Gli Warriors sono troppo forti per il bene della NBA?

October 26, 2018

Con l’aggiunta di un’altra superstar, sembra che nessuno possa competere con gli Warriors. Ma è un bene per la NBA? Volgiamo lo sguardo alle precedenti dinastie della Lega.

 

 

 

© The 94 Feet

 

 

10 Marzo 1997. Quel giorno, l’articolo di Jack McCallum Are the Bulls so Good They’re Bad for the NBA? veniva pubblicato su Sports Illustrated.

 

Il principio era semplice; i Bulls avevano già vinto quattro titoli e Michael Jordan era alla seconda stagione dopo il rientro dalla fase baseball. Il loro record era 50-7 al momento dell’articolo, e la seconda squadra migliore (i Detroit Pistons) aveva sette gare di ritardo.

 

La sua domanda era semplice: c’era una qualche ragione per cui non si dovesse già cominciare a incidere “Chicago” sul trofeo?

 

La storia ovviamente gli diede ragione, con i Bulls del 1996-97 che si fecero strada senza problemi nei Playoffs prima di battere gli Utah Jazz 4-2 e conquistare così il quinto titolo in sette anni. Michael Jordan venne nominato MVP delle Finals, il roster cambiò profondamente nella stagione successiva, e il mondo continuò a girare.

 

21 anni dopo i Bulls di Jordan, cambia il soggetto ma la domanda è la stessa: gli Warriors sono troppo forti per il bene della NBA?

 

 

Senza Rivali

 

Due MVP, tre titoli, quattro apparizioni consecutive alle NBA Finals e un quintetto titolare composto da cinque All-Star. Gli Warriors si presentano così all’inizio di questa stagione.

 

C’è una qualche ragione per cui non si debba già cominciare a incidere “Golden State” sul trofeo?

 

Nelle tre stagioni da titolo, hanno perso un totale di tre partite nelle Finals, e hanno chiuso i Playoffs della stagione 2016-2017 con un record che recitava 16-1. Gli Warriors dell’anno scorso ci hanno quasi fatto pensare che gli Houston Rockets avessero trovato una soluzione, e che il secondo titolo consecutivo potesse non arrivare.

 

Alle domande dell’anno scorso è stata data risposta, ma l’aggiunta di Demarcus Cousins porta con sé una nuova serie di interrogativi. Interrogativi che potrebbero rendere il risultato finale della stagione leggermente meno scontato.

 

I fan vogliono scoprire se i Rockets e il nuovo arrivo Carmelo Anthony, assieme a James Harden e Chris Paul, riusciranno a riprendere il filo dell’anno scorso. Vogliono scoprire se dei Celtics in salute con Kyrie Irving, Gordon Hayward e Jayson Tatum possano costituire una minaccia concreta per il dominio di Golden State. I non-fan sperano che Cousins distrugga gli equilibri dello spogliatoio con le sue scenate, e sperano che qualcuno, da qualche parte, riesca a capire come contenere Kevin Durant.

 

Sono le stesse domande che circondavano i Bulls del 1996. I fan volevano scoprire se per Jordan si intravedesse un declino (non successe), volevano scoprire se Rodman avrebbe sfasciato la squadra con le sue scenate (non successe), e speravano che squadre come i Supersonics di Gary Payton, Shawn Kemp e Detlef Schrempf o i Magic di Shaquille O’Neal, Penny Hardaway e Horace Grant potessero costituire una minaccia concreta (non successe).

 

 

Ora, me ne starò qui a tentare di paragonare i Bulls agli Warriors? No. È da pazzi. Analizzerò tuttavia il dominio degli Warriors, i parallelismi con quello dei Bulls e il suo impatto a lungo termine sulla NBA.

 

 

"Pronti a rimpiazzarli"

 

Le famose parole di Doug Collins, l’allora allenatore dei Bad Boys di Detroit. Ecco la citazione completa: “Quando i Bulls saranno pronti a lasciare il trono, noi vogliamo farci trovare pronti a rimpiazzarli”.

 

A Collins avrebbe fatto piacere ammettere che i Bulls fossero avanti anni luce rispetto alla seconda miglior squadra? Improbabile. Ma il divario era incredibile.

 

Stessa cosa con gli Warriors. Alla domanda su come difendere Kevin Durant, la risposta di Gregg Popovich è stata: “Entro lunedì sera faremo crescere Danny Green di 10-15 centimetri, gli diremo di saltare più in alto e di muoversi più veloce. E diremo a Kevin ‘non essere così forte’.”

