L'importanza di essere Gigi

February 25, 2019

L'esperienza di Datome in NBA è stata tutt'altro che indimenticabile. Eppure da essa il numero 70 ha saputo trarre insegnamenti preziosi per trasformarsi in uno dei migliori giocatori d'Europa. Questo grazie soprattutto alla sua cultura cestistica e alla sua mentalità.

 

 

«Col senno di poi è facile cambiare idea. Eppure se tornassi indietro rifarei la stessa scelta. Sapevo che sarebbe stato difficile: è stata ugualmente un'esperienza splendida.» 

 

Il tono è lucido, per certi versi amaro, per altri sereno. Non sono parole facili: da una parte c'è la consapevolezza di quello che, all'atto pratico, è un fallimento; dall'altra la certezza che da questo stesso "fallimento" rappresenti comunque una pietra miliare.

Luigi Datome pronuncia queste parole appena rientrato da Boston, nella sua amata Olbia. In attesa di definire quello che sarà il futuro della sua carriera.   

 

Ma come si può sintetizzare la sua parabola negli Stati Uniti? Forse potremmo farci guidare da quello che ha detto di lui il coach dei Boston Celtics Brad Stevens, suo allenatore nel 2015:

 

 «Penso che sia davvero un buon giocatore. Come gli ho detto l'altro giorno è il nostro miglior tiratore. Ha giocato bene diverse partite, dandoci una mano a vincerle, poi magari in qualche altra è rimasto in panchina. Ma ha sempre incitato la squadra, nessun parola fuori posto. È sempre pronto, lavora al massimo, a un livello a cui tutti dovrebbero aspirare.»

 

In queste frasi c'è tutto Gigi: talento cestistico, umiltà, grande professionalità... ma anche poche presenze in campo.

 

Facciamo un passo indietro.

Il suo arrivo negli States - in particolare in quel di Detroit - coincide con l'estate del 2013, nella piena maturità dei suoi 26 anni. Dopo una stagione fantastica con la Virtus Roma, marchiata da una finale scudetto e il titolo MVP della Regular Season.

 

Non è un giocatore da statistiche, non ha bisogno di prendersi troppi tiri per essere decisivo. Eppure, quando le sorti della partita sono governate dall'incertezza la sua produzione offensiva cresce regolarmente.

Datome c'è. Sempre.

 

 

Questo però accade in Europa. Dall'altra parte dell'oceano è un'altra storia.

Il capitano della nazionale fa il suo esordio in NBA contro i Washington Wizards, respirando così per la prima volta l'emozione di un parquet a stelle e strisce. Una magia... che dura soli diciannove secondi.

Dopo il match twitterà:

 

«Parafrasando Armstrong pochi secondi per un giocatore NBA, un'eternità per un sardo!!!».  (Neil Armstrong, il primo uomo sbarcato sulla luna, disse: «Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità», ndr).

 

A Detroit ha fin da subito problemi fisici evidenti a causa di un infortunio al piede rimediato con l'amata Nazionale, di cui come detto è capitano dal 2013, grazie al suo carisma e alla sua leadership dentro e fuori dal campo. Risultato: con i Pistons niente pre-season e durante la stagione regolare vede il campo con estrema irregolarità.

 

La prima stagione in NBA oscilla tra il rammarico di non aver fatto di più e l'emozione di un palcoscenico sognato fin da bambino e incredibilmente diverso dal nostro:

 

«Lì una sconfitta viene vissuta molto alla leggera dai tifosi. A guardare bene un motivo c'è: sono felici perché dal soffitto cadono delle pizze omaggio con dei paracadute».

 

Un'idea di gioco-intrattenimento super spettacolarizzato, così lontana dalla sua focalizzata su di un unico obiettivo: la vittoria.

Datome ripete spesso di essere deluso dello scarso minutaggio, ma allo stesso tempo sa che ha avuto la possibilità di confrontarsi con il campionato più competitivo del mondo.

 

 

La stagione successiva (2014/15) è quella della rivoluzione in casa Pistons e del cambiamento per l'ex Virtus. Detroit rinuncia definitivamente a puntare su di lui e lo costringe addirittura a scendere in D-League: una sistemazione provvisoria, quasi una stanza d'albergo nella quale posare le valigie e dormire - male - in attesa di una fissa dimora.

 

Dopo poche partite in Development League - dove porta la sua squadra in finale del torneo, producendo una pallacanestro sontuosa - Gigi torna nel roster dei Pistons, ma è già pronto alla rottura di un matrimonio mai realmente cominciato con la squadra del Michigan.  Il 19 febbraio parte verso il Massachusetts: destinazione Boston Celtics.

 

La franchigia è in una fase di rifondazione che stride rumorosamente rispetto ai fasti del recente passato. Complice lo smantellamento del nucleo del Titolo 2008 e delle Finals del 2010. Con Ray Allen ormai ritiratosi dalla scena, Garnett in maglia Nets e il duo Pierce-Rivers a Los Angeles sponda Clippers, nel tentativo di donare un lustro all'organizzazione più perdente di sempre. Al posto di quest'ultimo arriva il trentaseienne Brad Stevens, reduce da due finali NCAA con  Butler University. Scelta azzeccatissima dalla squadra più titolata della storia della NBA. Considerato che a distanza di tre anni Stevens siede ancora sulla panchina dei Celtics, alla ricerca del diciottesimo titolo in Massachusetts.

