Fa' un bel respiro, Nikola

November 26, 2018

Il cammino di Nikola Jokic per divenire una Superstar sta risultando tortuoso e accidentato. Complice un'emotività e una debolezza mentale che allo stato attuale sono dei veri e propri ostacoli di fronte alla sua sapienza tecnica. Come sgombrare il cammino verso la definitiva consacrazione? 

 

 

Doverosa e necessaria premessa: chi vi scrive è un sincero estimatore di Nikola Jokic. Postilla alla premessa: cosa diavolo significa essere Nikola Jokic?

 

Lo so, un esordio del genere non contribuisce a chiarire le idee a nessuno, ma sarò onesto: vorrei potermi sedere ad un tavolo con tutti coloro che siano profondamente affascinati dall’argomento e sentire da ciascuno la propria versione. Per tentare di dare una quadratura di insieme ad una questione che tocca trasversalmente sentimenti opposti come “ammirazione” e “sgomento”.

 

Perché se da una parte c’è un talento che difficilmente è descrivibile a parole, dall’altra c’è una mentalità e un carattere che non di rado giocano brutti scherzi. E che, allo stato attuale, rappresentano forse il maggiore ostacolo alla sua definitiva consacrazione. Da qui il dubbio: può Jokic essere già definito un leader, con tutte le sfumature che questa parola si porta appresso? Molto probabilmente, alla fine di questo scritto, ci ritroveremo ancora con la sensazione di essere in un cantiere aperto.

 

Sono sempre stato molto colpito da due cose del serbo: la naturalezza con cui il talento sgorga dalle sue mani, e la altrettanta naturalezza con cui se ne parla. Quasi dimenticandoci che di fronte si ha un giocatore di 213 cm per 113 kg, tutt’altro che atletico ed esplosivo; che però è in grado di trattare il pallone con una dolcezza e un’armonia che lasciano senza parole. Ha abituato talmente bene gli occhi di chi lo guarda che, quando ha la palla in mano, trasmette sempre quel senso di attesa che precede un evento memorabile. Quasi sia automatico che una grande giocata sia imminente, contribuendo a mantenere sempre alta l’attenzione sul movimento di ogni suo singolo muscolo.

 

Jokic a tratti è sbalorditivo, per visione e costruzione di gioco. È in grado di coprire più zone della metà campo offensiva, risultando pericoloso quasi in maniera omogenea. Perché se non tenta una conclusione – il cui ventaglio va dal tiro da 3 all’appoggio al vetro dopo un gioco spalle a canestro, passando per un palleggio arresto e tiro dalla media o una penetrazione molto efficace contro pari ruolo meno portati a difendere lontano da canestro - è capace di premiare con un passaggio illuminante i tagli dal lato debole dei compagni, che sia un dietro schiena raddoppiato in angolo o un passaggio a due mani sopra la testa dalla punta.

 

Per non parlare del suo marchio di fabbrica: un passaggio di tocco da autentica boa pallanuotistica. L’estetica del gesto, così come anche di altre tipologie di passaggio con cui arricchisce sera dopo sera il proprio repertorio, non deve trarre in inganno ponendo in secondo piano la sua geniale efficacia. Dimezzando il tempo di ricezione con il tocco di prima, Jokic scompagina totalmente le tempistiche dei difensori avversari accorsi per raddoppiarlo, ritrovandosi a dover recuperare affannosamente sull’uomo libero in angolo piuttosto che tagliante al centro dell’area. Certo, per eseguirlo serve una sensibilità nei polpastrelli che è davvero per pochi, come una disarmante lucidità per trovare una via di uscita in situazioni eufemisticamente complicate. Come se nella sua testa tutto fosse limpido, ragionando due-tre secondi in anticipo. Quanto più di The Joker ci sia... in The Joker.

