Espansione NBA: pro e contro di un possibile allargamento

July 25, 2018

Cosa comporterebbe l'aggiunta di due franchigie nella Lega in futuro prossimo, ma non troppo. 

 

 

 

 

“Non voglio stabilire delle scadenze temporali precise, anche perché ad oggi non siamo pronti, ma penso che un’espansione della lega, presto o tardi, sarà inevitabile.”

 

Queste le parole pronunciate dal commisioner Adam Silver circa un anno fa quando interrogato in merito alla possibilità di assistere ad un’espansione della NBA – quindi di vedere l’aggiunta di due squadre (una per Conference) in un futuro indefinito. E non solo, ha anche detto che esiste una “short list” di candidate principali per questo tipo di progetto.


Da anni a questa parte uno degli slogan più utilizzati dalla Lega è “NBA Global Game”, forte segnale della strada che è stata presa ormai da tempo: Europa, Asia, Africa, Oceania, ormai con il League Pass la pallacanestro a stelle e strisce raggiunge ogni angolo del Pianeta.

 

La NBA, tra le “big four” dello sport americano (NBA, NFL, NHL, MLB), è di certo la più Global: negli ultimi anni abbiamo assistito ad una “globalizzazione interna” della lega tanto da vedere veri e propri uomini franchigia di passaporto europeo. In generale, la percentuale di giocatori extra-USA comincia ad essere estremamente rilevante: Grecia, Lettonia, Italia, Serbia, Francia, Croazia e Canada su tutti.

 

Allora il prossimo passo potrebbe essere una “espansione esterna”, con l’apertura di vere e proprie franchigie fuori dai confini americani. Idea affascinante, ma meglio restare coi piedi per terra: l’idea dell’espansione è concreta, ma le alternative USA sono ancora le più gettonate.

 

 

 

VORREI APRIRE UNA FRANCHIGIA, COME SCELGO IL POSTO GIUSTO?

 

 

Avete in mente di diventare proprietari di una squadra NBA? Allora è bene sapere quali sono i punti cruciali da tenere presenti prima di scegliere il posto in modo avventato.

 

È comunemente accettato che sono tre le leve ritenute fondamentali nella scelta di una nuova città:

 

1. Le infrastrutture: si parla dell’arena, asset fondamentale che deve avere la città ospitante. La media della capacità dei palazzi NBA è ad oggi di circa 20.000 spettatori. È bene non sottovalutare questo aspetto, chiedere a Seattle per conferma.

 

2. Fan base: Quando una squadra è situata in mercato piccolo, quindi ha problemi a rientrare dei costi, oppure non dimostra di avere un progetto vincente per parecchi anni, è fortemente soggetta ad una ricollocazione – vedere Charlotte Bobcats e Vancouver Grizzlies.

 

Spesso però la fan base, l’attaccamento dei tifosi alla squadra locale, può risultare decisivo per superare queste difficoltà (oltre che per garantire delle entrate fisse) o quanto meno rendere meno “facile” uno spostamento. Muoversi verso un luogo che ha le potenzialità per garantire una folta base di tifosi è fondamentale.
 

3. Il mercato di riferimento. Questo terzo punto la Lega lo ha imparato molto bene sulla propria pelle: l'esperimento fallito dei Vancouver Grizzilies e Charlotte Bobcats ha messo tutti davanti all'evidenza che la città deve essere in grado di permettersi una squadra NBA, soprattutto nei primi tempi di ovvia difficoltà – sia economica che sportiva – rispetto alle restanti squadre già consolidate.

 

Piccola menzione anche per il clima politico dello Stato in cui si intende aprire una franchigia: quando ci si muove verso una nuova città è bene assicurarsi di essere ben visti dalle autorità politiche locali e non solo; anzi, è importante avere la certezza di essere ben voluti. Questo risulta fondamentale per garantirsi una maggior facilità nel reperimento delle fonti di finanziamento, soprattutto i primi tempi.

 

 

 

VINCOLI ED IMPEDIMENTI

 

 

È chiaro, Adam Silver non può svegliarsi una mattina e decidere di aggiungere due o più squadre alla nostra Lega preferita come se nulla fosse, ci sono degli ostacoli – alcuni aggirabili, altri meno – da tenere in considerazione (si, avete indovinato, si parla di soldi…): vediamo quali sono.

