My other home: la redenzione cinese di Marbury

February 9, 2018

Leggenda dei playground di New York, è proprio ai Knicks che Marbury tocca il punto più basso della sua carriera. Divorato dalla depressione, trova un'inaspettata rinascita in Cina, dove diventa un eroe per 2 miliardi di persone. 

 

 

Prendi la città in cui il basket si respira per le strade come fosse ossigeno.
Prendi un ragazzo di casa, uno che dall’età di 14 anni è sulla bocca di tutti gli abitanti di quella città, che vedono in lui il Messia che li guiderà a nuovi paradigmi di grandezza. 

Stephon Marbury, cresciuto sui duri campi di Coney Island, sbarca ai Knicks nel 2004 pochi giorni dopo capodanno, ed è esattamente ciò che la Grande Mela stava aspettando.

 

Uno dei playmaker più entusiasmanti che si siano mai visti su un campo di pallacanestro, artista del no-look pass, tanti punti nelle mani e una scorza dura temprata sul cemento; è lui l’ispirazione per il personaggio di Jesus Shuttlesworth dell’iconico film di Spike Lee He got game: si dice che il regista, nativo di Brooklyn, avesse considerato proprio Steph come papabile protagonista, prima che la scelta ricadesse su Ray Allen.


In nove stagioni tra Minnesota, New Jersey e Phoenix, Marbury si è consolidato come un All-Star, pur costruendosi una reputazione difficile, di giocatore egoista e incapace di migliorare i propri compagni.

 

Ha sempre avuto una pericolosa tendenza a isolarsi dal resto del mondo.

Ai Timberwolves formava con Garnett una coppia potenzialmente inarrestabile e invece di limare la sua attitudine per il bene comune, chiese la cessione perché geloso della leadership di The Big Ticket; ai Nets, invece, famosa fu la scritta che campeggiava sulle sue scarpe: “All alone”, “Tutto da solo”…

 

“Steph tratta tutti con freddezza. Ha un gran cuore, si prende cura della comunità facendo moltissima beneficienza, ma è una persona lunatica, con la quale è difficile andare d’accordo”.

(Rob Johnson, talent scout)


La trade che lo riporta nella città che non dorme mai è la notizia dell’anno.

I Knicks vengono da due stagioni senza Playoffs e Isaiah Thomas, appena insediatosi come General Manager, vuole partire col botto: l’acquisizione di Marbury è il gesto simbolico di cui ha bisogno per ingraziarsi la piazza.

 

Non passa molto tempo prima di essere posti davanti alla dolorosa evidenza che il numero 3 non è, e mai sarà, il salvatore che la franchigia auspicava fosse. Nel giro di poche stagioni, tutte perdenti, l’eroe di Coney Island diventa l’atleta più vituperato sul parquet del Madison Square Garden.


Strapagato, viziato, sempre al centro di polemiche di vario genere: è un cancro nello spogliatoio, dove ormai ha solo nemici. Si arriva al punto in cui Kurt Thomas, esasperato dal suo atteggiamento, minaccia di mettergli le mani addosso in più di un’occasione.
Lungo le sponde dell’Hudson il clima è oltre il punto di ebollizione e sono necessari cambiamenti alla svelta.


Nonostante gli avvicendamenti in panchina, Larry Brown prima e Isaiah Thomas - passato dall’ufficio alla panchina nel 2006 - poi, i risultati restano scarsissimi. Il pubblico e la società hanno deciso: Marbury è la causa principale, il male da estirpare.
 

"Non capisco perché Stephon continui a dedicarsi ad un gioco di squadra se non ha l’obiettivo di migliorare i compagni e di vincere le partite. Dovrebbe essere l’unica cosa che conta…”
(Larry Brown)

 

Nell’estate del 2008 Mike D’Antoni arriva sulla panchina dei Knicks. L’ex leggenda milanese non vuole correre rischi e opta per una soluzione drastica: Marbury viene messo completamente ai margini della rotazione.
Offeso dal trattamento ricevuto, Steph si rifiuta in più di un’occasione di entrare in campo per il garbage time firmando, di fatto, la sua condanna: nel febbraio del 2009 viene definitivamente tagliato.