 

Quell'anno Gigi a Boston sigla 18 uscite in maglia numero 70 (numero scelto in onore della sua prima squadra: Santa Croce Olbia '70) con il 41% dal campo e il 31% da tre. Al TD Garden diventa subito un personaggio di culto, per il suo look e alcune sue abitudini viste come "strane" agli occhi degli americani, una su tutte il fatto che si conceda un caffè espresso prima di ogni gara, anziché le consuete bevande energetiche.

 

Chiude la Regular Season giocando da titolare contro i Bucks e realizzando 22 punti, il suo career-high personale. Ma questo è anche il suo reale addio al NBA, perché ai Playoffs giocherà molto poco: i suoi Celtics usciranno al primo turno contro i Cleveland Cavaliers di Lebron James.

 

 

«Quest'estate sarò Free Agent. Cercherò come sempre di fare la scelta migliore per la mia carriera, ascoltando ogni proposta e valutandola con estrema attenzione, da qualunque parte essa arrivi»

 

Si chiude così l'anno più caotico della sua carriera.

La stagione successiva compirà il percorso inverso, trasferendosi in Turchia per vestire la maglia del Fenerbahçe. E calcare con più continuità i campi da basket.

 

Nel maggio 2017 contribuisce enormemente alla "nona sinfonia" - nono titolo europeo - di Zeljiko Obradovic, che tanto aveva premuto per averlo a Istanbul. La vittoria in finale di Eurolega contro l'Olympiacos rappresenta anche una storica prima volta per la Turchia. Finalmente Datome può alzare un trofeo che può sentire legittimamente suo, giocando e andando regolarmente in doppia cifra. È la sua definitiva consacrazione a livello europeo.

 

Perché allora in America non ha trovato abbastanza spazio?

Pur essendo un elemento senz'altro apprezzato per doti e approccio caratteriale, Datome non è riuscito a raccogliere quanto sperava in una Lega nella quale sia fisicamente che tecnicamente è stato sin da subito inquadrato come un giocatore "nella media". La sua cultura cestistica spiccatamente europea, più propensa ad anteporre il collettivo alle velleità personali mal si è sposata con il protagonismo a volte debordante di un campionato qualitativamente eccelso come la NBA.

 

Anche Ettore Messina, assistant-coach del sistema di Gregg Popovich a San Antonio, ha descritto la pallacanestro americana come un gioco spesso al servizio di un singolo che può arrivare a cifre spaventose in una gara. Cifre che in Europa non si vedono.

 

Datome è un giocatore di profondo QI cestistico, caratteristica particolarmente complementare ad un sistema, ma inadatta a chi deve spiccare ogni sera da solista: questo potrebbe essere uno dei motivi del suo successo in Europa e dei suoi insuccessi in America. Dove spesso, a giocatori europei maturi e già formati, è ritagliata una dimensione di Role Player non sempre di facilissima interpretazione.

 

Non bisogna inoltre sottovalutare la questione inerente alla fisicità: in un contesto in cui la categoria "superatleti" è ampiamente rappresentata, adattarsi può essere molto complicato sia da un punto di vista offensivo che difensivo. Problematica con cui si sono dovuti scontrare negli anni giocatori di primo livello in Eurolega come Rodriguez e Spanoulis, per citarne solo due, svezzati da filosofie di pallacanestro più "smart" e meno atletica. Con chiari risvolti sul lato fisico: da questo punto di vista, giocatori come Doncic e Porzingis, approdati nella Lega da giovanissimi grazie a due talenti cristallini e costituzioni fisiche propedeutiche al grande salto, avranno la possibilità di "essere cresciuti" e di svilupparsi secondo le credenze fisiche della cultura americana.   

 

Adesso che ha raggiunto il tetto d'Europa, Datome può considerarsi soddisfatto dei suoi anni formativi negli Stati Uniti?

Impossibile - dal suo punto di vista - non uscire appagati dopo un'esperienza in NBA. Anche se breve. Gigi valuta questa avventura con molta lucidità e positività; quella stessa la positività che non lo hai mai mollato anche nei momenti più difficili. 

 

«Di sicuro l'esperienza in USA mi ha fatto diventare un giocatore più fisico e veloce in certe situazioni di gioco. Dal punto di vista mentale non do più per scontato il fatto di giocare a basket. Ricordandomi la nostalgia per il campo, provata tutte le volte che rimanevo fuori, oggi la prendo in un modo diverso: mi godo ogni minuto in campo».

 

Insomma, senza l'esperienza in NBA, Datome oggi non sarebbe quello che è diventato. Più maturo e più forte psicologicamente: uno dei migliori d'Europa.

 

Proprio per questo Obradovic, il Phil Jakson europeo come lo definisce anche lui stesso, lo ha scelto nel 2015 per fare la storia.

 

«Gigi è molto più importante di quello che si vede: sembra un giocatore della vecchia generazione, un leader. È un personaggio straordinario, umile nell'approccio, ambizioso nelle motivazioni. Sempre con un'incredibile etica di lavoro. Lo adoro anche come persona: è un esempio per tutti. Sono felice di averlo nello spogliatoio per come migliora i compagni, li aiuta e parla con i giovani e i nuovi arrivati.»

 

E' in questa sua dimensione di spessore internazionale che emerge la sua esperienza americana. Certo, il tutto nasce anche da profonde riflessioni e grande ricettività in merito: non tutti i giocatori sono in grado di fare un salto di qualità così evidente in una fase così complicata della propria carriera per maturità ed obiettivi. Indipendentemente dall'aver fatto meno un "passo indietro", perchè il Gigi di Roma non è paragonabile al Gigi attuale. E questo in larga parte grazie al confronto avuto con l'asticella della Lega. 

Quello di Datome in Europa non è stato un ritorno. Ma un nuovo inizio. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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