Giannis, i Bucks e i 'giochi di potere' nella Lega

November 6, 2019

 

© Raptors Republic

 

 

Vi chiedo un po’ di pazienza, mentre provo a mettere insieme tanti fili per comporre una storia.

 

Cominceremo dalla fine, e poi risaliremo fino all’inizio: la morte di Deadspin, l’1 novembre. L’apice della vicenda è stato probabilmente raggiunto quando 20 fra scrittori e revisori si sono dimessi. Oppure il giorno prima, quando un freelance abbastanza sciocco da accettare il denaro sporco di Jim Spanfeller ha pubblicato il primo articolo postumo del sito, che ha successivamente ritirato una volta riscontrato il relativo gradimento da parte dell’internet.

 

Per spiegarla in due parole, lo staff di Deadspin - da tempo una delle poche piattaforme progressiste fra i media sportivi - ha ricevuto dai piani alti l’ordine di “stick to sports”, ovvero di attenersi solo alle materie prettamente sportive. Il revisore storico Barry Petcheskey è stato licenziato per aver violato tale direttiva e lo staff ha cominciato così a dimettersi in massa.

 

Su Twitter, gli ex giornalisti hanno ricevuto li plauso di alcuni, ma in molti - primo fra tutti Dave Portnoy di Barstool Sports - hanno espresso la visione (superficiale) opposta, secondo la quale qualsiasi azione che contraddica una dirigenza sia cattiva, che dunque tutti gli ormai ex stipendiati di Deadspin siano cattivi e che, poiché Deadspin è (era?) un'organizzazione avente il fine di generare profitto, la mancanza di libertà editoriale, l’asset stripping e il collasso non siano solo comprensibili, ma logici se non inevitabili.

 

La mia domanda, però, è: perché schierarsi con la dirigenza? Perché non con la forza lavoro? E questo ci porta direttamente al secondo punto della nostra storia: Giannis Antetokounmpo, i Milwaukee Bucks e Malcolm Brogdon.

 

 

Che i giocatori debbano diffidare della dirigenza è cosa certa. I rispettivi interessi sono (spesso) diversi. La volontà della dirigenza è rendere l’organizzazione più proficua possibile, mentre la volontà di ogni singolo giocatore è differente. Ad alcuni interessa genuinamente vincere, ad altri importa semplicemente accumulare ricchezza o costruire un brand personale, altri ancora vogliono fare il possibile per estendere la loro carriera da atleta. A molti interessano tutti i punti precedenti.

 

I giocatori non sono in alcun modo obbligati a considerare il profitto della propria organizzazione, in quanto esso non ha alcun impatto diretto su di loro. La dirigenza, tuttavia, è costretta a considerare la volontà dei giocatori, in quanto sono i giocatori il materiale che permette di generare un profitto. E, per chiudere questo preambolo, come deve sentirsi Giannis rispetto ai Milwaukee Bucks in questo momento?

 

La squadra non ha voluto ergersi in favore di Brogdon, e per ora The President sta disputando la stagione della vita con gli Indiana Pacers.

 

Cos’è che rendeva i Bucks della passata stagione una squadra così impressionante? (E lo erano, non fatevi fregare dalle quattro sconfitte consecutive subite contro gli ancor più incredibili Toronto Raptors.) Sostanzialmente, due fattori principali: tiro e lunghezza dei giocatori.

 

Lunghezza che, per anni, è stata la priorità assoluta (quasi un fetish) per i Bucks. Questo è stato evidenziato in maniera più evidente dalla scelta di Antetokounmpo con la 15esima pick al Draft del 2013. Facile rifarlo adesso, due scelte dopo Kelly Olynyk e una dopo Lucas "Bebe" Nogueira.

 

Giannis, comunque, non è stato il primo "freak" scelto da Milwaukee. Nel 2012 era stato il turno di John Henson, con braccia lunghe, fisico slanciato e zero gioco; due anni prima c’era stato Larry Sanders, un altro pterodattilo, purtroppo afflitto da disturbi mentali che lo hanno indotto a ritirarsi a soli 26 anni; nel 2011 c’era stata invece una rottura con questa tradizione, in occasione della scelta al primo round di Jimmer Fredette (esterno con braccia da T-Rex), ma i Bucks si erano rifatti al secondo con il tiratore extralarge John Leuer.

 

E la tradizione è continuata anche dopo Antetokounmpo, con Jabari Parker nel 2014, il dimenticato Rashad Vaughn e le braccia di Norman Powell nel 2015; nel 2016 è toccato a Thon Maker, conosciuto per la sua lunghezza e i suoi highlights del liceo.

 

Poi, Malcolm Brogdon. Ed è quasi evidente, qui, il cambio di mentalità della franchigia, nato dall'avvenuta consapevolezza che la lunghezza non fosse sufficiente e che il tiro da fuori fosse un prerequisito per il successo nell'NBA moderna. Cambio di paradigma che è culminato con la firma di Brook Lopez nel 2018, dopo la sua rinascita a Los Angeles.

 

E così, i Bucks della passata stagione si sono ritrovati con un quintetto composto da Brook Lopez, Giannis Antetokounmpo, Khris Middleton, Eric Bledsoe e Malcolm Brogdon, con un incredibile equilibrio fra lunghezza (tutti) e tiro (tutti tranne Giannis e Bledsoe). L’infortunio di Brogdon ha un po’ scombinato le carte in tavola, ma questo quintetto ha dominato l’intera Lega per quasi tutta la stagione. La strategia di una squadra del genere è piuttosto semplice. Giannis prende il rimbalzo o un’apertura veloce e spinge sull’acceleratore. I tiratori e Bledsoe si allargano. Il greco chiude al ferro o scarica sul perimetro. E dall'altra parte del campo, in difesa, ci sono lunghezza, versatilità e atletismo in ogni posizione.

 

Ecco perché è stata un’idea così malaccorta quella di non ri-firmare Brogdon. Se il piano era quello di riempire il roster con lunghezza e tiro, lasciar andare uno di quei tiratori lunghi - specie uno che ha dimostrato di funzionare bene accanto a Giannis - è stato un errore.

 

 

E questo ci porta al potere dei giocatori.

 

Il giocatore medio (la forza lavoro) raramente ne ha. Kawhi Leonard, beato lui, ha reso una questione personale la volontà di esplorare quanto potere possa effettivamente possedere un giocatore: prima rifiutandosi di giocare per gli Spurs, e poi facendo lottare Lakers, Raptors e Clippers fra di loro per garantirsi la migliore situazione per raggiungere i suoi obiettivi.

 

E tutte quelle prime scelte a cui hanno dovuto rinunciare i Clippers? Di sicuro, a qualcuno nel front office della franchigia ne importerà qualcosina, ma a Kawhi no, e così dovrebbe essere. La carriera di un giocatore è corta, la vita di una franchigia è lunga.

 

Così, nell’estate del 2021, quando Giannis sarà free agent, spero che anche lui utilizzerà il suo potere per quanto gli sarà possibile.

 

E spero che tutti i tifosi, perfino quelli di Milwaukee, comprenderanno che quando la volontà dell’organizzazione (lasciar andare Brogdon per risparmiare qualche dollaro) si trova in conflitto con quella di un giocatore (per Giannis: vincere), allora è legittimo fare tutto quello che è possibile per aggiustare la situazione.

 

 

 

 

 

 

 

© Raptors Republic

 

Questo articolo, scritto da Samuel Hunter per Raptors Republic e tradotto in italiano da Marco Cavalletti per Around the Game, è stato pubblicato in data 3 novembre 2019.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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