 

L’addio da New York è il momento più basso della sua carriera.

Impossibile non imputargli delle colpe per essere finito in questa situazione, ma come spesso capita l’opinione pubblica ci va giù molto pesante, forse troppo: del resto, gli analisti della Grande Mela non sono certo noti per la loro delicatezza...

 


Odiato e ridicolizzato, tenta di ripartire a Boston come gregario (un eufemismo) al fianco del suo ex compagno Kevin Garnett. Ma nell’estate del 2009 rifiuta un’offerta di prolungamento da lui giudicata “ridicola” e decide di prendersi una pausa a tempo indeterminato dalla pallacanestro.

 

È un periodo che coincide con una forte depressione, in cui Starbury viene afflitto da diversi lutti familiari, tra cui la morte dell’adorata zia e del padre. Per diversi mesi non si alza dal letto, pubblicando confusi video-diari su internet, in cui mostra tutta la sua instabilità mentale.

 

Sembra essere la fine ingloriosa di uno dei talenti più brillanti che il basket americano abbia prodotto negli ultimi vent’anni.

Un All-American al liceo e al college, presso Georgia Tech, scelto alla numero 4 in uno dei Draft più ricchi di talento della storia, quello del 1996, quando Steph fu selezionato dai Milwaukee Bucks - salvo essere scambiato poche ore dopo la cerimonia con la scelta seguente, quel Ray Allen protagonista del film ispirato alla sua vita.

 

Un predestinato come lui non può accettare che i riflettori si spengano sulla sua carriera in questo modo.

 

Quando sembra aver percorso già troppa strada sul viale del tramonto per poter tornare indietro, Marbury riceve una telefonata da un certo Yang Yi, agente sportivo cinese, che vuole parlargli della possibilità di vagliare offerte dall’oriente.
 

"La nostra prima telefonata durò più di un’ora. Parlando della sua esperienza ai Knicks scoppiò in lacrime, spiegandomi come avesse toccato il punto più basso della sua vita, di come avesse perso l’amore per il Gioco”.
(Yang Yi)

 

L’emotività di Marbury fu uno shock per Yang, abituato alla sua fama di piantagrane, di lupo solitario scontroso e arrogante tracciata dalla stampa USA.


“Prima di conoscerlo temevo fosse un mostro, almeno questo era quello che si leggeva di lui. Ma quando lo incontrai capii invece che era una persona sincera e molto fragile, un brav'uomo.”

 

A tre mesi da quella telefonata, ecco la prima offerta ufficiale: arriva da parte degli Shanxi Zhongyu Brave Dragons, squadra che annaspa sul fondo della classifica della Chinese Basketball Association.

 

Dopo aver controllato la collocazione della località sul mappamondo, Steph si prende un paio di giorni per decidere.

In un primo momento non ha alcuna intenzione di accettare. La chiamata con i dettagli dell’offerta gli giunge mentre si trova a Houston, alla ricerca di un nuovo personal trainer per rimettersi in forma e cercare di strappare un nuovo contratto NBA. Difficile, per uno orgoglioso come lui, accettare di competere su un palcoscenico così poco prestigioso come la CBA.

 

Se Marbury esita, anche i cinesi devono superare una certa diffidenza. Vale la pena di portare nel proprio Paese (non uno qualunque) un giocatore americano con una reputazione del genere? Inoltre la questione economica non è secondaria. Stephon ha guadagnato più di 150 milioni di dollari in 13 anni di NBA e il presidente dello Shanxi non può che offrirgli un contratto da 100 mila dollari per le restanti 15 partite.

 

Il mercato cinese è però molto attraente per il Marbury imprenditore: assicuratosi di poter avere totale controllo sulla propria immagine, decide di accettare l’offerta.