 

Non di rado il serbo ci ha deliziato anche con conduzioni di transizioni offensive, con proprietà di palleggio degne di una PG e passaggi a tutto campo ad aprire un contropiede per due punti facili di un compagno. Spesso addirittura da palloni recuperati dopo un cambio difensivo affrontato con grande velocità di piedi, segno di applicazione anche nella metà campo meno nobile, dove si offre come discreto difensore nel pitturato e rimbalzista di eccellente intelligenza. In un ruolo dominato da verticalisti – cfr Joel Embiid, Andre Drummond, DeAndre Jordan, Rudy Gobert, ... per citarne solo alcuni – Jokic supplisce all’esplosività con il QI, posizionando il proprio corpo in maniera tale da poter avere per primo il vantaggio del contatto fisico, tagliando fuori l’avversario e facendosi di fatto cadere il pallone tra le mani.

 

Caratteristica questa cavalcata anche nel gioco spalle a canestro, dove spesso è possibile osservarlo prendere vantaggio sul proprio marcatore con una virata che altro non serve se non a spingerselo alle spalle, per depositare indisturbato la sfera nell’anello.

 

Talento completo, visione ed intelligenza cestistica. Tre ingredienti necessari per fare un ottimo giocatore, ma che se impreziositi da una terza base portante possono rendere lo stesso ottimo atleta una Superstar da quasi tripla doppia di media a partita: la mentalità.

 

Nemmeno un anno fa coach Malone dichiarava:

 

Devo trovare un modo di utilizzarlo e sfruttare i suoi punti di forza. Senza che si ritrovi a pensare ‘oggi devo fare il Superman della situazione’. Non voglio che senta il peso della franchigia intera tutto sulle sue spalle.

 

Perché è proprio questa, alle volte, la traduzione approssimativa di un body language tutt’altro che facilmente derubricabile: pare che il numero 15 si senta oppresso. Insofferente, ma nell’accezione più intrinseca della parola, non in quella più “spocchiosa”.

 

Una partita nella partita: quella psicologica che si sta giocando nella sua testa prima ancora che in campo. Jokic è capace di metter su l’espressione più sfacciatamente accigliata che riesca dopo una giocata da highlights in un momento emotivamente fondamentale della gara, come far trasparire una dilaniante frustrazione al secondo tiro di fila sbagliato. Un ottovolante emotivo capace di fargli collezionare quasi in ciabatte 35 punti, 11 rimbalzi e 11 assist col 100% al tiro nella gara contro Phoenix come una assordante 0/1 in 25 minuti contro Memphis. Passando per i match contro New Orleans, Cleveland e Boston nei quali ha tentato la conclusione rispettivamente 8, 5 e 3 volte.

 

Una sorta di sciopero offensivo di difficile comprensione, visto e considerato che oltre le 15 conclusioni si è quasi sempre attestato con regolarità sul 50% di realizzazione – fatta eccezione per alcuni fisiologici passaggi a vuoto. E che soprattutto non aiuta il legittimarsi della sua posizione: quella di superstar, oltrechè di leader dei Denver Nuggets.

 

Comprendere i flussi di pensieri nella testa di un giocatore in grado da una sera all’altra di impersonificare Dottor Jekyll o Mister Hide risulta davvero complicato, anche se quello che emerge da Jokic è la grande autenticità delle sue emozioni. Nulla è costruito a tavolino, ed è forse proprio questo che, se da una parte provoca quasi irritazione, dall’altra lo rende tremendamente umano. Spinge uno spettatore più sensibile ad essere empatico... lo rende partecipe. Dico “più sensibile” perché non è invece così complicato capire lo sconforto di chi – compagni, staff e tifosi – vive in maniera più contrariata questi roboanti fuorigiri emotivi.

