HEY, REF!

May 27, 2018

Nella storia della Lega errori arbitrali più o meno evidenti e clamorosi hanno pesato sulle sorti di alcune partite decisive. Aprendo un filone di accese polemiche su quanto gli arbitri potessero - e possano - essere influenzati da franchigie, GM e addirittura Organizzazione stessa. Sarà davvero così?

 

 

 

“Nessun gioco più della Pallacanestro è condizionato dai capricci degli arbitri. I loro fischi possono cambiare la storia di partite, serie e addirittura titoli.” Sam Quinn. Bleacher Report. 6 maggio 2012

 

Era il 2008 quando l’ex arbitro Tim Donaghy fece una confessione shock all’FBI. “La National Basketball Association trucca tutto per business.”

Certo, la pendente condanna per lo scandalo scommesse nel quale era rimasto invischiato - e che lo aveva isolato come un appestato dall’intero circuito - lo rendeva un testimone con un auspicabile dente avvelenato. Tuttavia, per quanto rimanesse paradossale questo rigurgito di moralità, le pesanti accuse mosse da Donaghy nei confronti dell’organizzazione fecero suonare più di un campanello d’allarme.

 

Sostenne che i dirigenti avessero l’abitudine di utilizzare gli arbitri per manipolare le partite, in modo da ottimizzare i proventi da botteghini e televisioni. Quadro completato da una completa mancanza di anonimato da parte di esaminatori e commissari, deputati a conferire agli uomini in grigio e al loro operato voti imparziali. Che in realtà si rivelavano giudizi sulle proprie reciproche amicizie.

 

Un ritorno di fiamma in pompa magna. Quella sudditanza psicologica dei fischietti che da epoche storiche toglie il sonno alla popolazione sportiva di metà globo. Sudditanza che avrebbe raggiunto i massimi livelli quando la Lega invitò i direttori di gara a non fischiare falli tecnici contro i giocatori più rappresentativi. “Così facendo ne avrebbero risentito le vendite dei biglietti e degli ascolti televisivi.”

 

Donaghy portò in dote due episodi che, con il tanto adorato senno di poi, furono visti dall’opinione pubblica con occhi completamente differenti. Citò la serie tra Houston e Dallas del 2005, quando Yao Ming, vero e proprio trascinatore dei Texani con le sue straripanti prestazioni, iniziò ad essere preso di mira dai fischi sistematici della terna. Il tutto coi Rockets avanti nella serie per 2-0, e stranamente a partire da Gara 3.

Per non parlare di quando fu “deciso” da due direttori di Gara 6 di portare Lakers-Kings del 2002 alla settima gara. Per una questione economica: una partita in più in una serie di livello così alto avrebbe significato una maggiore quota di introiti sia dal palazzo che soprattutto dalle televisioni.

 

Gli Stati Uniti d’America. Paese dove ancora oggi nessuno sa chi abbia premuto davvero il grilletto del fucile che uccise John Fitzgerald Kennedy. Riesce facile credere che quanto denunciato da Donaghy fu superficialmente bollato dalla NBA come un tentativo di riaccreditarsi agli occhi di tutti. Salvo poi non fornire quasi alcuna spiegazione credibile al riguardo.

 

Tuttavia, per quanto si rischi di cadere nella tanto vituperata "chiacchiera da Bar", una domanda non può che sorgere spontanea: quanto possono incidere – o aver inciso – errori arbitrali operati più o meno in buona fede? Dove si colloca il confine tra chiamata psicologica e clamorosa svista?

 

 

LO STRANO CASO DEL PHANTOM FOUL

 

 

Ultimi sussulti di Gara 6 delle Finals del 1988. I Detroit Pistons, capitanati dal duo Rodman-Thomas, sono avanti di una sola lunghezza contro i Lakers di Magic e Kareem. Per tutti i rotocalchi la sfida aveva assunto un’unica sfumatura: il cristallino e scintillante splendore dello Showtime contrapposto allo sporco e cattivo collettivo dei Bad Boys.

