KAT: e adesso?

November 18, 2018

Una riflessione sul nuovo ruolo di Karl-Anthony Towns all'interno dei Minnesota Timberwolves, dopo la partenza di Jimmy Butler alla volta di Philadelphia.  

 

 

È trascorsa una settimana circa dalla trade che ha messo fine alla scomoda vicenda Butler-Wolves. Tempo assolutamente ingeneroso per qualunque tipo di bilancio pragmatico in merito - a parte il chiaro upgrade di Philadelphia, solidamente catapultata nella top 3 ad Est - ma sufficiente per raffreddare la mente e arrischiarsi in qualche riflessione sulle prospettive future. In particolare in merito ad uno dei protagonisti della tragicommedia andata in scena in quel di Minneapolis: Karl-Anthony Towns.

 

Perché se da una parte il front office ha scelto di investire sull’ex Kentucky con un prolungamento di contratto dorato da 158 mln di dollari più bonus, scegliendo di fatto la fazione con cui schierarsi nella querelle con Butler e mettendo quest’ultimo sul mercato in barba al veto di Thibodeau, dall’altra la stessa dirigenza ha mandato un segnale forte e chiaro al giocatore: da adesso si inizia a fare sul serio.

 

Partirei proprio da qui.

 

Da questa scelta ad un primo impatto assolutamente logica, se appresa senza antefatti. I quali, solamente un anno fa, prevedevano per Jimmy Butler un ruolo di assoluto rilievo in una squadra giovane che aveva impellente esigenza di fare il salto di qualità. Leader non solo tecnico, ma anche e soprattutto carismatico, per un gruppo nel quale spiccavano due ’95 con intenzioni da superstar quali Wiggins e KAT. Discontinuo e per certi versi anche limitato il primo, il duo rappresentato dall’ex Bulls e il secondo doveva essere la base granitica e fondante per un progetto a lungo termine che si riproponeva in primis di riportare i Wolves quantomeno ai Playoffs. Per poi iniziare ad esplorare - operando con oculatezza sul mercato - lo sconosciuto significato della parola “contender”.

 

Come sappiamo nulla di tutto questo è accaduto. O meglio, Minnesota ha centrato con spossante fatica l’obiettivo primario, partendo in griglia dall’ottava casella. Il tutto dopo essere colata a picco da febbraio in poi – complice un infortunio al ginocchio del 23 – ed essersi giocata l’accesso alla post season all’ultima gara di RS contro Denver, in netta ascesa e forse più meritevole di un posto tra le prime otto per la qualità messa in mostra nei mesi precedenti.

 

Tra febbraio e aprile, ossia i due mesi peggiori della RS bianco-blu, Towns ha fatto comunque registrare 26.1 punti e 13.6 rimbalzi con un career high da 56 punti contro Atlanta il 28 marzo e un “win or go home” da 26-14 contro Denver, con 12/19 dal campo in oltre 46 minuti di utilizzo. Numeri, davvero inutile a dirlo, da Superstar assoluta. Che però non raccontano davvero ciò che sta dietro lo smisurato talento del numero 32. Ovverosia una mollezza mentale che al primo vero banco di prova della sua carriera ne ha fatto completamente implodere

capacità e presenza sul rettangolo di gioco.

 

La serie contro i Rockets, chiusasi con un sonoro 4-1, ha aperto assieme a una voragine nel rapporto tra le due punte di diamante una serie di interrogativi che, giunti alla quarta stagione di KAT nella Lega, non possono più essere sottovalutati. L’impatto del domenicano nelle Gare 1 e 2  è stato a dir poco traumatico: appena 8 punti raccolti nel primo confronto conditi da 12 rimbalzi, cui si sono assommati i miseri 5 + 10 della seconda puntata in quel di Houston. Il tutto con appena 5/18 al tiro complessivo nelle due partite.

 

Abituata ad un certo tipo di standard qualitativo, e con nel cuore il fremito delle aspettative attorno ad un giocatore di enorme hype, la terra di Minneapolis ha tardato e non di poco lo sgelo primaverile. Facendo passare totalmente in secondo piano i vari 18+16, 22+15 e 23+15 delle Gare 3-4-5. Prove che diremmo all’altezza, ma totalmente oscurate dalle due precedenti ed inaccettabili uscite, in una serie partita più in salita dell’ascensione all’Everest e con un fallimento già designato in prospettiva.

 

Ciò che è rimasto, oltre alle differenze tecniche, tattiche e di esperienza tra la testa di serie numero 1 e l’ottava, è stato quel senso quasi di stordimento percepito negli occhi di KAT. Quasi che fosse totalmente inaspettato dover fare i conti con il regime di gioco molto più aggressivo, fisico e per certi versi brutale tipico di una serie nella miglior Conference della Lega.