 

Croce e delizia. È come se, tutto d’un tratto, le innumerevoli armi che compongono il suo vasto arsenale gli si ritorcessero contro, risultando di fatto incapace di aiutare in maniera incisiva la propria squadra a vincere. Quello stesso collettivo che, grazie a lui, ha svoltato da un punto di vista qualitativo. Che, cavalcando l’onda da lui generata nella sua splendida – anche se altalenante – passata stagione, ha saputo riconfigurarsi in una nuova dimensione; giocandosi l’accesso ai Playoffs contro Minnesota all’overtime dell’ultima gara di RS lo scorso anno – 35+10 rimbalzi in quel frangente per The Joker - e attestandosi momentaneamente alla terza posizione della Western Conference con un record di 14-7 per quanto riguarda l’attuale.

 

È chiaro che neanche l’evidente dominio che è in grado di garantire quando è in fiducia sia sufficiente a convincerlo di poter diventare uno dei primi dieci giocatori della Lega. E questa scarsa autoconsapevolezza e considerazione di se stesso hanno creato sin qui non pochi grattacapi a Malone, quasi più impegnato a convincerlo del contrario che non ad impartirgli delle vere e proprie direttive tecniche – in secondo piano, di fronte ad un giocatore capace di coprire pressochè tutti i ruoli dall’1 al 5.

 

Emblematica è stata la risposta che ha regalato alla stampa alla firma del max contract da 147.7 mln di dollari circa in cinque anni ad una domanda circa i suoi obiettivi prossimi futuri: “diventare un All-Star.” Seguendo una famigerata reazione di pancia, chiunque avrebbe voluto prenderlo e scuoterlo come un sacco di patate per farlo rinsavire. “Ti rendi conto di chi sei? Di cosa potrai essere? Che da qui a cinque anni potrai fare le fortune di Denver? Davvero aspiri solo a questo??” Invece è la disarmante naturalezza delle sue parole che scalza l’irritazione, lasciando posto quasi alla preoccupazione: che nella sua testa, per qualche strano motivo, metta in moto un meccanismo di autodifesa dall’ ansia e dall’ oppressione delle aspettative.

 

Jokic è entrato nella Lega dalla porta sul retro, e pare che questo zavorri inconsapevolmente i suoi piedi al terreno. Divenire il go to guy di una franchigia a 23 anni, da europeo e dopo essere stato scelto al secondo giro con la 41esima scelta probabilmente gli pone addosso la pressione inconsapevole di dover dimostrare ogni singola sera di non essere un fuoco di paglia. Tarpandosi le ali con un atteggiamento talvolta rinunciatario, basato sulla sensazione che quella possa non essere la sua migliore partita.

 

 Non si spiegherebbe altrimenti una gara come quella contro Memphis, nella quale come detto ha fatto registrare uno 0/1 con la singola conclusione della sua partita presa per tentare di pareggiare i conti sulla sirena del quarto periodo. In condizioni disperate nelle quali non avrebbe mai potuto rifiutarla.

 

Un conto, io credo, è realizzare di essere in serata no e cercare di aiutare la propria squadra su altri fronti. Siano essi la costruzione di gioco con o senza la palla, la presenza a rimbalzo, l’incisività difensiva… Un altro, per supposizioni interiori di scarsa utilità, è sparire completamente dal campo con un atteggiamento eloquentemente depressivo.

 

Come se non fosse pronto, e il suo essere un incredibile outsider non lo aiuti per nulla. Per varie vicissitudini, dal suo secondo anno nella Lega Jokic si è ritrovato a dover essere un leader senza avere gli strumenti per poterlo essere in continuità; come esperienza, self confidence e capacità di reagire alle difficoltà.

 

L’infortunio di un veterano come Millsap nella passata stagione lo ha sostanzialmente obbligato a bruciare le tappe, mettendolo nelle condizioni di dover alzare l’asticella. Se da una parte la sua crescita tecnica ne ha indubbiamente giovato, dall’altra le esplosioni emotive sono peggiorate. Con tecnici di frustrazione, momenti di totale assenza di cattiveria agonistica e plateali mea culpa a capo chino e mani sui fianchi in seguito ad una palla persa. Rendendolo oltretutto molto vulnerabile agli avversari.

