Kobegate

November 2, 2019

L'oscura storia del processo per stupro a Kobe Bryant, autentica ombra in una carriera illuminata dalla  leggenda.   

 

 

Kobe Bryant lo conosciamo tutti per quello che è stato. Uno dei migliori giocatori della storia NBA, cinque anelli vinti a Los Angeles, la Mamba-Mentality e tanto, tanto altro.

 

Senza troppi giri di parole Black-Mamba non ha bisogno di presentazioni, mentre il periodo più buio della sua vita sì.

Come tutti i veri eroi, del passato e del presente, Kobe Bryant ha un tallone d'Achille: un'accusa di stupro del 2003.

 

«La vittima ci ha informati, dopo una lunga e faticosa riflessione, che non vuole andare avanti con il processo. Per questa ragione, e solo per questa ragione, il caso verrà chiuso.»

Mark Hurlbert, il pubblico ministero del caso, l'1 settembre 2004 chiude i giochi. Ma la frase è ambigua e con mille sfaccettature.

La prima domanda da porsi è banale: perchè parla di “vittima”, se il caso viene archiviato?

 

Ovviamente, per rispondere, è necessario fare qualche passo indietro.

Siamo nella sera del 30 giugno 2003 a Edwards, un paesino tra le montagne più belle del Colorado, e Kobe Bryant - allora 24enne, sposato e padre di una figlia da appena 6 mesi - deve pernottare al semivuoto Cordilera Lodge&Spa prima di un'operazione al ginocchio.

 

Quella stessa sera la concierge, una ragazza 19enne piuttosto carina - pallida, alta e castano chiara - pur non essendo più di turno, accoglie il campione NBA e lo porta fino alla sua stanza.

 

La donna cattura subito l'attenzione di Kobe, che le chiede se può tornare pochi minuti dopo per “un tour privato dell'albergo”. Effettivamente il tour, condito da un po' di flirt, viene fatto e finisce con un invito da parte di Bryant nella sua stanza.

 

Si conclude qui la parte incontestata di questa storia, quella in cui tutte le dichiarazioni dei protagonisti e delle “comparse” coincidono: da Kobe alla concierge, passando per ogni ospite del Cordilera di quella sera.

 

Ma dal primo passo fatto all'interno di quella stanza fino al ritorno della 19enne alla reception, per contare “spensieratamente” i soldi della giornata - come dice il suo capo Trina McKay - tutto è un'immensa incognita. Un vero mistero.

 

«Dopo avermi baciata per qualche istante, ha iniziato a toccarmi nelle parti più intime. Poi, tenendomi ferma con la mano intorno alla gola, mi ha svestita per farmi chinare su un divanetto e infine penetrarmi da dietro per 5 ininterrotti minuti», dichiara K.F., il giorno seguente al vice-sceriffo della Eagle County, raccontando lo stupro della sera precedente.»

 

Kobe non è l’unico giocatore NBA a essere stato denunciato per violenza sessuale.

I casi sono molti. Più o meno recenti. Più o meno clamorosi.

 

 Derrick Rose è sicuramente il primo nella lista per importanza. Il suo caso è decisamente il meno elegante. Parla di una ragazza - rimasta anonima dall’inizio alla fine– che nel 2013 è stata prima drogata e poi abusata da D-Rose e due altri amici. La denuncia finisce in tribunale e l’esito finale, però, si risolve a favore dell’attuale play di Detroit.

 

Uno dei più vecchi, invece, risale al 1972 con Tom Payne. Dubito che molti di voi lo conoscano, perché la denuncia gli costa ben 5 anni di carcere e la carriera NBA, dopo aver fatto appena una stagione nella Lega.

 

Mentre il più recente è datato 7 febbraio 2018, Manatthan. Il caso recita di un ipotetico stupro da parte di un Kristaps Porzingis ai danni di una ragazza "salita a casa sua per un autografo", giusto nei giorni successivi al gravissimo infortunio. Quest’accusa è ancora completamente aperta e non è ancora arrivata in tribunale.

 

Tornando al caso di Kobe, K.F. si fa visitare alla clinica più vicina, lo stesso giorno dell’incontro con il vice-sceriffo, e le vengono riscontrate microlesioni alla “commessura labiale posteriore” e un piccolo livido intorno al collo, entrambi compatibili con una violenza sessuale.

