La mia versione della 'Rose-sanity'

November 9, 2018

 

 

Prima di scriverne, ho avuto in qualche modo bisogno di "metabolizzare" quanto accaduto. Siamo sinceri, nessuno era pronto. Neanche Derrick Rose, neanche coach Thib.

 

Quest'ultimo ha dichiarato che "D-Rose, se in salute, è ancora uno dei migliori giocatori della Lega". Sì, ok. Dopo i 50 punti. Chi lo avrebbe detto, sinceramente, prima della notte di Halloween?

 

Thibodeau lo aveva voluto fortemente in estate. Dopo l'ottima serie nei Playoffs 2018 disputata dalla point guard contro i Rockets, in cui aveva dimostrato di essere ancora super-efficace in transizione (1.56 punti per possesso, nessuno meglio di lui nella post-season) e affidabile in entrambe le metà campo, aveva convinto tutti. Di essere un buono, buonissimo magari, role player nelle rotazioni dei Timberwolves, con un ruolo da guida della second unit e la capacità di "tenere il campo" (e la palla) anche in situazioni delicate, come Gara 5 di quella serie.

 

Sembrava un punto d'arrivo, meritato. Una vittoria, pensando alla sua storia e alla sua carriera (su cui non mi dilungherò, certo che ne conosciate ogni sfumatura). Ed effettivamente lo è stata. Ma dopo sei mesi dobbiamo ri-trattare tutto: era solo un'anticipazione. Un punto di partenza, e pensiamo stavolta all'incredibile notte del 31 ottobre. Quella del cinquantello, del career high - concedetemi, a proposito, di riportare una battuta che ho sentito: è davvero Halloween, è resuscitato anche quel morto vivente di Rose!  

 

Una battuta da non prendere sul serio, ovviamente, e veritiera fino ad un certo punto, perché non abbiamo assistito ad una prestazione isolata e perché già l'anno scorso, come detto, aveva dato segni di vita (per rimanere in tema); ma una battuta che rende l'idea di quello che c'era intorno a Derrick, e di quello che è riuscito a mandare giù e superare, in qualche modo. Anzi, in quel modo. "Facendosi il culo".

 

 

Oggi D-Rose viaggia a 18.8 ppg, con un minutaggio che cresce partita dopo partita e con un eccezionale 21/45 (46.5%) da tre punti. Difficile pensare che possa mantenere queste cifre fino al termine della stagione (impossibile, se parliamo del tiro da fuori). Ma lasciatemi dire che le sue ultime uscite (punti segnati: 50, 21, 31, 21) e la sua intervista dopo la gara con Utah sono state il momento più toccante ed emozionante, almeno per me, dal titolo degli Spurs del 2014, e quindi, ovviamente, da quel "alla fine ho vinto" del nostro Marco. Oltre che la serie di prestazioni consecutive più sorprendenti ed inattese dal lontano 2012 e dall'indimenticata "Linsanity".

 

Non parliamo, questa volta, di un giocatore che abbiamo visto nascere e crescere, e che abbiamo sempre supportato incondizionatamente, come è stato per Belinelli. Ma di uno che ha avuto la storia di Derrick, ex MVP che ha costretto anche i cuori più insensibili a tifare per lui.

 

E no, non parliamo di uno sconosciuto come Jeremy Lin. Anzi. Ma di uno sfortunatissimo atleta che ha perso più di 300 partite per infortunio nelle ultime 7 stagioni NBA, e di uno che - senza mezzi termini - è stato dichiarato a più riprese e quasi all'unanimità "finito". Almeno rispetto a quanto era in grado di fare su un campo da basket nel 2011, quando era stato eletto Most Valuable PlayerOddio, quel giocatore è finito. Non c'è più - e non potrebbe essere altrimenti. Ma Derrick c'è. Ancora. Eccome se c'è.

 

L'anno scorso di questi tempi si parlava di un suo possibile ritiro. Si diceva che il ragazzo (lo vedrò sempre come tale, anche nella sua attuale veste da veterano) avesse completamente perso stimoli e voglia di giocare a basket.

 

Una versione poco romantica dei fatti narra che sia stato anche il colore dei dollari a fargli cambiare idea. Ovvero gli 80 milioni dovuti dall'Adidas (con cui ha un contratto di sponsorizzazione da $185M firmato nel 2012 e valido fino al 2025), che non gli sarebbero stati corrisposti in caso di ritiro. La mia personale (e più romantica) versione affonda le proprie radici nell'eterno desiderio di rivincita di Rose, finalmente appagato dopo anni bui e inverni lunghi nella Lega. Era pronto, e lo era solo lui, per la sua personale "Rose-sanity" - pregando che duri ancora a lungo, il più possibile!

 

Tutti, dentro di noi, speravamo in qualcosa del genere. Anche se serviva una spiccata capacità d'astrazione per immaginarlo e anche se, sinceramente, ci eravamo ormai quasi "dimenticati" di augurarcelo. Di augurarglielo. Ci eravamo rassegnati. 

 

Finalmente, però, Rose può guardarsi indietro ed essere orgoglioso, davvero orgoglioso. Questo non cancella il rammarico, certo, ma mette in secondo piano lunghi periodi deprimenti e frustranti - che sicuramente, in ogni caso, hanno contribuito a preparlo. A fargli "fare il culo" per tornare dove voleva, dove doveva, e provare a restarci. 

 

E' diventato ancora di più un esempio, uno "spot vivente". E guardando proprio agli spot commerciali realizzati negli anni per Adidas, mi viene da pensare a quello del 2012 in cui un Derrick-torero faceva impazzire la folla durante una tipica corrida de toros spagnola. 
 

 

Una volta per tutte D-Rose è riuscito per davvero a dominare quel toro. Come ai tempi in cui, nei Tori di Thibodeau, era lui il maschio alfa: una bestia pesante, esplosiva ed ingombrante, che dominava la Eastern Conference ma che ha gravato sulle sue spalle (e sulle sue ginocchia) troppo a lungo in questi anni. 

 

Oggi quella bestia è finalmente inerme e sanguinante al suolo. E le urla di noi tifosi impazziti, proprio come nello spot, si alzano al cielo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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