Per prima cosa è bene sapere che ogni squadra che si aggiunge alla famiglia delle franchigie NBA deve pagare una “commissione di benvenuto”, una sorte di tassa, che in America chiamano “expansion fee”. Questa tassa rappresenta il prezzo del biglietto da pagare per entrare nel grande mondo della palla a spicchi a stelle e strisce. Ma a quanto ammonta questa tassa? Dipende.

L’ultima espansione è avvenuta nel 2004 e ad entrare sono stati i Charlotte Bobcats (oggi New Orleans Pelicans), che hanno avuto la possibilità di “draftare” 19 giocatori non protetti dalle restanti 29 squadre. Per loro la expansion fee è risultata essere pari a 300 milioni di dollari, cifra che simboleggiava il valore medio di una franchigia NBA in quell’anno.

 

Il ragionamento è: vuoi una squadra NBA? La paghi. Quanto? Sborsi il valore all’incirca pari a quello di una squadra attualmente nella Lega. Insomma, è come se la NBA ti facesse acquistare – a te proprietario - la franchigia.

 

Piccolo problema, i Bobcats sono entrati 14 anni fa. Se per caso oggi – nel 2018 – venisse in mente a qualcuno di portare una nuova squadra nella Lega, sulla base del ragionamento appena fatto, con 300 milioni in tasca non si potrebbe nemmeno sedere al tavolo per discuterne. Da allora infatti la NBA ha compiuto passi da gigante, è cresciuta a livello mediatico ed ha una fan base di appassionati che non è minimamente paragonabile a quella di un decennio fa: ovviamente incassi e valore delle franchigie ne ha giovato di pari passo.

 

Inevitabile conseguenza: è lievitata anche l’ipotetica tassa d’ingresso. Ad oggi la cifra da sborsare per poter entrare si aggira intorno al miliardo di dollari. Sono conti che non sono precisi al centesimo, ma fatti sulla base degli ultimi due passaggi di proprietà che hanno visto coinvolti gli Atlanta Hawks ed i Los Angeles Clippers; il primo è costato 900 milioni, per una squadra che, si può dire, non è esattamente al centro delle attenzioni mediatiche e non ai primi posti per quanto riguarda le entrate. Il nuovo proprietario della squadra situata nella Città degli Angeli, invece, se l’è aggiudicata alla modica cifra di 2 miliardi di dollari. Diciamo che l’ammontare della tassa ad oggi dovrebbe assestarsi attorno al miliardo.

 

Ed ecco il primo problema: non facile trovare qualcuno disposto a mettere sul tavolo tanti soldi solamente per entrare, soldi che nulla hanno a che fare con i costi operativi di gestione della franchigia. Insomma, poco invitante.

 

Problema numero 2: giochi di potere e conflitti d’interesse.

Come normale che sia, ognuno guarda prima di tutto al proprio giardino di casa, pensando ai propri interessi prima di schierarsi a favore o contro ad una proposta. Allora come reagirebbero i 30 proprietari attualmente in carica alla proposta di un’eventuale espansione?
Anche qui, dipende. 
Bisogna tener conto di due aspetti cruciali.

Punto uno: l’expansion fee sarebbe interamente girata nelle tasche delle attuali 30 franchigie NBA, in modo equamente distribuito. Non male vero? Viste le cifre di cui si parla non sarebbe un guadagno indifferente, soprattutto per determinate franchigie che non eccellono nei ricavi ed ultimamente sono un po’ in sofferenza (vero, Memphis?).

 

Vista così la faccenda non sembrerebbe complessa, tutti a favore di un’espansione, tutti amici e tutti ricchi. Ma ecco il punto 2: in NBA esistono una serie di voci chiamate “ricavi di Lega” che in base ad alcuni accordi pregressi è previsto che vengano, anche questi, divisi equamente tra le varie franchigie. La voce più importante di tali ricavi sono senza dubbio i diritti televisivi.


L’accordo sui diritti TV è stato rinnovato solo lo scorso anno ed è stata toccata la cifra record di 2.6 miliardi di dollari - cresciuta la Lega, eh? Questo significa che ad ogni squadra spettano ad oggi circa 86 milioni di dollari (come divisione della percentuale destinata alle franchigie); se si dovesse aggiungere una squadra in più – o più realisticamente due – già scenderebbero a 81 i milioni pro-squadra. Fastidioso ma non gravissimo, ma se ripetiamo il giochino per altre tot voci di ricavo, la perdita che deriva dalla spartizione con due squadre in più diventa pesante.