 

Il coach di Minnesota Tom Thibodeau invece si è espresso così riguardo all’arrivo di Cousins nella Baia: “Appena un giocatore del genere viene ad Ovest, specialmente lui… sei subito in corsa per il titolo”.

 

E se non bastasse, ecco le parole del Commissioner Adam Silver: “Ci sono alcune modifiche che possiamo apportare al sistema, e credo che creeranno un equilibrio più competitivo e una maggiore parità nelle opportunità. E nel corso della discussione non sono emerse lamentele, ma ritengo che, da buoni uomini d’affari, ci si sia interrogati sul futuro e su come si possano migliorare le cose”. 

 

Silver ha continuato affermando “non credo sia di per sé necessariamente un male che gli Warriors siano così dominanti,” ma è effettivamente vero? Proprio come i Bulls, gli Warriors hanno un divario enorme a separare loro e la seconda miglior squadra - divario che sta diventando sempre più difficile da colmare.

 

McCallum ha fatto notare che perfino quando i Celtics dominavano la Lega negli anni '50 e '60 (11 titoli in 13 stagioni), la competizione era sempre dietro l’angolo.

 

“C’era sempre qualche minaccia nascosta, che fossero i St. Louis Hawks di Bob Pettit o i Philadelphia 76ers di Wilt Chamberlain. Quest’anno non c’è nessuno in agguato. Chicago non è significativamente più forte della scorsa stagione, eppure il divario fra i Bulls e tutti gli altri sembra più ampio.”

 

Un esempio più recente potrebbe essere quello dei Los Angeles Lakers del periodo 1999-2002. Tre titoli di fila, ma ogni anno apparivano attaccabili. Proprio come i Bulls, i Lakers avevano delle minacce in agguato: i Portland Trail Blazers di Rasheed Wallace e Jermaine O’Neal, i Sacramento Kings di Chris Webber o i San Antonio Spurs di Tim Duncan e David Robinson.

 

Anche i Lakers di Kobe Bryant del 2009 e del 2010 incontrarono una competizione agguerrita, che si trattasse dei Rockets di Tracy McGrady e Yao Ming, dei Suns di Steve Nash e Amare Stoudemire, dei Nuggets di Carmelo Anthony o della Boston dei Big Three Kevin Garnett, Ray Allen e Paul Pierce.

 

Quali minacce concrete hanno affrontato gli Warriors? Nelle tre stagioni da titolo hanno perso un totale di 11 partite nei Playoffs. Hanno chiuso cinque serie con un 4-0 e solo una con una gara sette.

 

 

I Thunder di Durant e Westbrook e i Rockets di Paul e Harden erano minacce legittime, ma ci sono mai stati dei seri dubbi riguardo agli Warriors? No. Stessa cosa per i Bulls di Jordan, i quali persero 13 partite nelle tre apparizioni consecutive alle Finals, chiusero tre serie con un 3-0, una con un 4-0, e allo stesso modo giocarono solo una gara sette.

 

 

 

Il divario crescente

 

Il divario fra i Bulls - e ora gli Warriors - e la seconda miglior squadra sembrerebbe incolmabile. E con il tempo non ha fatto che allargarsi. Si guardi a prima dell’inizio del dominio della franchigia californiana; l’ultima squadra ad aver tenuto un vantaggio di almeno 6 partite sulla seconda erano stati gli Heat di LeBron nel 2012, chiudendo la stagione con 6 W in più rispetto agli Oklahoma City Thunder.

 

I Bulls di Jordan avevano in media 3.3 vittorie di vantaggio sulla seconda durante il primo three-peat. Durante il secondo, il numero salì a 4,3. Gli Warriors hanno invece avuto un vantaggio medio sulla seconda di 6.3 partite fino alla stagione 2017-18. Se si include la scorsa stagione, nella quale hanno chiuso con 7 gare di svantaggio rispetto a Houston, il dato scende a una media di 3.

 

 

Il margine di vittoria

 

Se McCallum pensava che il divario fosse ampio per i Bulls di Jordan, che cosa direbbe degli Warriors di oggi? Che cosa direbbe se vedesse il margine medio di vittoria in una partita di Golden State? Se confrontato a quelli delle ultime cinque dinastie, il margine di vittoria degli Warriors fa tutto meno che sfigurare. Con una media di 9.23 punti, è secondo solo ai 10.05 dei Bulls. Nella lista sottostante, i margini di vittoria più ampi delle dinastie recenti.

