Chi è il miglior rimbalzista dell'NBA?

April 1, 2018

 

Le statistiche individuali nella categoria "Rimbalzi" si sono impennate in questa stagione.

In vetta alla graduatoria troviamo Andre Drummond a quota 16.1 a partita e DeAndre Jordan, 15.4: era dalla stagione 1996/97 - quando Dennis Rodman ne catturava 16 a gara - che non si raggiungevano apici del genere, e dal 1992/93 che l'impresa non riusciva a ben due giocatori - in quell'occasione erano Shaquille O'Neal (14.5) e lo stesso Rodman (18).

 

In parte il trend può essere spiegato con l'aumento negli ultimi anni del numero medio di possessi in una partita NBA, ma d'altro canto è doveroso sottolineare anche quanto l'incremento nel numero dei tiri da tre punti abbia portato ad una più ampia distribuzione dei rimbalzi tra i giocatori dei diversi ruoli. 

 

Drummond e Jordan, in ogni caso, rappresentano delle eccezioni anche in una Lega tanto ricca di giocatori straordinariamente verticali. Stando ai rimbalzi catturati per gara, dietro di loro ci sono DeMarcus Cousins (12.9), Dwight Howard (12.3), Karl-Atnhony Towns (12.3); e a seguire, sempre oltre la doppia cifra, Whiteside, A. Davis, Kanter, Embiid, Capela, Gobert, Jokic e (sì, anche lui oltre i 10) Giannis Antetokounmpo. Considerando solo i rimbalzi in attacco, invece, svetta il nome di Steven Adams (5.2 a partita), che scopriremo essere uno dei protagonisti del nostro approfondimento.

 

Bastano questi dati, quindi, a mettere in riga (e in ordine) i possibili migliori rimbalzisti dell'NBA?

No, perché troppi fattori contingenti - relativi al contesto di squadra e alle situazioni di gioco - influenzano le statistiche di cui abbiamo parlato. Le useremo piuttosto come base per inquadrare i protagonisti dell'analisi, che svolgeremo indagando quattro aspetti: il rapporto tra minutaggio e rimbalzi, l'influenza del contesto di squadra, le diverse abilità a rimbalzo e l'effettivo miglioramento delle prestazioni di squadra in questo ambito statistico.

 

Parola ai numeri, dunque.

 

 

1.  A PARITA' DI MINUTI

 

Innanzitutto è necessario prendere in esame statistiche che considerino le differenze di minutaggio dei "concorrenti" al premio. Parametrando i precedenti dati su 48 minuti, ovvero ipotizzando idealmente che tutti i centri in questione giochino sempre l'intera partita, l'ordine dei migliori rimbalzisti cambia. Troviamo in questo modo:

DeAndre Jordan 23.2

Andre Drummond 22.9

Enes Kanter 20.5

Dwight Howard 19.4

Clint Capela 19.1

 

Come possiamo vedere, i soliti due rimangono in vetta, ma con un margine inferiore rispetto a quanto osservato precedentemente. Questo perché il loro minutaggio supera i 32 minuti per gara, mentre Kanter, Capela e Howard si fermano rispettivamente a 25, 27 e 30. Stesso motivo per cui non troviamo Cousins e Towns tra i migliori.

 

Se avessimo considerato tutti i giocatori della Lega (e non solo quelli con almeno 15 minuti di impiego medio), in testa alla precedente classifica ci sarebbe Boban Marjanovic (24 reb/48 mins), ma non ci è sembrato opportuno considerare anche big men dal ristretto utilizzo come il serbo. E poi, se considerassimo Boban sarebbe difficile trovare un senso nelle cifre di quasi tutti gli altri...

 

Spicca la produttività di Enes Kanter, centro turco dei New York Knicks che ha sempre messo in mostra, anche nelle sue precedenti esperienze con Utah ed OKC, una sorprendente capacità di avere impatto sulla partita e sul boxscore malgrado un utilizzo limitato.

 

I suoi numeri a rimbalzo affondano le radici nell'istinto, nel tempismo e nell'innata capacità di predire dove cadrà la palla, piuttosto che in doti fisiche o atletiche fuori dal comune - come dimostra la particolare attitudine a catturare rimbalzi di tiri sbagliati da distanza uguale o superiore a 19 feet (ovvero long-two e triple), ben 4.7 a partita.

 

Questi dati, ad ogni modo, possono essere maggiormente indicativi rispetto a quelli "per game", ma esprimono soltanto in misura parziale la presenza e l'incisività a rimbalzo dei big men, perché non considerano, ad esempio, la "densità" di possessi di quei minuti - che varia da squadra a squadra.

