The King of New York

March 3, 2019

La storia di Bernard King è fatta di ostacoli di ogni genere: dagli infortuni all'abuso di alcool passando per il razzismo. Un giocatore che grazie alla sua tenacia tutta "newyorkese" si è ritagliato un posto nell'Olimpo del basket NBA.
 

 
 

Chissà perché, ogni volta che bisogna raccontare una storia di basket si finisce per partire da New York City.

 

Una città in cui oltre 8 milioni di abitanti vivono spalla a spalla - diciassettesima al mondo per densità di popolazione - in cui bisogna sempre sgomitare per il proprio posto, dove è impossibile mostrare le proprie insicurezze e non pagarne le conseguenze.

Sono i ritmi e le continue sfide che sorgono vivendo tra i Five Boroughs ad aver creato la celebre frase “if you can make it here, you can make it anywhere” e ad aver tracciato lo stereotipo del newyorkese come una persona brusca, scortese e aggressiva.


Tutti tratti che potete scorgere su ogni singolo tratto del volto di Bernard King prima di una palla a due. La sua cosiddetta gameface, lo sguardo che assumeva già dal riscaldamento, è la cosa che tifosi, compagni e avversari ricordano maggiormente di lui.

“Anche con me, per strada e nella NBA, una volta messo il piede sul campo non mi conosceva, non mi diceva una parola. E nessuno osava parlargli, sembrava volesse ucciderti da un momento all'altro”.
(Albert King, fratello e 10 anni nella Lega)

 

Bernard non può giocare con il sorriso, come i Magic o come i Curry, deve costruire un muro di intensità e distacco tra lui e gli avversari in modo da avere la motivazione necessaria a dare il meglio.

 

Ed è un “meglio” piuttosto interessante: di realizzatori puri come King non ne sono esistiti poi molti nella storia della NBA.


“Ho sempre cercato di visualizzare quello che avrei fatto su un campo da basket, non ho mai pensato all’eventualità di sbagliare un tiro: pensavo esclusivamente alla palla che entra nel canestro”. 

 

È un giocatore di una completezza disarmante: gli stai appiccicato? Può batterti in palleggio.
Gli lasci spazio? Ti colpisce con il jumper da ogni posizione, vero e proprio artista del giro e tiro. Riceveva il pallone esattamente dove voleva, andava esattamente dove tutti si aspettavano ma non c’era alcun modo di fermarlo.

Il tutto supportato da un fisico scolpito dal Signore che lo rendeva atletico e scattante, grande contropiedista, schiacciatore devastante.

 

In una parola: inarrestabile.

 

 

Bernard è un figlio di Brooklyn, cresciuto nelle case popolari di Fort Greene, che tra gli anni ’60 e ’80 sono un ricettacolo di povertà, crimine e fiumi di droga - per la verità, come la maggior parte della Grande Mela in quel periodo…

Come preventivabile, la sua non è un infanzia facile, con un padre assente e una madre di rara severità, pronta a picchiarlo a ogni messa domenicale saltata. La sua unica chiesa è il campetto di Fort Greene, che King può vedere dalla finestra di camera.

 

Cresce nel mito dei grandi Knicks anni 70, due volte campioni grazie a fenomeni come Walt Frazier, Willis Reed e Dave Debusschere. Su quel campo sotto casa imita le loro gesta, imparando sulla sua pelle la durezza e la fisicità delle pick up games newyorkesi, che forgeranno il suo corpo e il suo gioco negli anni a venire.

Al liceo Fort Hamilton, dove i genitori mai hanno assistito a una sua partita, domina in lungo e in largo; ciononostante, non sono moltissime le università che vengono a bussare alla sua porta per offrirgli una borsa di studio.

La scelta di Bernard ricade sul Tennessee, che negli anni ’70 per un afroamericano non era certo il luogo più accogliente del pianeta: siamo nel profondo sud, al confine con Alabama e Mississippi, dove il razzismo è una realtà non solo presente, ma quasi data per scontata.
Ma in fondo King è un ragazzo di New York, ne ha viste di tutti i colori, non saranno certo dei razzisti bifolchi a minare la sua sicurezza.

 

Un giorno viene ricevuto dal suo allenatore in ufficio; ad attenderlo anche il capo della polizia di Knoxville, il quale lo invita a porre un attenzione extra al suo comportamento fuori dal campo, perché “diversi agenti nel mio staff non amano il tuo atteggiamento da negro presuntuoso e sono pronti a tutto pur di prenderti a calci”.