 

Una serie all’ultimo sangue. Giocata con uno stressato agonismo fatto di contatti duri sotto le plance, non sempre classificabili come “legali”. Nella lotta tra l’odi et amo, stavano emergendo i ragazzacci di Motor City, avanti 3-2 nella serie. E con l’oro del Larry O’Brien praticamente a portata di mano.

 

A 27 secondi dalla sirena finale, sotto di un punto e con di fronte una squadra che aveva fatto della solidità difensiva un vero e proprio pedigree, le facce dei giallo-viola erano contratte in una smorfia di tensione. Da dietro i suoi enormi occhiali, Abdul-Jabbar si preparò al rientro in campo: Riley aveva disegnato un gioco fluidificante che lo mettesse nelle condizioni di ricevere - magari pure in mismatch - il più vicino possibile al canestro. Deputato a ricevere la rimessa, consegnò immediatamente la palla a Magic, circumnavigando poi l’intera area in attesa che quest’ultimo trasmettesse la palla sul perimetro in penetra e scarica a Byron Scott. Dopo un’autentica battaglia senza prigionieri in post basso contro Bill Laimbeer – grande difensore e ancor più celebre “chiacchierone” – riuscì ad offrire una luce a Scott, che non potè fare a meno di servirlo. La ricezione fu tutt’altro che una passeggiata. Ora stava al suo gancio-cielo trasferire quella palla nell’anello. E pareggiare la serie.

 

Immediatamente Laimbeer cercò di porsi in una condizione di vantaggio. Prese contatto con la schiena di Kareem, appoggiandosi con entrambe le mani ma preoccupandosi di non spingerlo sbracciando. Un contatto solido, duro. Ma non illegale. Col quale accompagnò il palleggio che il numero 33 appoggiò sul parquet per mettersi in ritmo.

Lo sapeva: da un momento all’altro Abdul-Jabbar avrebbe lasciato partire quello che universalmente era considerato come un tiro non stoppabile. L’unica speranza era quella di alterarlo escludendogli la visuale, in modo tale che non riuscisse a prendere correttamente la mira. Laimbeer, piuttosto pratico come rim protector, saltò da autentico verticalista non appena Kareem si alzò. Il braccio sinistro proteso ad oscurare la visuale e ragionevolmente in asse con il resto del proprio cilindro.

 

Riatterrò a bocca aperta. Ma la sorpresa fu immediatamente sostituita da incredula rabbia. Riley, in panchina, si passò nervosamente una mano in faccia. Il fischio deciso di Hough Evans raggelò il sangue del numero 40 in maglia blu. Fouled out. La regia fece partire il treno dei replay, dando inizio ad una scansione a raggi X di ogni singolo fotogramma. Di ogni singolo movimento. Di ogni singolo muscolo. E riuscì davvero difficile credere a tutti – men che ai festanti tifosi Lakers – che quello potesse essere davvero chiamato “fallo”.

Quel fischio, a rigor dei fatti, decise la serie. Il 2/2 di Kareem dalla linea della carità regalò a LA una Gara 7 27 secondi prima quasi insperata. Che vinsero, alimentando la loro Legacy.

 

 

La sentenza di Evans fu destinata a dare scandalo già dal primo istante dopo essere stato emessa. Per molti non fu difficile fare 2+2. Bill Laimbeer e la sua linguaccia erano odiati profondamente da giocatori e tifosi avversari. Figurarsi dal team dei grigi, sempre ed imperterrito vessati dalle sue lamentose proteste. Era pertanto così impossibile credere che i direttori di gara fossero quantomeno più invogliati a fischiargli fallo su di un contatto dubbio? Contro uno dei giocatori più apprezzati e rappresentativi della Lega intera? In un momento così importante della gara e della serie? Senza contare che i Bad Boys non potessero reggere il paragone con il cool losangelino. 

 

Imparzialità. Goccia d’acqua nell’oceano delle emozioni umane. Dimostrare che quel fischio sia stata una ritorsione è materia complessissima. Appellarsi all’abbaglio una ciambella di salvataggio di troppo facile appiglio. Ciò che però emerge sono due certezze: che quel fischio non fu ripetuto in un contatto analogo tra Olajuwon – cliente oltremodo meno scomodo del piccante Bill – e Kareem, e che decise in maniera incontrovertibile una serie di finale. 

