Lakers vs. Kings: tutto in una serie

April 22, 2018

Finali punto a punto, polemiche infuocate, teorie complottiste e giocate straordinarie: la Western Conference Finals del 2002 è passata alla storia come una delle serie più belle (e controverse) di tutti i tempi. 

 

 

 

Una delle più belle serie di tutti i tempi. Punto.


Canestri miracolosi, complotti, insulti, avvelenamenti, errori grossolani e finali di partita punto a punto: Los Angeles Lakers vs. Sacramento Kings del 2002 ha avuto tutto quello che un tifoso può chiedere, una vera e propria epitome del basket NBA.

 

Una fresca ma acerrima rivalità tra la squadra con più tifosi al mondo, con i due giocatori simbolo della generazione post Jordan, e una franchigia in rapida ascesa, che offriva un gioco spumeggiante e privo d’individualismi.

 

La grande città contro la provinciale capitale dello stato della California, l’establishment contro una forza emergente che sgomitava per il proprio spazio. Gli uni tirarono fuori il meglio dagli altri, spingendosi vicendevolmente oltre i propri limiti.

 

Semplicemente, le due migliori squadre della Lega una contro l’altra nella più classica delle finali anticipate, e non è certo un’opinione ma un dato di fatto: miglior record per gli uomini di Adelman (61-21), secondo ex-equo con gli Spurs per i ragazzi di Phil Jackson (58-24).

Sull’altra costa, Nets e Celtics si stanno già giocando la medaglia d’argento…

 

Per Sacramento la prima svolta è arrivata con la stagione del Lockout, la prima vincente dopo sedici anni, in cui si vedono i germi di quello che sarà The Greatest Show On Court, con il duo Webber-Divac che impara a conoscersi e l’istrionico Jason Williams che riporta entusiasmo all’ARCO Arena.

La seconda svolta avviene al termine della stagione 2001/02, con l’arrivo nel roster di Mike Bibby, giocatore ben più solido e affidabile rispetto a White Chocolate (ma i suoi detrattori non ci avranno mai, NDR) e con la consacrazione definitiva di Webber e Stojakovic, entrambi All Star.

 

La squadra gira che è una meraviglia.

In un periodo non entusiasmante per l’NBA, con molte squadre con attacchi prevedibili basati su isolamenti infiniti, i Kings sono una splendida eccezione.

 

“Tutti, da Bibby a Vlade, avevamo un ottimo ball handling, sapevamo passare la palla e avevamo un tiro affidabile. Possedevamo un buon QI cestistico, piazzavamo bei blocchi e sapevamo rollare e tagliare coi tempi giusti. Con un quintetto così hai quasi automaticamente un All-Star team… tutto funzionava alla perfezione, con fluidità e precisione, come una macchina”.

 (Doug Christie)


Dall’altra parte del tabellone, i Lakers del triumvirato Phil-Shaq-Kobe sono a caccia dello storico threepeat, che nel caso del maestro Zen sarebbe il terzo in carriera. I primi malumori tra le due stelle sono già emersi, ma l’obiettivo finale è troppo importante e i conflitti sono rimandati al termine della stagione. Dopo un agile primo turno contro Portland, i gialloviola concedono una sola partita agli ultimi Spurs del pre-Ginobili, raggiungendo i cugini californiani in finale di Conference.

 

Quello del 2002 è il terzo incontro consecutivo in post-season tra le due franchigie ed è nei due precedenti che si sono gettate le basi della rivalità.

 

Al primo turno di Playoffs del 2000 Phil Jackson, la cui lingua è lunga e tagliente e la cui arroganza seconda solo alla sua infinita sapienza, definì gli abitanti di Sacramento dei bovari bifolchi. Nella nord della California risposero bruciando le maglie gialloviola prima di Gara 3 e Gara 4, in cui i Kings rimontarono dal 2-0 di partenza, prima di soccombere nella decisiva Gara 5 allo Staples.

Nel 2001, le squadre si rincontrarono al secondo turno, con i Kings tornati finalmente a vincere una serie di Playoffs dopo vent’anni.
Phil Jackson era noto per inserire spezzoni di film nei video di preparazione consegnati ai giocatori, a scopo motivazionale. 
Saltò fuori che durante questa serie accostò Jason Williams al personaggio di Edward Norton nel film American History X e il volto di coach Rick Adelman a quello di Adolf Hitler: forse, spingendosi un po’ troppo oltre…

 

Le polemiche caricarono la vigilia, tutti si aspettavano una serie molto combattuta. Invece i Lakers spazzarono via Divac e compagni in quattro partite, con uno Shaq da 33+17 di media e un Kobe da 35 punti a gara.

 

Sacramento comincia a sentire il peso del senso d’inferiorità nei confronti dei gialloviola.