 

Tentare di convincerlo che faccia parte del gioco è stata, è e sarà un’autentica impresa per Malone e i suoi compagni di squadra. Che pure non hanno mai espresso insofferenza e gli hanno sempre dimostrato enorme stima e affetto sia come giocatore che come persona. Come hanno testimoniato le parole di Will Barton:

 

Nikola deve semplicemente essere se stesso e stare positivo. Deve fare il suo gioco. È questo a renderlo speciale. Quando commette degli errori, a volte lo vedi abbattuto. È ancora un ragazzo. Deve solo imparare ad essere mentalmente più forte e andrà tutto per il meglio”.

 

Essere se stesso. Rimanendo però ferreo nella propria dottrina cestistica:

 

Non forzerò mai tiri per cercare di segnare, non penso sia corretto nei confronti dei miei compagni di squadra. Se dovessi venire raddoppiato, scaricherò la palla. Se dovessi vedere un mio compagno smarcato, non esiterei a passargli il pallone.”

 

Credo che questa sia la chiave che ci riporta al pensiero iniziale: “alla fine avremo la sensazione di essere ancora in un cantiere aperto.” Perché questo è il Jokic Superstar, dominatore costante e leader indiscusso: un cantiere aperto. E no, a mio avviso ancora non può essere definito un leader a 360 gradi. Le grandi stelle di questa Lega ci insegnano che una buona dose di sfrontatezza è necessaria anche per dominare gli avversari. Anche arrivando a prendere una scelta a rigor di logica forzata, ma perfettamente in linea con lo stato di grazia emotivo attraversato in un particolare momento della partita. Molto più beneficamente devastante, a conti fatti, di qualunque accademica "scelta giusta". 

 

Basti pensare, per restare in tempi recenti, alla tripla quasi dal logo di Durant in faccia alla difesa di Cleveland in Gara 3 delle scorse NBA Finals. Con successiva esultanza enfatizzata da parte del 35, in un’espressione di ostentata superiorità. Un gesto del genere, di pura cattiveria agonistica e dominio mentale, ha contribuito e non di poco a portare il Titolo nella Baia, distruggendo psicologicamente gli ormai derelitti Cavs. È un gesto di autolegittimazione, influenzato per forza di cose anche dai grandi maschi alfa del passato come Kobe e Jordan, che hanno fatto del furore agonistico una caratteristica quasi irrinunciabile del loro modo di essere.

 

 

Lungi da me affermare che dall’oggi al domani Jokic debba indossare la maschera della sfacciataggine e bulleggiare avversari e tifosi di ogni singolo palazzetto NBA sparso per gli Stati Uniti. Personalmente, forse non lo apprezzerei altrettanto senza la sua componente di goffaggine emotiva e di timidezza, fatta anche di balbettii di fronte alle telecamere e genuina emozione negli occhi.

 

Quello che però spero con tutto il cuore è che, sbagliando ancora ma facendo tesoro della propria esperienza, riesca a rafforzare la propria scorza emotiva. Imparando a farsi scivolare addosso i propri errori e i trend negativi che caratterizzano qualunque partita, e anzi utilizzandoli come miccia per accendersi e motivarsi, non per flagellarsi. Arrivando in un futuro ad essere talmente duro mentalmente da dominare con il proprio gioco totale qualsiasi ostacolo gli si pari davanti. Accettando l’ansia. Rendendo positivamente elettrica una tensione che allo stato attuale non gli rende quella continuità che i suoi mezzi potrebbero tranquillamente permettergli.

 

Cambiare la testa di un giocatore, specie se di qualità intellettiva sopraffina, è molto complicato. Ma ad esigerlo non sono soltanto Denver e i suoi tifosi, bensì il Gioco nella sua accezione più profonda. Perché se questa è soltanto la punta dell’iceberg, beh... non so voi, ma io personalmente vorrei consumarmi gli occhi in maniera talmente continuativa da arrivarne alla base. Sempre che Nikolone faccia un bel respiro. E ce lo permetta.  

 

 

 

 

 

 

 

 

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