Houston Rockets: caccia all'ossessione

April 15, 2018

 

Dopo una Regular Season così, a Houston si aspettano una sola cosa da questi Playoffs: alzare il Larry O’Brien Trophy.

 

La squadra di D’Antoni arriva alla post season con il miglior record della Lega, 65-17, e i favori dei pronostici. Gli ostacoli su questo percorso sono numerosi e come non mai negli ultimi anni la Western Conference, in particolare, pare tanto equilibrata.

 

Nei pressi del Toyota Center le aspettative sono enormi. Ci si vuole staccare di dosso l’etichetta di “belli, ma perdenti”, di “eterni secondi”, e per  molti questo sembra poter essere l’anno buono. Al gioco, o meglio al sistema di D’Antoni è sempre stata rimproverata la mancanza di solidità difensiva, fondamentale per arrivare fino in fondo. Ad Harden viene imputato il fatto di sparire una volta che la posta in gioco sale, di essere forte coi deboli, e debole coi forti. La serie contro San Antonio nei Playoffs della passata stagione non lo aiuta in tal senso. Paul, che comunque ha sempre alzato il livello del suo gioco durante la post season (le statistiche parlano), resta il giocatore nella storia con più presenze ai Playoffs, 76, che non sia mai arrivato ad una finale di Conference.

 

Tutti e tre hanno voglia di rivalsa.

E non mancano i motivi per sperare che questa sia la volta buona.

 

 

Insidie sul percorso

 

Dall’ultima nottata di Regular Season, e più precisamente dallo scontro da dentro o fuori tra Timberwolves e Nuggets, sono usciti gli sfidanti al primo turno dei Rockets. Sulla carta non dovrebbero esserci problemi per il Barba e compagni a superare i lupi del Minnesota. Nonostante il ritorno di Butler - fondamentale nella vittoria su Denver - i ragazzi di Thibodeau non sembrano attrezzati per poter realmente dare del filo da torcere alla miglior squadra della RS. Il potenziale ci sarebbe tutto. Ma le carenze mostrate durante questa stagione, a partire dagli evidenti (e per molti sorprendenti) problemi difensivi e dalla mancanza di pericolosità perimetrale, lasciano pensare ad un agevole passaggio del turno per Houston.

 

Dopodiché, troverebbero la vincente tra OKC e Utah  la serie sulla carta più equilibrata del primo round.

 

I Jazz sono la miglior difesa della Lega; dopo la sconfitta contro gli Hawks del 22 gennaio scorso, il momento della svolta stagionale (non casualmente in concomitanza col rientro di Rudy Gobert), i Jazz hanno concluso con 29 vittorie e solo 6 sconfitte. Meglio di loro, neanche a dirlo, solo i Rockets. Sarebbe una serie insidiosa: chiedere a Steve Kerr, che nei quattro scontri stagionali contro i ragazzi di Quinn Snyder ha strappato una sola vittoria.

 

OKC rimane la vera mina vagante di questa post season. Il loro potenziale, tutt’ora inespresso, è enorme. Tuttavia le sensazioni non sono così positive. Contro i texani hanno perso tutti e quattro gli scontri stagionali, e il divario sembra troppo ampio per essere colmato in poco più di due settimane. I mezzi per competere con i più forti ci potrebbero essere, ma serve una svolta: possiamo immaginare una serie come quella di due anni fa, in cui portarono a Game 7 i futuri campioni, dopo essere andati avanti 3-1 ?

 

 

 

Ossessione Warriors

 

La finale ad Ovest più scontata, ma anche più attesa, vede i razzi texani sfidare i campioni in carica. Arrivando in finale di Conference, si troverebbero molto probabilmente, con tutti i se e i ma del caso, ad affrontare la squadra della Baia. La loro nemesi, la loro ossessione:

 

“È l’unica cosa a cui pensiamo. Teoricamente non dovrei dire una cosa del genere, ma è ormai un’ossessione la nostra: come possiamo battere Golden State? Questa è la domanda che sta alla base del nostro lavoro. Se vogliamo vincere il titolo, prima o poi dovremo affrontarli e batterli, punto. Molte delle nostre firme, dei nostri movimenti sul mercato e del lavoro svolto durante l’anno seguono questo pensiero”.