 

E proprio questo sarà l'oggetto dell'indagine nel prossimo punto: quanto è influente il contesto di gioco?

 

 

 

2. INFLUENZE COLLETTIVE

 

Lo stile di gioco, i compagni di reparto e i sistemi difensivi delle rispettive squadre di appartenenza giocano ovviamente un ruolo incisivo nel determinare le medie a rimbalzo dei giocatori che stiamo analizzando. 

 

E' curioso pensare che Drummond e Jordan, i due "cavalli favoriti" per la corsa visti i dati iniziali, abbiano avuto quest'anno, metà stagione a testa, lo stesso e piuttosto "ingombrante" compagno di reparto (e di rimbalzo): Blake Griffin. I suoi 9.2 rimbalzi a partita in carriera lo rendono potenzialmente deleterio per i numeri del lungo al suo fianco, ma la flessione statistica in entrambi i casi ha interessato soltanto Griffin, alla sua peggiore stagione in carriera nella voce "rebounds per game" (7.4); mentre Drummond e Jordan hanno mantenuto cifre stabili e invariate durante tutta la Regular Season.

 

Il ritmo di gioco del team è sicuramente un fattore importante da prendere in considerazione. E' il pace (numero di possessi medi per 48 minuti) di una squadra, infatti, a determinare la mole di tiri e dunque anche di errori degli avversari - alias: potenziali rimbalzi da catturare. Guardando a questo ci si può rendere conto di quanto le cifre medie di Andre Drummond siano anormali: i suoi Detroit Pistons, infatti, sono 21esimi nella Lega per pace (98.3).

 

Pelicans (102.5), Clippers (101.5) ed Hornets (100.6) sono invece tra le prime squadre della NBA in questo dato, a vantaggio delle cifre rispettivamente di Cousins (prima di infortunarsi), Jordan ed Howard. Se vogliamo lo sguardo al fondo del "pace ranking", invece, troviamo Utah Jazz e Miami Heat - motivo per cui due rimbalzisti molto, molto consistenti come Rudy Gobert e Hassan Whiteside sono penalizzati nelle proprie medie a gara (10.8 e 11.7, non pochi, ma decisamente meno rispetto al 2016/17).

 

 

Charlotte e Houston sono tra le poche squadre che catturano stabilmente più di 34.5 rimbalzi difensivi a partita e buona parte di questo ricco bottino è portato da Dwight Howard (recentemente protagonista di una prova da 30, sì trenta!, rimbalzi) e Clint Capela - particolarmente abile nell'impadronirsi di traiettorie difficili da prevedere: lo svizzero cattura la maggior parte dei suoi rimbalzi a una distanza superiore a 5.5 feet dal canestro.

 

Anche nel dato relativo ai "Def Reb/game" troviamo i Pistons tra le peggiori dell'NBA e questo rende un'altra volta sorprendente l'enorme molte di DR di Drummond ad allacciata di scarpe (10.9) -  come vedremo, questo dipende dal fatto che il centro di Detroit solitamente non perde nessun rimbalzo su cui ha diritto di "esprimersi" e non ha problemi, anzi, con la gestione del contatto fisico.

 

 

 

3. RIMBALZI E RIMBALZI

 

Sono diverse e svariate le qualità che deve possedere un top rebounder NBA.

Innanzitutto, ovviamente, caratteristiche fisiche/atletiche - ovvero dimensioni (meglio tenere in conto la standing reach, ovvero la massima estensione verticale), stazza ed elevazione; ma non basta, perché per catturare un rimbalzo è necessario in qualche modo prevedere prima degli altri l'esito del tiro ed avere le mani più rapide. 

Interessante in questo senso è provare a misurare la "concretezza" di un rimbalzista attraverso i dati di Rebound Tracking.

 

La "Reb Chance %" ad esempio quantifica la frequenza con cui un giocatore cattura un rimbalzo che "cade" nei suoi paraggi - ovvero se viene rilevato che ha avuto l'occasione di influire sulla presa della palla durante il transito nel suo "spazio aereo".

Provate a indovinare chi svetta secondo questo dato?

I soliti fratelli del rimbalzo, Drummond e Jordan, rispettivamente 63% e 62%: se la palla passa di lì, quasi due volte su tre finisce tra le loro possenti mani.

 

Un altro fattore decisivo nella contesa sotto (ma neanche troppo) al ferro, poi, sono i contatti fisici.

