Perché KD e non Steph

June 9, 2018

 

Tutti, ma proprio tutti, si sarebbero aspettati che Steph Curry sarebbe stato il Bill Russell NBA Finals Most Valuable Player Award 2018. Gli Warriors stessi, come evidente durante la consegna del premio, ne erano convinti. Il figlio di Dell, però, ha ricevuto solo 4 voti (su 11), contro i 7 di Kevin Durant, nominato in "back to back" - come annunciato, nella sorpresa generale, da Adam Silver - dopo aver ottenuto questo riconoscimento 12 mesi fa.

 

Sorpresi? Sì. E non poco. Dire dispiaciuti sarebbe eccessivo, perché se è vero che questo è praticamente l'unico trofeo mancante nel palmarés della point guard, se è altrettanto vero che probabilmente lo meritava... si può essere seriamente dispiaciuti per un due volte MVP, una rivoluzione vivente del Gioco, che si è appena messo al dito il suo terzo anello? Tre, quanti LeBron James e Larry Bird, giusto per fare due esempi che valgono qualcosa.

 

Senza mezze misure, se questa serie è durata il minimo indispensabile gran parte del merito è proprio di Curry. Ha giocato tre partite praticamente perfette, "bucando" solo G3, segnando 22 triple - di cui 21 in G1, G2 e G4: surreale - e stabilendo il nuovo record per tentativi dall'arco trasformati (9) in una partita di NBA Finals.

 

Quante volte abbiamo pensato "sta ammazzando/ha ammazzato questa partita"? Ecco, non ci sbagliavamo, perché Steph ha davvero lasciato il segno in quasi tutti i momenti decisivi di queste quattro gare. Anzi, è stato lui, prendendo in mano la squadra e portandola in una dimensione tutta sua, la cosiddetta "Curry Zone", a renderli decisivi, quei momenti. 
 

 

Il secondo atto della serie, 33 punti e 9/17 dal perimetro, è stato forse il momento di massima ispirazione del numero 30, che a suon di triple ha forzato il 2-0 per gli Warriors in un'Oracle Arena completamente ai suoi piedi. Questa notte alla Q di Cleveland ha messo il punto esclamativo, aggiungendo 37 punti, 6 rimbalzi, 4 assist, 3 stoppate (sì, 3 stoppate) e 3 palle rubate. Ma tutto questo non è bastato.

 

Kevin Durant, sia chiaro, ha disputato dei Playoffs fenomenali e una serie finale... da Kevin Durant. Dominante.

 

Eppure la sensazione era quella che per il premio di MVP avrebbe lasciato spazio a chi lo meritava forse più di lui. In ogni caso per i suoi sette "elettori" - Howard Beck (Bleacher Report), Lisa Hsu (Tencent), Jeff Zillgitt (USA Today), Mark Medina (Mercury News), Rachel Nichols (ESPN), Jeff Van Gundy (ABC) e Joe Vardon (Cleveland.com) - KD è stato il primo protagonista nella vittoria di Golden State.

 

Abbiamo provato ad immaginare perché.

 

1. Una sicurezza

 

La maturità della serie di Durant è stata disarmante.

 

Si è caricato sulle spalle la squadra in Gara 3, forse lo snodo cruciale della corsa al titolo o quantomeno l'ultima chiamata per Cleveland, in una notte da 3/16 al tiro per Curry e 10 punti di Klay Thompson. Lui ne ha segnati 43, prendendosi molti più tiri che in G2, sbloccandosi dall'arco - non stava tirando benissimo in precedenza, anzi - e decidendo le sorti della partita con una tripla che si è già iscritta nella storia delle Finals NBA. 
 

 

In altri frangenti ha fatto quello che era necessario, più funzionale. E non è automatico che un giocatore, un attaccante e un realizzatore del suo livello sia pronto a questo ruolo - ed ecco perché coach Kerr ha definito la sua presenza in squadra "un lusso". 

 

 

2. Impatto a 360 gradi

 

Nelle prime due partite senza Andre Iguodala, tornato soltanto mercoledì, Durant è stato costretto ad un maggior dispendio energetico nella metà campo difensiva. Non è un caso che dopo il suo ritorno siano arrivate una partita da 43 punti e una tripla doppia con 20 punti, 12 rimbalzi e 10 assist in Gara 4. KD ha viaggiato ad oltre due stoppate di media partita, garantendo a Kerr la possibilità di cambiare su qualsiasi blocco e mettendo in mostra un'altra volta le sue qualità in questa metà campo, vicino e lontano dal ferro.

 

Aggiungete 30 assist in 4 partite e quasi 7 tiri liberi guadagnati a sera: mancava solo che cantasse l'inno nazionale e intervistasse gli allenatori nei timeout...

 

 

3. Unstoppable

 

Curry a tratti ha fatto la differenza, ha da solo cambiato la storia delle partite. Le ha decise. Ma a tratti, per quanto brevi, è sembrato in difficoltà. KD 35, invece, mai. Non abbiamo pensato neanche per un singolo istante che potesse essere fermato. Mai.

 

Ha tirato con il 69% "in faccia" a LeBron James e messo in croce il suo altro marcatore diretto, Jeff Green, producendo 1.41 punti per la squadra nei possessi in isolamento contro di lui. Ha cercato spesso il cambio per attaccare George Hill, che ha difeso in modo ammirevole ma non ha potuto realmente contestare - e non per demeriti propri - i tiri "sopra la sua testa", andati a bersaglio il 75% delle volte. Ha segnato contro difesa schierata, in transizione e in contropiede, da ogni distanza e in ogni tipo di situazione. E nel dubbio, in lunetta ha sbagliato un solo tiro libero su 27 tentati. Una macchina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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