 

Il ragionamento comincia così ad articolarsi: meglio un super guadagno oggi e sopportare perdite negli anni successivi, oppure stiamo in 30 che così male non si sta?

 

Altro problema: i giocatori. Due squadre in più significa circa 40 giocatori richiesti da due potenziali pretendenti in più; anche se non è un danno monetario, è un fatto che rappresenta un costo in termini di maggior concorrenza e – anche se sembra ridicolo parlarne di questi tempi – diluzione del talento. Il discorso può essere infatti ribaltato: nella cosiddetta "era dei superteam”, quanto conviene davvero aggiungere due squadre che partirebbero anni luce indietro alle altre? Altri “tanking teams”: probabilmente non ciò che serve al momento.

 


 

ESPANDERE, MA DOVE?

 

 

Abbiamo visto quali sono i precedenti storici di un’espansione e le difficoltà che, ad oggi, si presenterebbero qualora si decidesse di allargare nuovamente la Lega. Vediamo ora quali sono i candidati più "caldi" e più probabili, chi parteciperebbe ad una corsa per aggiudicarsi una nuova franchigia e perché la loro candidatura risulta essere plausibile (più o meno).

 

 

EUROPA, TRA SOGNO ED UTOPIA

 

"Tra sogno ed utopia" riassume perfettamente tutto ciò che c’è da sapere circa una possibile espansione nel vecchio continente.

Per noi europei è certamente un sogno per svariati motivi: poter seguire le partite con un fuso orario più comodo, senza arrivare al lavoro il giorno dopo con le tipiche sembianze da morti-viventi che, in fondo sappiamo bene, tutti abbiamo provato almeno una volta (solo una?) nella vita; avere la possibilità di andare ad a vedere dal vivo i campioni NBA, che disterebbero – nella peggiore delle ipotesi – poche ore di volo, e non una tirata transoceanica praticabile solo a pochi fortunati.

 

Ma come detto, per il momento è solo utopia. Ad oggi esiste una sola città candidata ad un’espansione europea, per la quale le trattative potrebbero aprirsi realmente: LondraSono ormai svariati anni che la Lega organizza una partita nella fantastica O2 Arena della capitale inglese, ed è già in programma anche per il 2019 (New York Knicks vs Washington Wizards). I risultati sono sempre stati incredibili tra entusiasmo ed appeal attorno all’evento, i tifosi si sono sempre mossi da tutta Europa per approfittare dell'occasione. E allora perché no?

 

 

 

Si tratta ancora di utopia, purtroppo: le problematiche sono tutte di carattere logistico.
Ogni anno, le squadre indicate per giocare il match europeo hanno avuto bisogno di almeno 3 giorni extra di riposo, problema arginabile nella costruzione del calendario finché si tratta di una sola partita; ma nel momento in cui una squadra dovesse trasferirsi stabilmente a Londra, non sarebbe più possibile schedulare il calendario della Regular Season, almeno non seguendo le modalità attualmente in vigore.

Troppo lungo il viaggio quindi – di andata e ritorno - e l’adattamento ad un fuso diverso.

Ecco le parole di Adam Silver a riguardo:

 

“Fin quando la nostra stagione sarà così lunga, giocare regolarmente in Europa richiederebbe troppi giorni di riposo. In Europa hanno una filosofia diversa: giocano una volta a settimana e quindi hanno diversi giorni tra una partita ed un’altra per riposare ed allenarsi. Da noi non funziona così.”

 

Allora le soluzioni sono due: o aspettiamo che vengano inventati dei mezzi di trasporto più potenti degli aerei che permettano di ovviare a questo problema, oppure – soluzione più praticabile – accorciare il pesante calendario di 82 partite e concedere più riposo ai giocatori, rendendo fattibile anche trasferte verso il vecchio continente. Ma non aspettiamoci nulla di tutto ciò: una riduzione delle partite danneggerebbe l'intero business, oltre che l’orgoglio americano, messo in piedi con tanta fatica.