 

 

Il dipartimento di polizia di Eagle si mette subito al lavoro: sequestra i vestiti alla ragazza per esaminarli e interroga Kobe Bryant.

 

In un primo momento Black-Mamba nega tutto. Nessun bacio, nessun contatto fisico e nessun rapporto sessuale. Ma quando la polizia gli fa notare che hanno già sottoposto K.F. a un interrogatorio e ad accertamenti medici, lui cambia idea e versione. Il rapporto c'è stato, ma in totale consenso.

 

«E' possibile che in alcuni momenti lei ti abbia detto di fermarti e tu sia andato avanti

«No. Assolutamente no. Mi è capitato spesso di avere rapporti extraconiugali e sempre dello stesso genere. Se volete vi lascio i contatti di alcune delle mie amanti abituali.»

 

Il 4 luglio gli investigatori ottengono un mandato d'arresto per la star NBA, dopo aver raccolto altre prove. Il 18 dello stesso mese il procuratore distrettuale dell'Eagle County formula ufficialmente l’accusa di stupro: Kobe rischia di finire in carcere. E non per poco: la pena va dai 4 anni all'ergastolo.

 

Nello stesso giorno Bryant tiene una conferenza, mano nella mano, con la moglie Vanessa.

Quello seduto è un Kobe Bryant mai visto. Nervoso e impaurito.

 

«Sono innocente. Non ho l'ho forzata a fare nulla. Sono innocente.»

 

 

 

Tutta questa storia, com’è normale che sia, avrà un grande peso nella vita e nella carriera di Kobe.

Straordinariamente, però, la sua relazione con la moglie va oltre questo caso e sono tutt’ora felicemente sposati.

 

Una piccola postilla l’ha raccontata, recentemente, Kobe alle telecamere di Gotham Chopra: «Stavamo aspettando il nostro secondo figlio durante quel periodo e c'era così tanta tensione e tanto stress che lei ebbe un aborto spontaneo, perse il nostro bambino. La realtà è che tutto ciò è avvenuto a causa mia. E' una cosa con cui devo fare i conti ogni giorno, me la porterò dentro per sempre.»

 

Mentre il processo si avvia, l’immagine di bravo ragazzo di Kobe, tra i “bad boys” dell’NBA, precipita rovinosamente.

Con questa anche gli sponsor cominciano a strappare i contratti con l’ex campione dei Lakers, che perde gli accordi con McDonald’s e Sprite.

 

L’udienza preliminare - fase in cui il giudice decide se fare il processo o, invece, archiviare il caso - si tiene nell'ottobre del 2003. Già in quel momento le parti cominciano a mettere a segno alcuni colpi.

 

L'accusa mostra subito i risultati scientifici dei vestiti indossati da K.F. la sera del 30 giugno: vengono trovate tracce di sperma e sangue della ragazza. La difesa è già in grande difficoltà, soprattutto perché in casi del genere non servono altre prove clamorose, basta “poco” per essere condannati.

 

In realtà arrivano buone notizie anche in casa Bryant. Emergono contrasti tra la versione della ragazza e la realtà dei fatti. K.F. ha sempre sostenuto di essersi trattenuta quella sera al Cordilera per recuperare due ore perse a causa di un guasto all’auto; mentre viene accertato che si tratta solo di una sveglia non sentita. La seconda, un po’ più rilevante, è il fatto che si sia completamente inventata che è stata obbligata a lavarsi nel bagno dell’ex 24 gialloviola.

 

Ma il grande vantaggio di Kobe arriva quando gli impiegati del tribunale e della procura rivelano – sbadatamente – le generalità della vittima. K.F. viene esposta ai media e questo la indebolisce.

Il processo entra nel vivo.

 

Nel frattempo l'NBA non si espone, con David Stern, commissioner del tempo, che dichiara: «Aspetteremo gli esiti finali, prima di fare qualsiasi cosa.»

 

Ha inizio il processo più rumoroso della storia dello sport, assieme a quello di O.J. Simpson.

 

Negli stessi giorni Pamela Mackey, avvocatessa del Mamba scopre alcuni tratti personali di K.F.: la donna soffre di significativi disturbi mentali; in particolare ha un’ossessione per il sesso e ha più volte tentato il suicidio.