 

Inaspettato, perché nelle tre stagioni Towns ha saputo migliorare sensibilmente la qualità e la capacità di letture nella metà campo offensiva, facendo registrare un netto miglioramento nel tiro dalla lunga distanza – dal 34% su 1 tentativo a gara nell’anno da rookie al 42% abbondante sugli oltre 3 registrati nella passata stagione – e applicando degli accorgimenti nel gioco spalle a canestro – non di rado è possibile osservarlo nel fade away alla Nowitzki dal mid range. Il tutto a renderlo un attaccante completo, un centro moderno dotato di un range di tiro totale in grado aprire il campo; senza trascurare le sue ottime qualità in fase di palleggio e una velocità e coordinazione di piedi fuori quota per un 213cm x 112kg. Da qui la domanda: come può un giocatore così dotato essere divenuto a tratti il fantasma di se stesso?

 

Una parte del ragionamento può essere occupata dalla questione “esperienza”: giudicare a 360° un giocatore con all’attivo appena cinque partite di Playoffs è ingeneroso e troppo superficiale. Anche se gettando un occhio agli impatti offerti da due rookie -seppur di diverso ruolo - come Simmons e Mitchell sul piano della personalità si potrebbe rimanere affascinati da questa via. Ciò che però risalta è stata la assordante esplosione di tutti i piccoli limiti e deficit messi in mostra durante le passate stagioni e nascosti prontamente sotto il tappeto dei numeri abbacinanti. Piccole gocce che, sommandosi, hanno riempito il vaso, facendolo traboccare sia in campo che al di fuori.

 

KAT ha messo in mostra la tendenza ad essere dominato dal contesto, fosse esso il diretto avversario nelle vesti di Capela o la pressione della partita stessa. In quest’ultimo caso, essendovi dietro ogni atleta in primis un uomo, l’inesperienza ha evidentemente giocato in suo sfavore. Ma ciò che ha irritato il già di per sé irascibile Butler è stata l’inclinazione a “lavarsene le mani”, lasciandogli il pesantissimo compito di gestire l’attacco assieme a Teague e Wiggins – che pure non ha mal figurato – e bypassando in alcuni frangenti in maniera drammatica la fase difensiva.

 

Analizzando le prime due Gare a Houston, non di rado si può sorprendere Towns fuori fase, autorelegatosi in angolo dietro un atteggiamento di totale scarico e scarso coinvolgimento. Pochissimi sono stati i mismatch esplorati, o le letture proficue nel gioco a due; tutto questo figlio spesso di un ingresso nell’azione offensiva troppo soft e superficiale, che lo hanno reso una pratica facilmente disinnescabile da parte della difesa di D’Antoni. E l’uomo da attaccare, una volta andati nell’altra metà campo: KAT, infatti, a differenza di molti altri, necessita di esaltarsi offensivamente per accendersi difensivamente. Senza la verve apportata dal solito dominio offensivo, si è ritrovato ad acuire ancor di più i deficit difensivi – più mentali che fisici – facendo mancare le sue qualità di rim protector.

 

 

Gli eventi successivi sono facilmente riassumibili. Butler non torna in Minnesota con la squadra, fatto a cui segue un incontro con Thibs riguardo gli accadimenti ultimi – con annesse accuse a compagni e staff - e il rifiuto al prolungamento del contratto in scadenza nel 2019, riproponendone un altro alle sue condizioni; aut aut mal digerito da Towns, ormai insofferente verso JB e attorno al quale si sono fatti sempre più consistenti rumors circa un suo approdo a Phoenix.

 

Da qui il dietrofront immediato della franchigia, con il GM Leyden pronto ad offrire l’estensione a KAT – asset ben più prezioso di Butler. Mossa che ha fatto capire a quest’ultimo con chiarezza che, bizze o non bizze, il futuro dei lupi sarebbero stati in primis il 32 e poi Andrew Wiggins, fresco di un onerosissimo contratto da 147,7 milioni in 4 anni - quando forse avrebbe avuto più senso evitare di ingolfare il cap per un giocatore che, ad oggi, non ha ancora pienamente corrisposto le aspettative e investire quei soldi nel rinnovo dell’ex Bulls e in FA. Contando anche che per accaparrarsi le prestazioni di Jimmy Tom Thibodeau ha dovuto lasciare sul piatto tre ottimi prospetti come Markannen, LaVine e Dunn, l’investimento ad oggi non può essere etichettato come vincente.

 

I Wolves si sono ritrovati ad affrontare un inizio di stagione eufemisticamente “acceso”. Che è divenuto un girone dantesco quando Butler, nella tristemente celebre partitella al suo primo allenamento tra titolari e riserve, ha deciso di mettere in scena un poco edificante show di urla e insulti ai suoi compagni, trascinando un’intera franchigia che già teneva in scacco nella sua personale battaglia e minando completamente la serenità dell’ambiente. Una delle vittime della mattanza è stato in primo luogo proprio Towns, reo di essersi permesso di aprire bocca e per questo continuamente attaccato sul campo e insultato ripetutamente. Con che personalità poteva affrontarlo, lui che era il primo dei "soft"?