 

1. Bulls 1995-1998: 10,05 punti.

2. Warriors 2014-2018: 9,23 punti.

3. Bulls 1990-1993: 8,61 punti.

4. Heat 2011-2013: 6,92 punti.

5. Lakers 1999-2002: 6,35 punti.

6. Lakers 2008-2010: 6,19 punti.

 

Se si considerano le singole stagioni, il dato più alto è stato registrato nella stagione 1996-1997 (sorpresi?), a 12.24 punti. E subito dietro Avete indovinato, gli Warriors del 2016-2017 a 11.63 punti.

 

 

 

La carovana della NBA

 

Se i Bulls sono stati la carovana della NBA, allora gli Warriors sono il convoglio. McCallum aveva previsto l’emergere di un’altra franchigia dopo lo scioglimento di quei Bulls, e quella franchigia oggi sono gli Warriors. Però ha aggiunto una cosa, dicendo che: “Nessun’altra squadra potrà mai condurre la carovana della NBA in modo tanto spettacolare quanto i Bulls e Jordan”.

 

Guardando il gioco degli Warriors stagione dopo stagione, è difficile essere d’accordo. Giocano con un ritmo descrivibile solo come contagioso, e hanno un leader che mostra una passione e una gioia che non si vedono su un campo da, beh, forse mai viste nella Lega.

 

Gli Warriors si sono presi la Lega con la loro prima cavalcata verso il titolo, e la seconda è arrivata dopo l'aggiunta di Kevin Durant. I Bulls guidavano la carovana a causa del loro organico e del loro impatto su tutta la Lega e la stessa cosa si può dire di Golden State. L’arrivo di KD agli Warriors a luglio 2016 ha avviato una nuova tendenza fra le star della NBA: per molti la lealtà è scivolata in secondo piano, mentre vittorie e anelli hanno acquistato sempre più valore. Le squadre hanno puntato sempre di più alla formazione di superteam.

 

Da quando Durant si è accasato nella Baia, sempre più giocatori hanno seguito il suo esempio. La guardia dei 76ers JJ Redick ha commentato così:

 

“Ecco perché adoro ciò che Kevin Durant ha fatto andando a Golden State. Dalla tua carriera dovresti tentare di trarre il più possibile: soldi, felicità, vittorie, squadra - qualsiasi cosa a cui tu dia la maggiore importanza. Ci sono moltissime cose che non puoi controllare. Quando hai l’opportunità di fare ciò che davvero vuoi fare, devi coglierla”.

 

Che si guardi a LeBron ai Lakers, a Kyrie Irving e Gordon Hayward a Boston, a Dwyane Wade a Chicago e poi Cleveland, a Carmelo a Houston o alla inevitabile partenza di Jimmy Butler da Minnesota, i giocatori stanno facendo ciò che è meglio per loro. Non mi viene in mente nessun esempio migliore, per una squadra a capo della carovana.

 

 

Il gioco dell’imitazione

 

Secondo il detto: l’imitazione è la forma più sincera di lusinga; se è vero, allora gli Warriors staranno davvero arrossendo. Ogni squadra vuole copiare gli Warriors, e il loro successo li ha resi l’oggetto di studio di tutte quelle squadre in cerca di rilancio. Non si poteva dire lo stesso per i Bulls.

 

Sappiamo tutti che Houston è andata più vicina di chiunque altro, la scorsa stagione, a replicare il successo della death lineup di Golden State, ma, con l’aggiunta di Kawhi Leonard e Danny Green, sarà Toronto la prossima a cimentarsi con i quintetti piccoli.

 

Anche i Lakers hanno la loro versione della death lineup, composta da Lonzo Ball, Josh Hart, Brandon Ingram, Kyle Kuzma e LeBron da cinque. In effetti, LeBron ne ha parlato due settimane fa, dicendo:

 

“Beh vogliamo essere una squadra senza ruoli, ci saranno casi in cui giocheremo tutti in posizioni diverse. Credo che sarà un vantaggio per la squadra. Con Kuz da cinque, quattro, tre; BI da uno, due, tre, quattro, cinque; io stesso da uno, due, tre, quattro e cinque ogni tanto. Abbiamo molti giocatori in grado di coprire diverse posizioni e Beast può giocare da due, tre, quattro, cinque. Siamo molto versatili, quindi… è un bene”.

