La solidità dei Grandi Chicago Bulls

March 28, 2018

L’ondata di infortuni della NBA di oggi, paragonata alla durevolezza della Bulls’ Dynasty, sottolinea ancor più l’unicità di quella squadra.

 

© Chicago Tribune / TNS

 

 

Nell'ultimo weekend sono arrivate, per l'ennesima volta, notizie riguardanti l'infortunio di una star.

 

I Celtics hanno annunciato che Kyrie Irving, dopo l’intervento al ginocchio sinistro, rimarrà ai box dalle tre alle sei settimane. Invece le condizioni di Steph Curry, che ha subito una distorsione di secondo grado al legamento collaterale mediale del ginocchio sinistro, verranno rivalutate tra una ventina di giorni, stando a quanto dichiarato dallo staff medico dei Warriors.

 

Si tratta solo degli ultimi due grandi nomi - dopo, tra gli altri, Leonard, Butler, Hayward, Cousins, Wall, Love e Conley - a dover terminare in anticipo la stagione o comunque a saltarne una parte sostanziale.

 

Ciò non fa altro che rendere ancor più impressionante lo stato di salute dei Bulls anni ’90.

Pensateci: fino all’operazione al piede che ne limitò la stagione 1997-98 a 44 partite, Scottie Pippen saltò a malapena sei incontri nei cinque anni precedenti, giocando tutte le 82 partite stagionali ben tre volte. Michael Jordan si dimostrò pure più continuo del compagno di squadra. In quattro delle sei stagioni da titolo, giocò per intero la Regular Season. Nelle altre due annate rimase fermo complessivamente per solo sei partite.

 

E non erano gli unici. BJ Armstrong scese in campo tutte e 82 le volte nelle tre stagioni del primo three-peat. Josh Paxson, Steve Kerr e Ron Harper hanno tutti per una volta completato una di quelle stagioni senza assenze. Horace Grant ha saltato solo 10 partite in quei tre anni.

 

Le ragioni dietro? Non le so. Fortuna, durezza, prevenzione. Scegliete voi.

 

“Dopo Gara 6 nel ’98, Scottie circa un mese dopo si sottopose a un intervento chirurgico alla schiena”, nota Chip Schaefer, “la nostra fortuna stava forse finendo, soprattutto se fossimo andati a Gara 7”.

 

Schaefer era il capo preparatore atletico al tempo ed è stato riassunto dalla franchigia nel maggio 2016 come direttore sportivo. In tal senso, Schaefer, che ha ottenuto un dottorato in Scienze della Salute, è incaricato di ideare programmi che leghino la medicina dello sport allo studio delle performance sportive in modo da, tra le altre cose, massimizzare la prevenzione di infortuni.

 

“Tutti - le squadre in toto e la Lega - stanno concentrando molti sforzi in questo campo”, continua. “Sono tutti alla ricerca di risposte. Non penso che qualcuno le abbia già trovate. La Lega ha pensato di concentrarsi sul rapporto tra lavoro e riposo e i carichi di lavoro stessi, sia che si tratti di partite o che si tratti di allenamenti. I vari responsabili stanno cercando di mettere a punto programmi con livelli ottimali di lavoro e di riposo. Ma il lavoro dietro è più grande di quello che si pensi”.

 

“Ci sono moltissime variabili in gioco. Negli ultimi vent’anni i cambiamenti sono stati moltissimi. Se parli con giocatori di quei tempi - anni ’70, ’80, ’90 - la maggior parte di loro è cresciuta praticando diversi sport. Al contrario, adesso molti ragazzini vengono formati dai programmi della AAU - American Athletic Union, un’organizzazione che mira alla promozione e sviluppo dello sport giovanile a livello amatoriale - e spesso giocano quasi esclusivamente a basket. Lavoriamo parecchio con loro d’estate, nella cosiddetta offseason: una volta la si poteva veramente chiamare così, ora non più. Squadre e Lega stanno cercando di capire se si possa ritrovare una causa, un nesso con gli infortuni, in questa tendenza”.

 

Schaefer, con più di 25 anni di esperienza nell’Association in 11 squadre da titolo, ha osservato come nella sua ultima stagione ai Lakers, 2010-11, ben sei giocatori abbiano giocato per intero la Regular Season.

 

“Alla velocità a cui si gioca ora, ci si espone a un maggiore rischio di farsi male”, ha detto. “C’è sicuramente un collegamento con il ritmo e l’intensità maggiori di oggi, ma penso che la discriminante fondamentale rimanga la fortuna. Guarda all’ultimo infortunio di Curry: si è trattato solo di sfortuna”.

 

JaVale McGee, infatti, gli è finito sul ginocchio, durante una giocata che altrimenti sarebbe stata completamente innocua.

 

Ma il punto qui non sono soltanto le misure e i provvedimenti d’oggigiorno; quanto, piuttosto, la solidità e la durezza della Bulls’ Dynasty. L’allora General Manager Jerry Krause era solito lodare anche il lavoro del preparatore fisico Al Vermeil.

 

“Mi ricordo le prime Finals contro i Lakers nel ’91. James Worthy si procurò una distorsione alla caviglia durante le finali di Western Conference contro Portland. Arrivarono quindi rimaneggiati”, racconta Schaefer. “Più tardi lavorai per i giallo viola, quindi so per certo che, riguardando indietro a quelle Finals, tutti pensano che con un Worthy sano l’epilogo sarebbe stato diverso”.

 

Potrebbe anche essere così, ma con il talento prodigioso e l’incredibile competitività di Jordan dubito che la presenza di James Worthy avrebbe realmente contato. E tutti sanno che la competitività e l’agonismo di Jordan superavano persino il dolore.

 

“Se qualcuno era intenzionato a saltare una partita, Michael non avrebbe esitato a farglielo pesare. Lui avrebbe giocato in qualsiasi condizione. Era la sua natura”.

 

 

 

 

 

 

Il Chicago Tribune, fondato negli anni ‘40 da James Kelly, è il quotidiano più letto dell’Illinois e un punto di riferimento per i tifosi dei Bulls. La sua sigla, WGN (World’s Greatest Newspaper), è associata a quella AtG da ottobre 2017. Questo articolo, scritto da KC Johnson e tradotto in italiano dalla nostra redazione, è stato pubblicato in data 25/03/2018

 

 

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