 

"Comunicherò attraverso la mia pallacanestro con i miei nuovi tifosi, penso sarà un’esperienza unica. Ci tengo a dimostrare di essere ancora un atleta importante. Giocare, ma ancor di più vivere in Cina sarà una sfida, ma non vedo l’ora di cominciare”.

 

Prende molto seriamente l’impegno: chiede 4 settimane di tempo per prepararsi fisicamente e per riorganizzare la propria vita, dato che la sua famiglia resterà a New York.

Finalmente, la sera del 26 gennaio 2010, il suo aereo atterra nel Celeste Impero.

 

L’accoglienza è quella che si dedica ai capi di stato: il terminal dell’aeroporto di Pechino viene preso d’assalto da migliaia di tifosi, curiosi e giornalisti.

 

“Venivo da un periodo in cui tutti parlavano male di me, in cui ero divorato dalla depressione. Vedere tutto quell’entusiasmo appena sceso dalla scaletta dell’aereo è stato fantastico, mi ha riempito il cuore di gioia”.

 

Il debutto è previsto di lì a poche ore. Il pesante jet lag non gli impedisce di segnare 15 punti con 4 rimbalzi, 8 assist e 4 rubate in 20 minuti di utilizzo. Marbury guida la squadra alla vittoria di 6 delle restanti 15 gare stagionali, diventando anche MVP dell’All Star Game tra squadre del nord e squadre del sud, con 30 punti e 10 assist, oltre a una serie infinite di giocate da far invidia ai membri dell’And 1 Mixtape Tour.

 

La sua dedizione, unita al suo incrollabile talento, conquistò immediatamente i cuori dei compagni e dello staff tecnico. Figuriamoci quello dei tifosi.

 

In estate, però, lo Shanxi cambia dirigenza e allenatore, e decide di fare a meno di lui.

Per evitare che potesse finire in una squadra di alta classifica, la comunicazione ufficiale gli viene fatta, subdolamente, a pochi giorni dall’inizio della stagione, quando le franchigie migliori hanno già completato i loro roster. Stephon è quindi costretto a firmare per i mediocri Foshan Long Lions.

Dopo un anno di purgatorio viene finalmente ingaggiato da una formazione più competitiva, i Beijing Ducks, con un contratto da 2 milioni a stagione.

 

Approdato nella capitale, la sua integrazione compie un decisivo step in avanti. Nei primi mesi prende tutti i giorni la metropolitana per andare agli allenamenti: tanti sguardi curiosi, ma una libertà che in provincia non aveva.

 

Corre con i pensionati intorno al celebre Tempio del Cielo, immergendosi completamente nella cultura e nello stile di vita degli abitanti locali. Si sforza il più possibile di utilizzare parole in mandarino, partendo da semplici ni hao ai fans che lo fermano, andando ben oltre la maggior parte dei suoi colleghi americani, per cui il soggiorno nella Repubblica Popolare è limitato alle partite e un periodico check dell’estratto conto.

 

Guidati da Marbury e dall’ex Knicks e Hawks Randolph Morris, le Anatre partono con un clamoroso 13-0, assicurandosi il secondo miglior record della Lega alla fine della stagione regolare. Ai playoff nella semifinale contro la sua ex squadra, i Brave Dragons, Marbury tiene una media di 45 punti a gara, trascinando i suoi alla prima finale nella storia della franchigia.

L’ultimo capitolo è contro i Guangdong Southern Tigers, miglior record stagionale e sette titoli negli ultimi otto anni, una squadra in cui giganteggiano Aaron Brooks e James Singleton, passato dall’NBA e finalista in Italia con l’Armani Jeans nel 2005.

 

Durante la serie finale, Steph va ben oltre i 30 di media e nell’ultima, decisiva, Gara 5 ne infila 41 davanti al proprio pubblico.

 

I Beijing Ducks sono campioni per la prima volta nella loro storia.