 

Anche Sixers e Wizards hanno le loro opzioni. Philly può schierare un quintetto con Markelle Fultz, JJ Redick, Wilson Chandler, Robert Covington e Ben Simmons (sì, ma non scordatevi di Embiid). Washington con John Wall, Bradley Beal, Kelly Oubre Jr, Otto Porter Jr e Markieff Morris.

 

Nella NBA di oggi si segue il leader, e quel leader sono i Golden State Warriors. Anche i Bulls erano i leader all’epoca, ma le squadre avevano troppa paura di seguirli. L’attacco triangolo dei Bulls era complicato e sacro, alcune squadre provarono a copiarlo - i Dallas Mavericks su tutti - ma fallirono. Il triangolo non era adatto a squadre immature nell’organizzazione, quindi, per quanto potessero provare, non lo adottarono stabilmente. Non perché non volessero, ma perché non ne erano in grado.

 

 

 

Il modello Bulls

 

Nella stagione 1996-1997, il roster dei Bulls era quello della stagione precedente, fatta eccezione per un giocatore. Fu questa costanza la chiave per il loro successo.

 

 

Gli Warriors hanno seguito quel modello, riconfermando 12 dei 15 giocatori della stagione 2016-2017 per quella successiva, e 10 di quelli della scorsa stagione sono tornati quest’anno. Se la costanza è il modello da seguire, la spontaneità è la sua antitesi. McCallum ha detto:

 

“Moltissime volte, nella Lega, si affidano la palla e, con essa, le speranze di una franchigia, a giocatori giovani e impreparati. Tieni, ragazzo. Ora vai e facci vendere dei biglietti!”

 

Anche gli Warriors fecero un po’ la stessa cosa, gettando Steph Curry sotto i riflettori dopo averlo scelto al Draft. Curry, però, andava ad unirsi ad un cast di veterani quali Monta Ellis, Corey Maggete, Vladimir Radmanovic e CJ Watson. Ha vissuto cambi di allenatore, cambi di ruolo e lo stravolgimento dell’identità della squadra; il tutto senza mai essere il volto della franchigia.

 

Il problema oggi, come allora, è proprio quanto ha detto McCallum:

 

“Troppe franchigie danno troppi soldi a giocatori giovani, che non hanno né la maturità né il cast di supporto necessari. Ma gli allenatori non possono prendersi il tempo di istruire i giovani perché la proprietà è impaziente. Altre franchigie cercano free agent per risolvere i problemi nel breve periodo, distruggendo così ogni possibilità per un allenatore di creare coesione.”

 

La coesione, la continuità e, nel caso di Curry, la presenza di un mentore sono le chiavi del successo - e gli Warriors hanno dimostrato di avere tutti e tre gli elementi. Buon per loro, giusto? Giusto. È un bene per la NBA? Non tanto. Anche i Bulls avevano questi tre elementi, ma di certo questa cosa non piaceva al resto della Lega. Si pensi alle parole di Danny Ainge: “La situazione sarà migliore una volta che questi Bulls non ci saranno più. Più squadre sentiranno di poter vincere”.

 

È esattamente ciò che pensiamo anche noi questa stagione. Sembra scontato che le NBA Finals comprenderanno gli Warriors. 

 

Una volta che questi non ci saranno più, significherà molto di più della fine di una dinastia. Sarà l’opportunità per le squadre di tornare davvero a competere.

 

McCallum aveva detto che anche se ci fosse stata un’altra dinastia, non sarebbe stata in grado di replicare quanto fatto dai Bulls.

Si sbagliava.

 

Tutti i pronostici erano a favore di un’altra vittoria dei Bulls, ed è così anche oggi con gli Warriors. Non si era mai visto niente di così simile a quanto quella Chicago faceva ogni sera. Ma se anche l'esito di questa stagione sembra quantomai prevedibile, di sicuro non mancheranno i motivi d’interesse.

 

 

 

 

 

 

 

©️ The 94 Feet

 

Questo articolo, scritto da Brendon Fitzsimons per The 94 Feet e tradotto in italiano da Marco Cavalletti per Around the Game, è stato pubblicato in data 23 ottobre 2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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