 

Essere in grado di guadagnare e mantenere la posizione, avere una presa forte per riuscire a trattenere la palla anche sotto pressione, resistere in fase di volo e non perdere l'equilibrio del corpo: fisicità e intensità, due attributi chiave per definire la solidità e l'efficacia di un rimbalzista. Andiamo ad analizzare, per inquadrare questo aspetto, le interessanti cifre di "Contested Rebound %" (con "contested" si intende la presenza di almeno un giocatore avversario a contendere il possesso della palla), che possono rendere un'idea dell'abilità a prendere quei rimbalzi che pesano, ovvero quelli tendenzialmente dentro l'area e per cui si stanno scontrando diversi quintali:

 

 

Jakob Poeltl 62.5%

 

Steven Adams 55%

 

Andre Drummond 46%

 

Enes Kanter 45%

 

Clint Capela 41%

 

Rudy Gobert 40.5%


Dwight Howard 40%

 

DeAndre Jordan 37.5%

 

 

Emergono degli spunti decisamente interessanti. Innanzitutto il clamoroso dato di Poeltl, che cattura "solo" 4.7 rimbalzi a partita (in 18 minuti) ma è assoluto dominatore delle contese sotto canestro.

Dopo il lungo dei Raptors troviamo Steven Adams, un curioso caso. Così efficace nelle dispute contestate, ma fermo ad appena 9 rimbalzi di media a partita in più di 32 minuti: la logica conseguenza è che i rimbalzi non contestati finiscano quasi sempre in altre mani - chissà quali...

 

E poi c'è il sorprendente 37.5% di DeAndre Jordan.

211 centimetri di altezza, 229 cm di wingspan, 120 kg di peso e un atletismo in verticale con pochi eguali; ma non tutto è oro quel che luccica, e di quei 15 rimbalzi a partita solo un'esigua parte è in situazioni di contesa corpo-a-corpo. Frangente in cui DJ, come abbiamo visto e non senza stupore, non eccelle.

 

 

 

4. MIGLIORARE LA SQUADRA

 

Veniamo infine alla considerazione forse più indicativa ai fini del gioco, ovvero quanto i big men siano in grado di migliorare le prestazioni a rimbalzo della propria squadra quando sono in campo, indipendentemente da quanto espresso dal boxscore individuale.

 

Perché essere un grande rimbalzista significa permettere alla propria squadra di entrare in possesso della palla, non necessariamente di afferrarla in prima persona. Spesso, infatti, il lavoro di taglia-fuori e taglia-dentro dei lunghi avversari consente ad altri compagni di catturare il rimbalzo - e questa è una situazione cui è doveroso dare risalto in questa sede. Ecco, quindi, la comparazione dei dati di "Team Reb %" - con o senza il giocatore in questione in campo - dei rispettivi team di appartenenza:

Sì, sono tutti giocatori con impatto positivo sulle prestazioni a rimbalzo della propria squadra. Ma solo uno rende davvero migliore l'insieme: Big Wiki. Con lui in campo gli Oklahoma City Thunder migliorano del 7% - ed è davvero tanto; che poi questi rimbalzi non li catturi lui, spesso e volentieri, è un altro discorso; e non è un mistero d'altronde che giochi insieme all'unica point guard dell'NBA da 9.7 rimbalzi a partita - sì, più del centro neozelandese.

 

 

 

CONCLUSIONI

 

Tiriamo le somme.

 

Se quello che volete è il nome del miglior rimbalzista a livello individuale della Lega, probabilmente quel nome è Andre Drummond. D'altronde, sette partite da 20+20 in una Regular Season (ancora da finire) non se le può permettere nessun altro nella NBA di oggi.

Ma se parliamo del big man che migliora maggiormente la propria squadra a rimbalzo, di quello che fa il lavoro migliore ai fini del raggiungimento dell'obiettivo (e non della statistica), allora quel nome è Steven Adams. Abbiamo visto che è fenomenale nelle situazioni di rimbalzo "nel traffico", e questo perché Funaki è a dir poco a suo agio con i contatti nel cuore dell'area e perché è molto abile nel toccare la palla per direzionarla e controllarla in un secondo tempo.

 

Con lui in campo i Thunder sono decisamente più solidi in questo aspetto del gioco e a rimbalzo offensivo migliorano addirittura dell'11%. Pazienza se questa sua abilità non gli vale nemmeno la double digit individuale: ci sono già tante belle statistiche da osservare ad OKC, in fin dei conti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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