 

 

LARRY JOHNSON & THE EPIC (?) FOUR-POINT PLAY

 

 

Una delle controversie portate sul banco da parte di Sam Quinn nel suo articolo per Bleacher Report è rappresentata da una delle giocate di maggior memoria storica della NBA. L’incredibile gioco da quattro punti portato a termine da Larry Johnson nel corso di Gara 3 delle finali della Eastern Conference 1999 tra New York e Indiana.

 

A poco meno di 12 secondi dal termine, i New York Knicks rimessa in mano erano inchiodati sul 88-91; con i Pacers avanti non soltanto nel punteggio ma anche nella serie per 2-1. Il piano iniziale di Coach Jeff Van Gundy prevedeva che fosse Allan Houston a prendersi la responsabilità dell’ultimo tiro. Ma il destino volle che il pallone fosse raccolto da Johnson.

 

Antonio Davis si prese l’incarico di difendere sull’ultimo tiro, mentre i secondi scorrevano via inesorabili verso quella che si delineava come una drammatica sconfitta casalinga per i Knicks. Oltre che un’importantissima ipoteca dei Pacers sulla serie e sulle NBA Finals. Dopo aver fintato due volte una partenza in destra, Johnson mandò per aria il numero 33 in maglia gialla con una finta di tiro da tre punti. Nella frazione di secondo in cui Davis tornò piedi a terra, lo bruciò di sinistro sul primo passo. Generando un tanto vistoso quanto insindacabile contatto. Non fosse che l’arbitro, probabilmente perso il timing corretto, fischiò il fallo in ritardo. Mentre LJ stava raccogliendo il pallone e poco prima che lasciasse disperatamente partire il tiro da oltre la linea della lunghissima distanza.

 

Il Madison impazzì. Non soltanto aveva appena assistito ad un autentico prodigio tecnico che aveva prodotto un insperato pareggio, ma pregustava pure il tiro libero supplementare. Quello della vittoria. Che Johnson, completando il capolavoro, mandò a bersaglio. Serie in pareggio sul 2-2. Tutto da rifare per i Pacers di un opaco Reggie Miller. Che avrebbero poi perso la serie in Gara 6. Per la gioia dello scatenato Spike Lee.

 

 

Questione di timing. Il ritardo tra contatto e fischio fu evidente già in presa diretta. Quel tiro, per quanto fosse una meraviglia per forza e coordinazione, non doveva essere convalidato. Lo zelante Quinn – reporter dal complotto alle volte fin troppo facile – lo descrive come un fischio dettato dal panico. Appellandosi all’isteria con il quale fu emesso. Un doppio FIIIIT che denunciava una sorta di improvviso risveglio dal torpore volto a rimediare all’errore commesso. Difficile entrare nella testa di un direttore di gara, in una gara decisa all’ultimo tiro giocata a velocità ben diverse da quelle osservabili in poltrona di casa. La sensazione, però, fu proprio che l’arbitro perse il momento corretto del contatto. Fischiando nell’esatto istante in cui partì il movimento di tiro.

 

Una dannata questione di timing che ebbe risvolti decisivi nel corso di una serie che avrebbe visto Indiana uscire dal Madison Square Garden avanti 3-1. Non è così impossibile, tuttavia, empatizzare con un riflesso ritardato da parte dell’arbitro. Al netto del fatto che nel 1999 la terna arbitrale ancora non poteva usufruire dell’Istant Replay, introdotto soltanto dalla stagione 2002-03. Fu quindi un errore determinante, ma possibile da comprendere. Soprattutto in una giocata scandita da alte velocità e tensione. Senza gridare al complotto di una metropoli come New York con le spalle al muro, salvata da un fischio “politico” da una cocente eliminazione per mano della meno "in"- per la Lega - Indiana.

 

 

CHARLIE SMITH & THE “FOUR BLOCKS” GAME

 

 

L’incredibile storia di Charlie Smith e dei suoi quattro tentativi decisivi stoppati in Gara 5 di Finale di Conference vede ancora come protagonisti i New York Knicks. Questa volta contro i Chicago Bulls di Jordan e Pippen prossimi al loro primo Three-peat. E dall’altra parte della barricata.