 

Queste le parole di Daryl Morey, GM di Houston, qualche mese fa, intervistato da ESPN.

 

 

Effettivamente il roster costruito nelle ultime due stagioni segue precise direttive. Una versione 2.0 degli Warriors.

 

Ancora più tiratori e difensori versatili. Ma una filosofia di gioco completamente diversa: costruzione del vantaggio dal palleggio o da un pick and roll, tante penetrazioni al ferro e scarichi negli angoli, isolation, zero o quasi mid-range shot. Il basket predicato da Kerr, invece, vuole una partecipazione maggiore da tutti gli elementi sul parquet, più movimento della palla, frequenti tagli dal lato debole. Dalla scelta dei tiri queste direttive sono evidenti: i Rockets affidano il 18,3% delle conclusioni al palleggiatore e l’8,3% al rollante in situazioni di pick and roll - rispettivamente 12esimi e secondi nella Lega in questi dati; mentre gli Warriors sono 28esimi e ultimi per percentuali di tiri presi in questo modo. Le statistiche diventano diametralmente opposte se si considerano i tiri presi da giocatori che tagliano a canestro. Gli Warriors percorrono questa via nel 12,5% dei possessi offensivi. Nessuno più di loro. E nessuno, d’altra parte, fa meno del 5,3% dei Rockets.

 

Due squadre costruite su un modello simile, ma con filosofie di gioco molto diverse. La sfida per D’Antoni sarà di dimostrare che il suo sistema può essere vincente anche ai PO, soprattutto contro quella che ha detta di molti è una della migliori squadre di tutti i tempi.

 

 

Difesa e panchina

 

Oltre a un Chris Paul in più, il tecnico questa volta potrà contare su due fattori che potranno rivelarsi determinanti.

 

Sotto l’aspetto difensivo la squadra ha fatto miglioramenti notevoli in questa stagione e non solo grazie all’arrivo di specialisti come PJ Tucker e Mbah a Moute.

 

Gran parte del merito va attribuito al lavoro svolto dall’assistant coach Jeff Bzdelik, a cui coach Mike ha affidato la gestione  della metà campo difensiva. I risultati sono stati ottimi fin qui. Si è passati dal 18esimo posto per Defensive Rating della passata stagione al sesto in quella attuale.


Se fino a un anno fa i Rockets davano l’impressione di dover segnare un punto in più degli avversari per vincere, ora possono contare anche su una solidità difensiva che li rende decisamente più convincenti da aprile in avanti.

 

A ciò va aggiunta una profondità del roster maggiore.

Durante la passata stagione le rotazioni erano limitate a 8 giocatori, quest’anno si può arrivare a 10/11 cui dare spazio. Sono arrivati i già accennati Paul, Tucker e Mbah a Moute in estate, a cui si sono aggiunte le firme di Gerlad Green e Joe Johnson nei mesi successivi.

Tutti giocatori che in questo sistema calzano a pennello. Tiratori - c’è chi, come Mbah a Moute, si è scoperto tale e tira col 35,5% da oltre l’arco - e difensori versatili, perfetti per resistere e controbattere alla small ball di Kerr.

 

Ad ottobre in pochi vedevano rivali capaci di opporsi allo strapotere di Curry e compagni; 82 partite dopo, nessuno pensa che il cammino degli Warriors sarà una parata verso le Finals.

 

E gran parte del merito va a Houston: i Rockets hanno alzato l’asticella, e di parecchio. Sono stati costruiti seguendo un’ossessione: battere Golden State. Se le due squadre dovessero incrociarsi alle finali di Conference... beh, diciamolo: è quello che tutti stiamo aspettando.

 

 

 

 

 

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