 

Non scherza, dato che una sera alcuni agenti fermano Bernard e gli riservano un trattamento tristemente troppo ricorrente per i giovani afroamericani: prima lo intimidiscono verbalmente, durante la perquisizione King si lascia scappare qualche parolina di troppo e viene colpito alla testa dal calcio di una pistola. 

 

Portato in una stazione di polizia, è il suo coach, Gerald Oliver ad andarlo a prendere.

“Lungo il tragitto dalla centrale al campus non abbiamo parlato, non sapevo cosa dirgli, era visibilmente scioccato, tremava dalla rabbia e dalla paura. Arrivati, scese dalla macchina, sempre in silenzio, e prima di chiudere lo sportello, con il sangue che ancora gli colava sulla faccia mi disse - Grazie per non aver parlato coach”.

 

L’impatto con la realtà di Knoxville dunque è delle più dure.
Per Bernie, mai uscito da New York, oltre al razzismo, c’è una certa difficoltà di ambientamento, che diventa profonda solitudine e introversione, che cerca di alleviare ricorrendo a un uso smodato di alcool, piaga che si porterà dietro per tutta la vita, in cui continuerà a covare rabbia e aggressività per ciò che ha subito nel Tennessee.

Se King è riuscito a superare questi anni traumatici, è soprattutto grazie al rapporto con un compagno di squadra molto speciale, con il quale crea un legame che durerà per molti anni a venire.

Nel roster dei Volunteers c’è Ernie Grunfeld, ragazzo ebreo nato in Romania da genitori sopravvissuti all’Olocausto, sbarcato nel Queens all’età di 8 anni.

Il suo percorso di crescita è molto simile a quello di King: strade di New York, ristrettezze economiche, discriminazione e il basket come valvola di sfogo e possibilità di riscatto.


Legano dentro e fuori dal campo in modo indissolubile, dando vita a un duo entusiasmante che attira le attenzioni di tutto il paese - guadagnandosi addirittura la copertina di Sports Illustrated.


“The Ernie and Bernie Show”, così ribattezzato, si basa soprattutto sulla loro alchimia, la loro audacia, e vale alla squadra 40 punti a partita, perché sia King che Grunfeld hanno una facilità nel trovare il canestro degna di palcoscenici superiori.

 

Al Draft del 1977, infatti, vengono chiamati entrambi al primo giro, Bernie alla settima ed Ernie alla undicesima chiamata assoluta.

 

King sbarca ai Nets, appena trasferitisi nel New Jersey, finendo in una squadra terribilmente perdente. Il suo impatto è devastante, chiudendo le prime due stagioni tra i pro oltre i 20 di media a uscita, ma la squadra al primo anno a malapena tocca venti vittorie e al secondo raggiunge i Playoffs per il rotto della cuffia, uscendo al primo turno.

 

L’anno seguente viene ceduto ai Jazz, nella nuova sede di Salt Lake City, e sarà l’anno più complicato della sua carriera.

Chiuso da Adrian Dantley, gioca poco e male e nella vita fuori dal campo si manifesta quel suo lato oscuro sorto quando qualcosa si è rotto in lui in Tennessee.
All’inizio del 1980 viene arrestato e si dichiara colpevole di tentata violenza sessuale, dopo aver superato 6 test alla macchina della verità in cui testimoniava di essere talmente ubriaco da non ricordare né dove fosse né cosa avesse fatto quella sera.

In estate, la dirigenza dei Jazz non vede l’ora di liberarsene, e King spera di poter ricominciare da un’altra parte, più serenamente.

Arriva a Golden State, dove torna ad essere al centro del progetto cestistico della squadra, sulla carta competitiva, composta da grandi campioni come World B. Free e Joe Barry Carroll.
Scaccia i cattivi pensieri e si concentra solo ed esclusivamente sul basket giocato, viaggiando oltre i venti di media in entrambe le stagioni passate nella Baia, che pur non lasciando traccia a livello di vittorie, restituiscono a King una fiducia che sarà fondamentale nella tappa successiva del suo percorso.

 

 

In estate, Bernie diventa free agent. La prima squadra a bussare alla sua porta sono i New York Knicks, sotto la nuova guida di Hubie Brown, che venera King come il suo nome suggerirebbe di fare e farebbe di tutto pur di assicurarsi i suoi servigi.

 

L’offerta da 750mila dollari per cinque anni non viene pareggiata dai Warriors e Bernie può vedere realizzato il suo più grande sogno.