 

Tutto si tradurrebbe con meno guadagni per le squadre e per la Lega.

Ehi, alla fine è un problema di soldi: lo avreste mai detto?

 

 

 

MEXICO CITY

 

Gli ultimi due anni i campioni uscenti, i Golden State Warriors, hanno declinato l’invito per la tradizionale visita alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti e la Lega non ha presentato alcuna obiezione. Quindi no, se qualcuno lo avesse pensato, non sarà un muro a fermare questa alternativa che, tra l’altro, è una delle più probabili.

 

“Mexico City has a real chance” – Adam Silver. Ma anche in questo caso ci sono dei pro e dei contro.

 

Innanzitutto, Città del Messico è tra le città più grandi al mondo, il che significa grande potenzialità in termini di bacino d’utenza, e sì, in termini di guadagni.

Poi, c’è il grande vantaggio della posizione geografica: vicinanza agli States e stesso fuso orario di diverse città. Terzo, sono già stati fatti “esperimenti” perfettamente riusciti, o quasi: lo scorso dicembre sono state disputate due partite, una tra i Brooklyn Nets ed i Miami Heat, l’altra sempre tra Brooklyn e gli Oklahoma City Thunder. Mexico City ha risposto alla grande, manifestando entusiasmo e portando a palazzo 20.000 spettatori in entrambe le occasioni.

 

Ed infine la città risponde al bisogno “Global”, infatti sarebbe una prima, piccola, migrazione della Lega fuori dagli USA (i cugini canadesi non valgono, dai).

 

Sembra la soluzione perfetta allora, ma ci sono anche dei problemi, ed il problema di Citta del Messico è… Città del Messico! Sono infatti le problematiche stesse della città che fanno da ostacolo alla propria candidatura e queste sono riassumibili in: inquinamento, delinquenza e altitudine.

 

Mexico City è tra le città più inquinate del mondo, sembra esser tornata agli anni ’80 quando “non era raro vedere uccellini esalare l’ultimo respiro e cadere dell’albero.” (Elisabeth Malkin). L’eccessivo uso delle auto, spesso non omologate alle nuove normative, e le numerose industrie che circondano la città hanno fatto ripiombare la città in una situazione di emergenza totale: ormai non è più possibile osservare nitidamente alcun tipo di paesaggio senza il filtro creato dallo smog, ed i problemi di salute dei cittadini si sono ovviamente impennati.
Non esattamente la condizione ideale per convincere un giocatore NBA, magari una superstar, a scegliere di giocare in Messico.

 

Ma c’è di peggio, la capitale messicana capeggia anche in un’altra particolare classifica: quella della quantità di omicidi e rapimenti che si verificano con regolarità. Anche qui, non proprio il posto ideale per andare a guadagnare svariati milioni di dollari, e per trasferirsi a vivere magari con consorte e prole al seguito.

 

Terzo problema, meno drammatico ma comunque significativo, è quello dell’altitudine della città ed i conseguenti problemi per le performance sportive. Se pensate che giocare a Denver sia complesso, vista la sua altitudine di 2000 piedi, vi impressionerà sapere che Città del Messico è situata a 7500 piedi, e l’arena – costruita di recente, un gioiellino da 300 milioni – si trova sul punto più alto della città.
Per maggiori informazioni chiedere ad Alan Crabbe, guardia di Brooklyn che durante le due partite giocate a quell’altezza si è dovuto “ritirare” per vomitare diverse volte, oppure a Russell Westbrook – non proprio l’ultimo degli atleti – che ha terminato la partita con la febbre.

 

Soluzione affascinante, insomma, ma c’è molto da lavorare per risolvere alcune “piccole” problematiche e rendere la città in grado di ospitare una squadra NBA in tutta sicurezza.

 

 

 

 

SEATTLE

 

The Emerald City è considerata l’ipotesi più probabile dal momento in cui, nel 2008, è stata “derubata” della sua squadra a vantaggio di Oklahoma City. Qui il problema della fan base non si pone, anzi: non sono state poche le manifestazioni di nostalgia da parte della città nei confronti dei “loro” SuperSonics.