Ma la storica cavalcata del 2001/02 infonde nuova fiducia ai Kings e la sfida epica è rimandata a 12 mesi dopo.
 

“Fu una serie pazzesca. Tra una partita e l’altra non riuscivo a dormire, non riuscivo a mangiare, infatti ho perso peso. Il livello di stress era alle stelle, volevamo vincere non per piacere ma per liberarci di un peso.”

(Rick Fox)


Appuntamento il pomeriggio del 18 maggio all’ARCO Arena, ça va sans dire tutta esaurita, per Gara 1.

 

Sacramento ha lottato un’intera stagione per ottenere il fattore campo nei Playoffs, ma impiega meno di tre ore per perderlo.

I Lakers sono più pronti, come non esserlo da bicampioni in carica, vincendo la dodicesima partita esterna consecutiva in post-season.

 

I Kings capiscono, nel modo più chiaro possibile, cosa significa giocare una finale di Conference.

 

“Fu un campanello d’allarme per noi, una di quelle giornate in cui le cose non girano e che ci ha fatto dire – Ok svegliamoci! Nessuno ci regalerà la finale solo perché abbiamo il miglior record della Lega, dobbiamo conquistarcela!”

(Scott Pollard)

 

Nella notte tra Gara 1 e Gara 2, la serie si tinge di giallo.
Kobe, nella sua stanza all’Hyatt Regency di Sacramento, ordina dal servizio in camera un bacon cheeseburger: dopo poco più di un’ora si sente male. Gary Vitti, storico preparatore dei gialloviola, lo soccorre verso le due del mattino, trovandolo fortemente disidratato, colpito da crampi, vomito e diarrea.

 

Una fatalità? Un atto doloso? Qualunque cosa sia non impedisce al Mamba di restare in campo 40 minuti la sera successiva, segnandone 22. Nonostante la cooperazione di uno Shaq da 35, i Kings riescono a strappare un’importante vittoria 96-90, decisa soprattutto dalla linea della carità.

 

Sacramento tira 38 liberi contro i 25 di LA, una disparità che infastidisce non poco i campioni in carica, frustrati soprattutto per il gioco “sporco” di Divac, che da vecchio volpone balcanico riesce sempre a trovare il modo di elemosinare una chiamata e caricare di falli O’Neal e Horry.

 

Ci si avvicina a Gara 3 tra le polemiche, con Bryant non ancora al top e i Kings sempre privi di Stojakovic, giratosi la caviglia nella serie precedente contro Dallas. Tornando allo Staples, i gialloviola confidano di poter ristabilire il vantaggio nella serie.
 

 

Ma il meccanismo dei Kings, offuscatosi nelle prime due partite, torna a funzionare alla perfezione. Un primo quarto chiuso sul 32-15, il terzo vinto 23-12 e un vantaggio che sfiora le trenta lunghezze, con i Lakers tenuti sotto il 40% dal campo: Sacramento vince 103-90, risultato fin troppo morbido.

 

È la prima vera dimostrazione di forza dei Kings che, a livello di squadra, sembrano avere qualcosa in più rispetto ai campioni del mondo.
Tutto il quintetto chiude in doppia cifra, un clamoroso Turkoglu chiude con +27 di plus/minus, non facendo rimpiangere l’assenza di Peja.

 

In quel di Los Angeles cominciano a manifestarsi i primi dubbi.

 

“Ricordo alla fine di Gara 3, quando eravamo in spogliatoio, di aver pensato – Cazzo, sono davvero forti…siamo sicuri di poterli battere?! – Sono certo che anche altri miei compagni la pensassero così…”

(Mark Madsen)

 

Lo shock perdura anche per Gara 4, che inizia in modo analogo. 40-20 alla fine della prima frazione e Staples ammutolito, tanto da far esclamare al commentatore dei Kings Grant Napear “Sembra di stare alla Los Angeles Public Library!”
 

Gli uomini di Phil Jackson hanno bisogno di un miracolo per rientrare in partita.

Sulla sirena dell’intervallo Samaki Walker, centro atipico la cui sola funzione è quella di far respirare Shaq di quando in quando, lancia una preghiera verso il canestro, appena superata la metà campo.

Solo rete. Per la cronaca, Walker ha chiuso la carriera con 2/10 dall’arco…

 

“Fu senza dubbio un tiro molto fortunato. Quando sei sotto e non riesci a far funzionare le cose, momenti come questo servono a darti speranza, a farti credere di potercela ancora fare”.

(Samaki Walker)

 

 

Il tiro lascia le mani di Walker oltre il suono della sirena, ma gli arbitri non hanno a disposizione l’instant replay per controllare. Il distacco è ridotto a 14 punti, dando speranza ai Lakers per il secondo tempo. È il primo piccolo segnale che mostra verso chi, gli Dei del basket, tendono maggiormente.