 

“Nel mio anno da senior al liceo mi avevano premiato durante l’intervallo di una partita dei Knicks come All-city player, per me era la prima volta al Madison Square Garden. Non avevamo dei gran posti, eravamo a un passo dal soffitto e non abbiamo visto molto… ma ricordo l’emozione che ho provato nel vedere New York rimontare e vincere contro i Bullets. Per me è sempre stato un sogno giocare a casa…”

 

Come mette piede alla World’s Most Famous Arena, qualcosa scatta: quello che era già un eccellente giocatore diventa un All-Star, torna ad avere quella sicurezza e quella aggressività perpetua che l’avevano contraddistinto sui playground di Fort Greene.

La storia nelle storia è che in quella stessa estate i Knicks firmano un altro free agent, liberatosi dai Kansas Ciy Kings: Ernie Grunfeld.
I due amici si ritrovano con due ruoli ben diversi dai tempi di Tennessee - King è il leader offensivo della squadra, Ernie è un ottimo role player - ma la loro riunione sembra essere un segno del destino.

 

Alla prima stagione i Knicks tornano subito ai Playoffs, eliminano i Nets al primo turno, salvo perdere al secondo contro i futuri campioni NBA dei Philadelphia 76ers.

L’anno seguente King diventa capitano, prendendo molto seriamente il nuovo ruolo, desideroso di migliorare ulteriormente le sue prestazioni e quelle della squadra. Il suo spirito combattivo, la sua tenacia, la sua durezza, elementi che permeano la città di New York, lo rendono un idolo assoluto per i tifosi della Grande Mela, una motivazione extra che lo porta a un livello di pallacanestro che mai aveva toccato fino a quel momento.

 

Segna, segna, segna sempre.

 

 

A cavallo tra gennaio e febbraio del 1984 i Knicks sono impegnati in una doppia trasferta texana in back to back, prima a San Antonio, poi a Dallas. All’ombra dell’Alamo ne mette 50, con 20/30 dal campo e 10 tiri liberi; in casa dei Mavericks sono altri 50, migliorando addirittura la percentuale dal campo. 100 punti in meno di 24 ore…

 

La squadra è piena di speranze, quando approccia i Playoffs qualche mese dopo.
Al primo turno contro i Pistons, la serie si trascina fino alla decisiva Gara 5, in una Joe Louis Arena di Detroit stracolma e senza aria condizionata: un inferno in terra.

King è influenzato, arriva al palazzo giusto per la palla a due senza neanche fare il consueto riscaldamento, ha problemi alle dita di entrambe le mani e qualche fallo di troppo costringono coach Brown a lasciarlo seduto praticamente per tutto il terzo periodo.

Ma più la pressione è alta, meglio King performa.
Bernie e Isaiah Thomas danno vita a un duello leggendario nell’ultimo quarto, rispondendosi colpo su colpo; Zeke segna gli ultimi 16 punti della sua squadra, compresa la tripla del pareggio a venti secondi dalla fine. La partita va al supplementare, dove i Pistons smettono di segnare e New York riesce a chiuderla, avanzando al turno successivo.

 

“Non ricordo nulla della partita, è stato tutto troppo intenso. So solo che avevamo la partita in mano, più volte, ma loro continuavano a tornare sotto, non mollavano mai. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta”

Bernard chiude con 44 punti, la quarta gara consecutiva oltre i 40, chiudendo la serie con una media di 42.6…

 

 

Ad aspettare i Knicks al secondo turno ci sono i Boston Celtics.
Prima di Gara 1 Cedric Maxwell, l’istrionico avversario diretto di King, in un’intervista dichiara che Bernie non riuscirà mai a segnare 40 punti in una partita, almeno finché sarà lui a occuparsi della difesa. Infatti King ne registra due di partite oltre i 40…

Ma i Celtics sono troppo forti e vincono la serie, seppur a Gara 7 e in casa.

King a questo punto è una delle stelle più brillanti della NBA, per la maggior parte dei commentatori è la miglior ala piccola della Lega, oltre a diventare un personaggio mediatico ai livelli di Bird e Magic, apparendo in molte pubblicità e persino in un epico episodio di Miami Vice insieme a Bill Russell.

 

La sua sicurezza è alle stelle e inizia la stagione successiva da dove aveva terminato la precedente, segnando una caterva di punti, viaggiando come top scorer della Lega e registrando il proprio career high nel Christmas Day contro i malcapitati ex New Jersey Nets: 60 punti, il massimo per un giocatore dei Knicks, record superato per due punti da Carmelo nel 2014.