 

Così la Mackey passa all’offensiva e sottopone alla corte un importante quesito:

«E' possibile che le lesioni, lo sperma e il sangue trovato nei vestiti siano dovuti ad altri rapporti sessuali oltre a quello con Bryant?»

 

Questa iniziativa trova inizialmente un ostacolo nel fatto che qualche tempo prima, tra il 21 e il 22 giugno 2004, negli States era stata approvata la “rape shield law”, la legge che per i reati sessuali pone limiti all’introduzione nel processo di prove sul comportamento sessuale della vittima.

 

Tuttavia, l'esito degli esami del DNA effettuati su K.F. e sui suoi vestiti rimescola le carte in gioco.

Vengono infatti trovate tracce di DNA e peli pubici di un maschio di razza bianca caucasica. L'accusa, ovviamente, prova a difendersi dicendo che si tratta di elementi non significativi perché risalenti nel tempo, ma gli esperti accertano che quegli esiti sono perfettamente compatibili con il fatto che K.F. abbia avuto altri rapporti poco prima (o poco dopo) quello con con Bryant.

 

Nasce quindi una nuova incongruenza tra ciò che ha raccontato la vittima e ciò che le indagini dimostrano.

Nel momento in cui l'identità della vittima, la sua vita sessuale e il suo stato mentale diventano noti a tutti, l'accusa comincia a tentennare. Anzi, precipita.

 

Il 10 agosto 2004, Kobe viene chiamato da K.F. a rispondere in sede civile dei danni che le avrebbe provocato (“lo stress e le sofferenze mentali e fisiche”).

Ma l'1 settembre viene chiuso ufficialmente il processo penale, come dichiarato dal Pubblico Ministero Mark Hurlbert.

A mettere una pietra sopra tutta questa polveriera è la conciliazione, il settlement agreement, raggiunta il 5 marzo 2005 con Kobe da K.F. e la sua famiglia. L'accordo, che chiude anche la causa civile, prevede il pagamento a K.F. di una somma di denaro non nota. Giustamente o ingiustamente, non lo scopriremo mai.

 

Questa storia ha fatto grande scalpore quel tempo. E pensare che è accaduta ben 14 anni prima della nascita di #Metoo, il celebre movimento contro la violenza sulle donne diventato popolare dopo il clamoroso caso di Harvey Weinstein, famosissimo produttore cinematografico americano.

 

Forse nel 2005 i tempi non erano ancora maturi per trasformare l’accusa di stupro commesso da un personaggio sotto ai riflettori, come Kobe, in un vasto movimento sociale contro l’abuso di potere degli uomini nei confronti delle donne. O, più semplicemente, qui la vittima era "solo" una, mentre nel caso di Weinstein il numero delle denunce è aumentato sempre di più fino a raggiungere l’incredibile cifra di 80 donne.

 

Eppure Weinstein e Bryant hanno più cose in comune di quello che la gente possa pensare: non solo l’accusa di stupro, ma anche lo stesso difensore, ovvero Pamela Mackey, l’Oscar e Los Angeles.

 

La casa di entrambi è infatti la città degli angeli. Uno sta più vicino alla Downtown, intorno allo Staples Center, e l’altro più ad ovest, a Hollywood, ma sempre di Los Angeles si parla.

 

Pamela Mackey è diventata famosa proprio grazie al caso del campione di basket ed è finita a difendere “l’indifendibile” Weinstein, nella storia di molestie sessuali più famosa al mondo.

 

Ma la cosa più particolare di tutte è la statuetta dorata, che lega in un certo senso il produttore americano con Kobe.

 

 

Chi ne ha vinta almeno una?

Harvey Weinstein nel 1999, con “Shakespeare in Love”. Kobe Bryant – con il corto “Dear Basketball” nel 2018, l’anno successivo dallo scoppio dello scandalo #MeToo.

 

Un Oscar che ha fatto riemergere molte polemiche, ormai affievolite dopo 14 anni di successi e ispirazione nel mondo cestistico americano. Segno che questa ombra ancora non è stata del tutto schiarita dalla luce naturale di uno dei più grandi campioni di tutti i tempi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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