 

Nella ripresa LA rosicchia poco a poco tutto il vantaggio dei Kings, con una difesa che sale di livello, concedendo a Webber e compagni solo 34 punti dopo l’intervallo, e un attacco finalmente efficace: Kobe e Shaq da 52 punti in due e una grande prestazione di Horry che finirà con 18 punti, 14 rimbalzi e 5 assist.


Nonostante le tante giocate nei momenti topici delle partite, il soprannome Big Shot Rob non ha ancora attecchito del tutto.
Fino agli ultimi secondi di questa Gara 4.

 

I Lakers sono sotto di due lunghezze, Jackson disegna l’ultimo possesso per Kobe, cui viene chiesto di battere in isolamento Doug Christie, difensore eccelso. Il Mamba riesce ad arrivare faticosamente al ferro ma Divac oscura la vallata, il tiro esce, ma il rimbalzo finisce tra le mani di Shaq. Il serbo si arrangia come può, ostacolando The Diesel che, nonostante il buon angolo, sbaglia il tap-in. 


“Prima arriva Bryant e devi impedirgli il layup, poi compare Shaq e riesci a ostacolargli il tiro…a quel punto vedi la palla vagante e vuoi solo spingerla il più lontano possibile, per far scadere il tempo…”

(Vlade Divac)

 

“Quando si è in una situazione del genere, pensi subito a togliere la palla dal ferro. Con Shaq nei paraggi, allontanare il pallone mi sembra la priorità, se non vuoi rischiare una schiacciata in faccia, magari con l’and one…Vlade non ha sbagliato…”
(Scott Pollard)

 

Le vie del destino sono infinite: l’istintiva smanacciata di Divac fa recapitare il pallone esattamente tra le mani di Horry, che sembra avere una calamita nelle mani. 

 

È pronto oltre la linea da tre, come un soldato in un plotone di esecuzione: deve solo raccogliere, alzarsi e tirare.

La palla va verso il canestro. Sirena.
Big shot Rob.

 

 

Lo Staples è un pandemonio: dal terrore del potenziale 1-3, il canestro di Horry è come una boccata d’ossigeno dopo una lunga immersione.

 

È una mazzata micidiale per i Kings che riescono però a reagire, assorbendo energie emotive dal pubblico di casa, per distacco il più caldo della Lega. Gara 5 è l’ennesima partita punto a punto: a meno di 12 secondi dalla fine i Lakers conducono per una lunghezza.

 

Una discussa rimessa viene affidata ai Kings. Webber riceve, blocca e consegna il pallone a Bibby che, appena aggirato il compagno, si arresta e lascia andare il tiro.

Segna il canestro più pesante della sua carriera, che vale il sorpasso, lasciando però un’ultima occasione a LA.


Shaq è fuori per falli, l’ultimo possesso è ancora di Kobe, ostacolato in modo selvaggio, forse anche oltre il consentito, da Bobby Jackson. Risultato: secondo ferro e Sacramento in vantaggio 3 a 2 nella serie, a un passo dalle prime Finals della sua storia.

 

 

La Gara 6 giocata allo Staples Center la sera del 31 maggio resta tutt’ora una delle partite più controverse della storia della NBA, una sfida che diede adito al nascere di teorie complottiste secondo cui l’NBA premeva perché si andasse ad un’appetibile Gara 7.

 

I Lakers partono molto aggressivi, cercando ossessivamente O’Neal nel pitturato: il 34 risponde presente, con una leggendaria prestazione da 41 punti e 17 rimbalzi.


Quando Shaq lo vuole, gli avversari non hanno strumenti per contrastarlo.

Divac e Pollard si oppongono come possono, chiudendo anzitempo la partita per falli e lasciando The Big Aristotele libero di agire indisturbato contro un Webber con 5 falli e l’arci-riserva Lawrence Funderburke, meno di venti minuti in campo nei Playoffs.

 

I Lakers tirano 40 liberi totali, di cui 27 (!) nell’ultimo quarto: più di quanti Sacramento ne abbia avuti in tutta la partita.

Di per sé non significherebbe nulla, anzi, è successo il contrario all’interno di questa stessa serie; inoltre, con uno Shaq giganteggiante, è normale che i Kings stiano più alla larga dall’area.

 

Ma quei 27 liberi sono davvero decisivi per la partita: LA non segna dal campo per metà del 4° quarto, ma con 18 liberi nei 6 minuti finali della gara riesce a strappare una vittoria fondamentale.


Molti i fischi controversi nei momenti chiave: il sesto fallo di Divac, un mancato flagrant non fischiato a O’Neal per un fallaccio su Funderburke, un discutibile sfondamento inflitto a Webber e la clamorosa gomitata di Kobe Bryant in faccia a Bibby, non sanzionata.
 