 

È all’apice della carriera, sembra che niente e nessuno possa fermarlo.

Fino al 23 marzo del 1985, quando in un innocuo finale di partita contro Kansas City, King va per un tentativo di stoppata; appena ha caricato il salto, qualcosa non va. Atterrando sulla sola gamba sinistra, si accascia subito a terra, battendo il pugno contro il parquet,
Hubie brown e i suoi compagni gli si avvicinano immediatamente: è il ginocchio.

 

“Il ricordo di quell’istante mi perseguita, e lo farà per tutta la vita. Appena ho lasciato il terreno ho sentito il mio ginocchio cedere e quando ancora ero in volo è come se avessi avuto la sensazione che quell’infortunio mi avrebbe distrutto la carriera: me lo sentivo, era finita”

 

 

Nel 1985, una lacerazione al tanto temuto ACL era un infortunio dal quale era impossibile recuperare: è difficile al giorno d’oggi, con la medicina che ha fatto passi da gigante, negli anni ’80 era impensabile.

 

L’infortunio e la malasorte, però, non hanno fatto i conti con la durezza mentale e la tenacia di Bernard King, che si mette in testa una cosa e una cosa sola: tornare a giocare, aldilà di quello che dicono i medici.

 

Inizia un programma di riabilitazione intensivo, lontano dalle telecamere, lontano persino dalla dirigenza dei Knicks, alla quale non era dato sapere cosa stesse facendo per recuperare dall’infortunio.

Ci vogliono due anni interi, due intere stagioni perse all’apice del successo e della maturità atletica e sportiva, ma nella primavera del 1987 King torna sul parquet, ricevendo una standing ovation emozionante dai propri tifosi.

Nonostante chiuda oltre i 20 punti di media nelle restanti partite della stagione, i Knicks a fine anno lo lasciano andare, convinti che King non recupererà mai più la sua esplosività.

‘’Sono deluso e addolorato, credevo davvero avessimo la possibilità di vincere un titolo. Ho lavorato duro, durissimo per tornare ad alti livelli e credo di averlo dimostrato e volevo continuare a dimostrarlo qui a New York. Evidentemente non è bastato…ma non starò qui a piangermi addosso. Sono un professionista, se qui non posso giocare lo farò da un’altra parte”.

 

Si accasa a Washington, e dopo una prima stagione in cui ha un minutaggio contingentato, nel triennio 1988/89/90, Bernard torna a viaggiare oltre i 20 punti a partita, toccando i 28 abbondanti di media nella stagione 1990-91.

Uno scorer come lui trova sempre il modo di segnare, l’infortunio lo ha limitato fisicamente, così lui ha modellato il suo gioco, diventando un tiratore ancor più solido e lavorando più di tagli e astuzia che di potenza.

 

Il 31 gennaio 1991, King torna a New York contro la sua ex squadra, in un Madison che mai l’ha dimenticato.

“Mi ero segnato quella data sul calendario. Mi sentivo alla grande e ho deciso che sarebbe stata una partita speciale. Invitai mia madre alla partita e le dissi - segnerò 40 punti -”

 

 

Fate 49, con i tifosi di casa che quasi sostengono più The King rispetto ai propri giocatori. 


A 34 anni Bernard torna all’All Star Game, sei anni dopo l’ultima gara delle Stelle, nonostante tutti gli avessero detto qualche anno prima che la sua carriera era sostanzialmente finita.

 

Appese le scarpe al chiodo, i suoi problemi con l’alcool tornano a galla, rendendolo protagonista di uno spiacevole episodio di violenza nei confronti di sua moglie. Negli anni è riuscito sconfiggere il suo lato oscuro, smettendo completamente di bere, liberandosi da un carattere aggressivo e introverso, con risvolti così positivi sul campo e così negativi fuori dal rettangolo di gioco.

 

Ne ha passate di tutti i colori, ma il suo unico obiettivo nella vita è sempre stato quello di migliorare, come giocatore e come uomo.


Nel 2013, sul palco di Springfield, Bernard è stato indotto nella Hall of Fame.
In un commovente discorso finale, citando una canzone del cantante gospel Marvin Sapp, fa una dedica speciale ai propri genitori.

“Non ce l’avrei mai fatta,
senza di voi,
avrei perso tutto,
ora capisco che eravate al mio fianco.

Sono più forte, più saggio, migliore.


Mamma, papà: ce l’ho fatta”.

 

 

 

 

 

 

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