tante squadre con spazio salariale era quasi inevitabile, e necessario per Memphis) e per firmare Chandler Parsons (con cui le cose non sono poi andate esattamente come auspicato).

 

 

10.  Un film

 

E’ materia calda in questi giorni la mega-indagine dell’FBI intorno al sistema NCAA. Non ci dilungheremo nell’illustrarne i dettagli ma il succo è che negli Stati Uniti è vietato per qualsiasi studente-giocatore percepire dalla propria scuola o da terze parti ad essa in qualche modo connesse soldi che esulino da quelli utilizzati per coprire i costi della retta. Queste regole ferree sono state in passato aggirate nei modi più vari, svariate volte. L’opinione pubblica americana si chiede - nuovamente - se sia giusto che ragazzi (spesso provenienti da realtà difficili) che già valgono milioni di dollari e attorno ai quali le università hanno costruito un sistema che fa girare miliardi di dollari non percepiscano neanche una piccola parte degli introiti che generano.

 

Oltretutto al momento non è concesso ai giocatori in uscita dall’high school andare direttamente a giocare tra i pro nella massima Lega americana. Possono firmare per squadre fuori dagli Stati Uniti o per squadre che militano in leghe minori, ma la prassi vuole che un anno di college non lo si neghi a nessuno.

 

L’NCAA genera evidentemente una spettacolare ed entusiasmante competizione che appassiona gli amanti del Gioco di mezzo Mondo, ma si regge anche su alcune stridenti contraddizioni. Il Sogno Americano sfama alcuni, illude molti. LaVar Ball, del quale si possono, e giustamente, pensare anche le peggiori cose (o più correttamente si può pensare il peggio dello spazio mediatico che gli è stato per mesi concesso), ha compiuto la sua più ardita ed interessante mossa quando ha detto che avrebbe lanciato una lega semi-professionistica a partire dalla prossima stagione, con l’intento di garantire uno stipendio mensile a quei prospetti dell’high school che decidessero di non andare al college e di entrare invece nella sua JBA prima di diventare professionisti. Se questo progetto diventerà mai una realtà, ed eventualmente con quali risultati, al momento non lo sappiamo, ma ad apparire molto probabile e necessaria è una riforma del sistema collegiale americano.

 

Per chi non lo avesse ancora fatto, guardare il documentario di Steve James “Hoop Dreams” è qualcosa di altrettanto necessario. Dura quasi tre ore e da qualche tempo non è più disponibile su Netflix, ma trovarlo è tutt’altro che impossibile. Il grande critico cinematografico Roger Ebert lo definì il miglior film del 1994 (preferendolo a Pulp Fiction, Forrest Gump, alla trilogia dei colori della bandiera francese di Kieslowski e a qualunque altra opera cinematografica che sia stata creata in quell’anno del Signore). Per Rolling Stone è il miglior film sportivo di tutti i tempi.

 

 

La parabola di due giovani prospetti di Chicago, cresciuti nel mito di Isiah Thomas e con il sogno della NBA, reclutati dalla St. Joseph High Scholl di Westchester (Illinois), che la troupe cinematografica segue per anni - con svariate interruzioni - è un viaggio dentro all’America di ieri e di oggi con tutte le sue contraddizioni. Dentro al Sogno Americano ed alla sua zona grigia, fatta di tremenda realtà. Dentro al basket che non abbiamo mai visto.

 

E’ una pietra miliare del cinema che non può lasciare indifferenti gli amanti del basket così come quelli dei documentari, e in fin dei conti nessuno a cui interessi qualcosa di qualcosa. Da vedere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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