 

Sotto di 1 a poco meno di 20 secondi dal termine, Starks smarcò Ewing per il tiro decisivo. New York era stata avanti nella serie per 2-0, salvo poi crollare di fronte al rientro dei Bulls e giocarsi il vantaggio sotto gli occhi del proprio pubblico.

Il disperato tentativo di sfondamento di Pat fu sapientemente contenuto dalla rocciosa difesa di Stacey King. Poco prima di deragliare rovinosamente a terra, il numero 33 riuscì a cedere il pallone a Charlie Smith, appostato dentro l’area. Non fosse per il momento drammatico di gara e serie, la tonnara che si scatenò nel pitturato Bulls ebbe quasi un chè di comico.

 

Non una, non due, non tre, ma ben quattro volte la ricerca dei due punti vincenti fu rispedita al mittente. In un festival di salto sul posto seguito a ritmo cadenzato dallo “Smith-Smith-Smith! Stopped! Stopped again!” urlato in cuffia da Marv Albert, celebre telecronista NBA. Palla recuperata da Horace Grant e immediatamente passata a Jordan, il quale servì Armstrong per due facili punti appoggiati al vetro sulla sirena. +3 Chicago e fine dei giochi.

 

Monumentale fu Pippen, nell’innalzare spasmodicamente il livello fisico del contatto a protezione del proprio canestro. Per quanto il povero Smith avesse tentato in tutti i modi - in modo tutt’altro che soft - di buttare quel pallone nel canestro. Eppure fu come se fosse stato… triturato, in quel vortice targato Grant-Pippen. Bulls 3-2 nella serie.

 

 

Ancora una volta si potrebbe cadere in “facilonerie”. Per quanto irresistibile fosse il fascino di New York, Jordan e i Bulls erano il Top che la National Basketball Association potesse offrire quanto ad adrenalina e spettacolo. I Knicks, dal canto loro, venivano da una stagione da 60 vittorie sotto la guida di Pat Riley. Una delle migliori edizioni che avessero mai calcato il parquet del MSG. Ma non avevano di certo l’hype di MJ a caccia del suo terzo titolo di fila. Il pensiero che si fosse più propensi a preservare i Bulls all’inseguimento della Leggenda può in effetti sedurre i complottisti. Al netto anche del fatto che se già la terza era al limite, la quarta stoppata subìta da Smith pareva comprendere anche una parte di mano.

 

Tuttavia, per quanto ancora la teoria della congiura politica travestita da fette di salame sugli occhi possa affascinare, è senz’altro più opportuno valutare i fatti oggettivi. I quali dicono che, in questo particolare frangente, gli arbitri decisero ragionevolmente di applicare un metro di giudizio uniforme. Furono tutti contatti al limite molto ravvicinati, ai quali difficilmente fu possibile conferire una scala di gravità seduta stante. Vero che il terzo e il quarto fossero leggermente più duri dei precedenti. Ma in presa diretta - e, si rinnova, senza ausili – fischiare o non fischiare avrebbe comportato in entrambi casi enormi dubbi. Nell’incertezza fu preferito lasciar correre, con buona pace della sensibilità altrui.

 

Lo stesso Quinn, pur chiedendosi se potesse essere così assurdo credere che i Knicks avrebbero potuto eliminare Chicago dalla serie, soprassiede sul gridare allo scandalo. Per quanto molto dubbia, una decisione del genere poteva anche essere compresa. 

 

 

AMMISSIONI E SMARCAMENTI

 

 

Esulando dal confine delle Finals, lo scorso 27 dicembre 2017 la NBA ha fatto uscire il consueto “Last Two Minutes Report” di un match carico di veleni e controversie. Quel Cavs-Warriors giocato nel prestigio del giorno di Natale e che doveva essere un autentico antipasto di Playoffs. Il report prevede di consueto l’analisi degli ultimi due minuti di una partita chiusasi in volata, esattamente come il rematch delle Finals 2017. Nel quale non fischi ai danni di LeBron James hanno evidentemente condizionato gli ultimi minuti di gara. Scatenando una querelle pericolosamente infinita con Kevin Durant.