 

E dire che Towns solo una settimana prima da questa presa di posizione aveva dimostrato di voler dare un netto cambio di tendenza al suo ruolo emotivo in squadra. Presentandosi davanti alle telecamere dopo una brutta sconfitta in pre-season, e utilizzando termini come “imbarazzante” e “inaccettabile” nei confronti del triste spettacolo messo in campo da lui e dai Wolves. Parole dettate dalla sincera voglia di essere leader e punto di riferimento di una franchigia che tanto gli ha dato e gli sta dando non solo in buste paga, ma anche in affetto e stima – assieme a Ricky Rubio, KAT è stato uno dei più toccati dalla scomparsa di Flip Saunders, che lo aveva voluto fortemente a Minnesota.

 

Ora che Butler ha trovato pace nella città dell’amicizia – ce lo auguriamo per Brett Brown, Joel Embiid e Ben Simmons... oltre che per i 76ers e tutto lo stato della Pennsylvania – possiamo dire che i Wolves abbiano finalmente trovato un equilibrio? E quale sarà il nuovo ruolo di Towns?

 

Nel momento in cui scrivo, sono trascorse appena 3 partite  della trade e lungi da me intavolare, per fare un paragone calcistico, un “senza giacca” a là Fabio Caressa tirando in ballo algoritmi vari e disamine astruse in merito. Oggettivo è che il clima in casa Wolves si sia quantomeno rasserenato, e che siano arrivate 3 vittorie di fila  di cui una contro Portland dimostrando una ottima qualità difensiva. In tutto questo c’è anche lo zampino del redivivo Derrick Rose, ma quando si nomina il suo nome è sempre meglio farlo sottovoce per non stuzzicare la dea bendata. Per sapere se tutto ciò è un semplice fuoco di paglia dovremo realisticamente attendere almeno un mese, operando solo allora qualsiasi bilancio.

 

Dal canto suo, KAT ha giocato le prime sedici partite in maniera complessivamente convincente dal punto di vista offensivo, e dimostrando anche una maggiore applicazione nella propria metà campo. Spesso ci si è scervellati su alcuni suoi passaggi di autentica apatia difensiva, troppo molle sulle gambe quando attaccato 1vs1 o lento e fuori posizione in aiuto dal lato debole. In questo primo stralcio di stagione, invece, ha messo in mostra maggior presenza nel pitturato, facendo intravedere con un po’ più di continuità il difensore che potrebbe essere – 2 il numero di stoppate a partita, con picchi di 4 in ben tre occasioni... segno che con il corretto timing le qualità da interditore le ha eccome.

 

Da un giocatore abituato a farlo, è lecito aspettarsi un miglioramento tecnico. Ma ancor di più diventa necessario un miglioramento a livello caratteriale e carismatico, specie in uscita da una battaglia sanguinosa e logorante che ha lasciato i Wolves orfani di un giocatore importante. È chiaro che con il rinnovo e il supporto a tutto tondo della franchigia – vedasi anche il modo con cui negli ultimi tempi è stato spesso coccolato sui profili social ufficiali, fondamentali per la comunicazione nella NBA moderna – 21.5 punti e 11.7 rimbalzi a sera in appena tre anni di carriera potrebbero paradossalmente non essere più sufficienti. O Almeno, non basteranno solo quelli.

 

Certo, un compito oneroso per un 23enne in una franchigia che si approccia ad una stagione di prospettive tutt’altro che rosee. Ma che comunque, io credo, lo motiverà a dovere. E al quale, nelle speranze della dirigenza, risponderà “presente”.

 

Prima di tutto perché responsabilizzarlo aiuterà ad alzare l’asticella dei suoi limiti, stimolandolo a raggiungerla e oltrepassarla. Poi perchè contribuirà a rendere naturale la transizione nel suo nuovo ruolo di faro per i compagni, concedendogli anche di sbagliare a patto che sia

 

sufficientemente intelligente da recepire gli insegnamenti dei suoi errori e non venendo meno ai dogmi prefissati in materia di atteggiamento. Perchè sbagliare è lecito, ma se nel giusto contesto e con la giusta attitudine. Se così sarà non è inverosimile attendersi per lui un processo di crescita simile a quello di un Anthony Davis, ad esempio: faticoso ma destinato a proiettarlo nell'empireo della Lega. Nella speranza che non solo lui, ma anche la squadra stessa evolva e si discosti definitivamente dal trend di mediocrità degli ultimi 14 anni: troppo forte per tankare, troppo scarsa entrare nel club della post-season.   

 

Nel frattempo, avranno senz’altro fatto piacere a Thibs le dichiarazioni rilasciate recentemente da Towns in merito:

 

“Sto cercando di portare una cultura differente a Minnesota. Il senso d’appartenenza e il divertimento sono le basi di una squadra vincente. Stiamo giocando con orgoglio, specialmente adesso. Vedete, ognuno di noi sbaglia, ma guardiamo chi abbiamo di fianco e gli diciamo di avere sbagliato, che è colpa nostra e che faremo meglio la prossima volta.”

 

A buoni propositi...

 

 

 

 

 

 

 

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