 

 

Seattle – è un dato di fatto – è la città americana con più “mercato”, con più concentrazione di risorse tra quelle senza una squadra NBA. E se prima questo poteva essere opinabile, ora non lo è più, non da quando è anche la casa di uno dei giganti del business mondiale, ovvero Amazon. Volente o nolente, la città dello Stato di Washington è un’assoluta protagonista del panorama economico americano e la NBA questo non può di certo ignorarlo.


Ricordiamo che la franchigia fu spostata da Seattle per (presunti?) problemi legati all'agibilità dell’arena – c’è chi parla di cospirazione ma non andiamo oltre – ed è appurato che lo scorso dicembre sia stato approvato un piano da 600 milioni per rimettere a nuovo la storica Key Arena. L’idea è farne un capolavoro di modernità e confort, oltre che quella di raddoppiarne le dimensioni e renderla utilizzabile per svariati avvenimenti, non solo sportivi. Piccolo problema: nel momento del lancio del progetto si è parlato solo di hockey, non di pallacanestro. Questo significa che al momento non ci sono piani concreti per riportare una franchigia a Seattle, ma le condizioni sembrano esserci tutte.

 

Altro piccolo problema: nessuno si è ancora fatto avanti per prendere in mano un eventuale progetto che coinvolga Seattle. In molti si sono

esposti a favore di un ritorno, ma nel concreto manca il potenziale proprietario. Solamente Steve Ballmer sembra essere in prima linea in questa battaglia, ma lo fa forte della sua posizione, ovvero proprietario dei Los Angeles Clippers, rilevati non appena due anni fa per la modica cifra di 2 miliardi di dollari. Insomma, a tutti sembra che stia a cuore la battaglia per riportare una squadra NBA a Seattle, ma nessuno sembra volerlo concretamente.

 

 

 

LAS VEGAS

 

A questo punto una cosa dovrebbe essere chiara: al centro di tutte queste logiche ci sono i soldi. E quale città americana va più a braccetto con la figura del dollarone verde se non Las Vegas? La città del Gambling è una delle più grandi in America, attira ogni anno milioni di turisti che non vedono l’ora di tentare la buona sorte al tavolo verde o alle slot machine, innescando di conseguenza un enorme giro di denaro.

 

 

Il Nevada è sempre stato orfano di una squadra sportiva, di qualunque sport, ma recentemente si è mossa in questo senso aggiudicandosi

prima una franchigia NHL lo scorso anno, i Golden Knights (…), poi una NFL, i Raiders, a partire dal 2019/2020. Las Vegas fa sul serio, insomma: vuole entrare di prepotenza all’interno dell’entertainment sportivo americano, ed ha i mezzi per farlo. 

 

Il biglietto di visita? Mercato enorme, fiumi di denaro e fan base assicurata: Vegas è una candidata più che seria per assicurarsi in futuro una franchigia NBA.

 

Il problema sembra essere, questa volta, legato all’immagine che porta con sé Sin City.

Nessuna fonte ufficiale, ma sembra che la Lega – sempre molto attenta al rispetto delle regole e dei principi etici in generale – sia un po’ titubante nel voler accostare il proprio nome a quello di Las Vegas. Il mercato è invitante, irrinunciabile, per questo motivo sembra che la Summer League, che ogni estate si svolge a Las Vegas, rappresenti il “grande compromesso” che la NBA ha trovato con la città del peccato. Ma per ora, questo è quanto. Se così davvero fosse, prima di vedere una squadra nel Nevada ci toccherà aspettare un’inversione di rotta per quanto riguarda le priorità della Lega.

 

 

 

ALTERNATIVE 

 

Queste elencate sono solo le principali candidate della famosa short list citata da Adam Silver per una possibile espansione. Non sono le uniche: Kansas City e Louisville sono altre ottime candidate, ma partono leggermente dietro a quelle sopra citate, entrambe per via delle dimensioni del mercato. Rischiano di essere progetti più complessi da far decollare.

 

 

 

*************

 

 

La sensazione è che presto o tardi la Lega si espanderà. Non sappiamo ancora né dove né quando, ma i progetti sono sempre stati ambiziosi ed i passi in avanti negli ultimi anni sono stati mostruosi.


Non resta che aspettare che si verifichino le condizioni ideali e che i tempi siano maturi, ed allora potremo dire che il gioco più bello del mondo, nella Lega che ne rappresenta la massima espressione, sarà diventato davvero GLOBAL.

 

 

 

 

 

 

 

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