 

“LeBron non può lamentarsi, è troppo grande per queste cose.”

Le immagini, analizzate a fondo e commentate poi anche dalla Lega, davano invece più di un motivo al Re per dissentire: esse mostravano come a 30 secondi dal termine e sotto di 3 punti, James fosse stato contrastato illegalmente dal 35 non una ma ben due volte. La prima con KD ad invadere in maniera incredibilmente palese il suo cilindro in penetrazione, inducendolo ad una palla persa. La seconda colpendo chiaramente entrambe le mani nel tentativo di stopparlo. In una sfida accesa tra maschi alfa, ove contatti sporchi e al limite era da considerarsi nell’ordine naturale delle cose, il filtro arbitrale doveva e poteva fare molto di più. E i piani alti se ne assumevano pubblicamente le responsabilità.

 

 

Qui stava la grande differenza col passato. Una Lega al massimo dell’efficienza per garantire sempre e comunque trasparenza - si pensi al Replay Center di Seacaucus – ammetteva pubblicamente l’errore dei propri rappresentanti in campo. Rafforzando in questo modo la propria posizione ed aprendo anche un dibattito interessante, che si sarebbe poi infiammato un mese più tardi: l’adeguatezza degli arbitri NBA era ancora considerabile come massima?

Un ricambio generazionale nelle file dei direttori di gara era stato impostato forzatamente dal ritiro di due mostri sacri come Danny Crawford e Monty McCutchen. Uomini carismatici capaci di chiamate di grande qualità tecnica, ma anche di gestire con autorità le debordanti personalità in campo. E il trio designato per il Christmas Game era apparso del tutto inadeguato per dirigere una partita di tale livello.

 

Nel gennaio scorso le associazioni rispettivamente di arbitri e giocatori si sono riunite per discutere alcuni punti. L’inasprimento dei rapporti nella prima parte di Regular Season lo richiedeva in maniera inequivocabile. Tra ottobre e gennaio, infatti, erano incorse la terza espulsione di Kevin Durant, la prima in carriera di LeBron James, una ad Anthony Davis il giorno dopo, ... oltre a svariati altri episodi di difficile gestione, come un testa a testa tra Shawn Livingston e Courtney Kirkland al quale l’ufficiale di gara s’era offerto con atteggiamento addirittura bellicoso. Ciò gli era costata una sospensione.

 

“Ci sono diverse occasioni durante una partita in cui i giocatori si rivolgono agli arbitri: ‘Hey, cosa è successo?’ e loro sono già pronti con la mano a fermarti e fare gesti del tipo ‘Non ho tempo da perdere per discutere con te…’.”

Inammissibile. Soprattutto per chi della protesta fa una vera professione come Draymond Green, ma anche per chi come Kevin Durant si era sbilanciato in un’opinione condivisibile: che anche gli arbitri fossero soggetti ad errori senza alcun tipo di problema, ma che fosse corretto che li ammettessero. E li motivassero.

 

Arbitri eccessivamente chiusi e poco inclini al dialogo in stagione regolare saranno poi in grado di gestire momenti ad alta tensione? Si parla di momenti dove un fischio o un non fischio rischiano di decidere le sorti di due squadre; momenti in cui ego (Elmetto chi?) dissapori e ruggini devono assolutamente essere sacrificati in nome della sacra imparzialità. Compiendo le proprie scelte senza alcun tipo di influenza.

 

Ciò si può verificare solo in una condizione nella quale entrambi i fronti nutrano rispetto l’uno per l’altro. Riconoscendo le rispettive cariche e supportandosi a vicenda, compatti. Il fascino complottistico della sudditanza psicologica, poi, resterà sempre nell’indole umana. Ma una maggiore serenità, accompagnata dalla grande innovazione tecnologica, sono fattori fondanti grazie ai quali è possibile ridurre il numero e l’animo delle diatribe. A meno che i fischietti non dimostrino di avere davvero “un bidone dell’immondizia al posto del cuore...”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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