I Kings si sentono derubati ed effettivamente per gli arbitri è stata una serata infelice.

 

Ma davvero la Lega ha fatto pressioni per allungare la serie, come ha suggerito l’arbitro condannato per scommesse Tim Donaghy? O semplicemente gli ufficiali di gara hanno sbagliato qualche chiamata, come sempre è accaduto e sempre accadrà?

L’ardua sentenza non è neanche dei posteri: semplicemente non lo sapremo mai.

 

Ciò che sappiamo è che la serie si decide in una delle più memorabili Game 7 di sempre.

Un thriller con infiniti cambi di leadership e appaiamenti, il tutto sul palcoscenico dell’ARCO Arena, che in confronto un capodanno napoletano è un placido picnic in campagna.

 

Nei secondi finali, col punteggio in parità, Stojakovic, tornato già in Gara 5 seppur con minutaggio ridotto, si ritrova nell’angolo, completamente solo per una tripla che durante la stagione regolare segnerebbe ad occhi chiusi. Dalle sue mani esce un air ball sconvolgente, accompagnato da un commento in lingua madre vietato ai minori.

 

 

Overtime.

 

I Kings, sotto di un punto, hanno diversi possessi consecutivi per passare in vantaggio, non riuscendovi. Anche Doug Christie si rende protagonista di un air ball che grida vendetta. Apparte Bibby e Jackson, Sacramento appare timida, impaurita, travolta dall’importanza del momento.

Il peso della storia li ha stritolati.

I Kings sbagliano 14 dei 30 liberi e 18 delle 20 triple tentate: dall’altra parte Shaq, Fisher e Kobe segnano tutti gli otto liberi concessi loro nel supplementare.
112-106 per i gialloviola, che conquistano ancora una volta le Finals.

 

“Qualche volta mi rimprovero ancora. Ognuno di noi ha ripensato a quella serie, a cosa poteva fare meglio. Io penso ancora a quel tiro sbagliato, a cosa sarebbe successo se fosse entrato. Non riesco a togliermelo dalla testa”.

(Peja Stojakovic)

 

Gara 7 è speciale, trascende le semplici forze in campo.

Impossibile non esserne travolti, soprattutto se è la prima volta che la si gioca. LA ha più esperienza ed è questa esperienza a farla uscire vincitrice, e per di più in trasferta, non certo una cosa da poco.

 

“Potremmo continuare a lamentarci di Gara 6 all’infinito, ne avremmo ben donde. Ma in tutta onestà abbiamo avuto un’ottima occasione in Gara 7, in casa nostra, e l’abbiamo buttata via. Non siamo stati all’altezza”.

(Scott Pollard)

 

Sacramento ha perso la prima e l’ultima partita della serie tra le mura amiche e, al di là dell’arbitraggio di Gara 6, è su queste due circostanze che deve recriminare per il mancato accesso alle Finals.

 

Los Angeles, come previsto, spazzò via i New Jersey Nets in quattro comode gare, firmando lo storico e tanto agognato threepeat.

 

La sanguinosa finale di Conference lascia degli ovvi strascichi tra le due franchigie.
Mentre Shaq, intervistato sulle contender per l’anno successivo, non si dice preoccupato dai “Sacramento Queens”, Rick Fox e Doug Christie, in una partita di preseason, arrivano addirittura alle mani.

 

 

Sembra tutto apparecchiato per una storica rivincita.

Invece la serie del 2002 è il picco finale di una rivalità spezzata che, ahinoi, non ha avuto altri duelli.

 

Nel 2003 i Kings perderanno in un’altra epica Gara 7 contro i Dallas Mavericks e dopo l’infortunio al crociato di Webber cominceranno l’inesorabile parabola discendente che li ha portati nei bassifondi della Lega.

 

Per i Lakers, detronizzati nel 2003 dagli Spurs, ci sono stati altri anni gloriosi, ma la conquista del threepeat determinò la fine dell’ultima vera “era” gialloviola.

 

Facendo un giro su internet, sono ancora molti gli appassionati che reputano i Kings i vincitori morali di quella serie, e spesso quei Sacramento sono ricordati come una delle squadre più forti di sempre a non aver vinto un titolo.

Polemiche arbitrali a parte, la meravigliosa campagna degli uomini di Adelman non verrà mai dimenticata.

I Kings hanno avuto un’unica sfortuna: il loro massimo splendore è avvenuto in contemporanea al periodo in cui due tra i più dominanti giocatori di sempre sono riusciti a mettere da parte le divergenze, con la finalità ultima di dominare la Lega.

 

Riuscendoci piuttosto bene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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