Le immagini di un Marbury travolto dalle emozioni, che si lascia andare a un pianto liberatorio in spogliatoio, fanno il giro del mondo. Difficile poter immaginare come da Coney Island, passando per un burrascoso percorso NBA, la vera felicità potesse giungere all’ombra della Grande Muraglia...

 

Per la città di Pechino è un momento di grande orgoglio: i tifosi lo portano in trionfo, elevandolo ad uno status mitologico di eroico condottiero, come nella migliore tradizione cinese. Nel maggio del 2012, pochi mesi dopo la vittoria del titolo, una statua in suo onore viene eretta all’ingresso del MasterCard Center, dopo una cerimonia presentata da Dennis Rodman.

La metropolitana e le corsette con i vecchietti, ora, se le può scordare.

 

In estate, l’NBA torna a bussare alla sua porta: arriva l’offerta degli Houston Rockets.

 

“Ho dovuto ripetergli più e più volte che non ero interessato, e non lo ero per davvero. Insomma, mi avevano appena dedicato una statua…l’ultima cosa a cui pensavo era tornare a giocare in NBA. E comunque i miei tifosi cinesi non lo avrebbero permesso…”

 

Negli anni successivi arrivano altri due titoli, in back-to-back, nel 2014 e nel 2015, che non fanno altro che aumentare in modo esponenziale la sua popolarità in Cina, anche per la gioia del suo brand Starbury, che incrementa vertiginosamente le vendite.

 

La statua è solo il primo di molti attestati di grandezza.

Nel 2015 apre un museo in suo onore a pochi passi da piazza Tienanmen, ricco di fotografie e memorabilia legate alla sua carriera, oltre a un redditizio negozio di souvenir.

 

Un surreale musical incentrato sulla sua esperienza in Cina - che per non sbagliare si chiama “I Am Stephon Marbury” - è andato in scena per oltre due settimane: non è Shakespeare, ma dà la possibilità al pubblico di vedere un inedito Starbury attore e ballerino.

Nel 2017 esce My Other Home, film ispirato alle sue gesta, con camei di Iverson e Baron Davis. Anche qui, gli Oscar sono lontani, ma in fondo a chi importa?

 

Anche a livello istituzionale arrivano riconoscimenti importanti: un francobollo a lui dedicato, la cittadinanza onoraria di Pechino e la preziosissima green card cinese, primo atleta straniero a riceverla.

“Love is love” è il suo motto su Weibo, il principale social network cinese, ed è questo il sentimento sincero che prova per la sua nuova casa.

 

"Adoro la mia nuova vita a Pechino. Il mio cuore è colmo d’amore per la mia famiglia allargata, i 2 miliardi di cinesi che mi hanno mostrato tutto il loro calore. Sono sempre più convinto che lasciare l’NBA sia stata la miglior cosa che potesse capitarmi”.

 

La Cina è molto più che la sua nuova casa: gli ha salvato la vita, letteralmente. Ha trovato, qui, la pace che cercava, il successo che gli era mancato e anche l’appagamento dell’ego che ha inseguito per una vita intera.

 

Nell’estate del 2017 si separa dai Ducks, che gli avevano offerto un contratto come assistente allenatore. Steph si sente ancora un giocatore: decide di firmare per un altro club di Pechino, i Fly Dragons.

 

Qualche settimana fa ha annunciato che la sua lunghissima carriera da professionista si chiuderà ufficialmente a febbraio, con la fine della Regular Season cinese, dati gli scarsi risultati dei Fly Dragons. Una settimana prima di compiere 41 anni.

 

“Va bene così. Sono davvero stanco, ho giocato 22 anni! Mi piace l’idea di smettere in salute, quando e come lo dico io. Sono in pace e convinto al 100% della mia scelta”.

 

Marbury ha però annunciato che a marzo tornerà a LA, dove ora risiede la sua famiglia. Ha intenzione di mantenersi in forma continuando ad allenarsi. Si sa mai che qualcuno torni a bussare alla sua porta...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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