Ogni singolo possesso

July 19, 2018

 


E pensare che avrebbe dovuto fare il responsabile marketing.

 

Sì, perché dopo la laurea in economia aveva deciso di appendere le scarpette al chiodo e chiudere con la pallacanestro. Invece la passione per questo Gioco, per fortuna, gli ha fatto fare un passo indietro.

 

Tutto iniziò nell’estate del 2000, quando Brad Stevens iniziò a collaborare con i camp estivi organizzati da Butler University, dove, poco tempo dopo, si sarebbe candidato con successo come collaboratore volontario per il settore pallacanestro. Nel frattempo iniziò anche a lavorare da Applebee’s, nota catena di ristoranti americana, per potersi mantenere. Tuttavia fu presto promosso a Director of Basketball Operation.

 

Questo nuovo impiego gli permise di dedicarsi completamente a ciò che amava fare, senza più dover fare un secondo lavoro. Stevens passava fino a 14 ore al giorno a visionare video di giochi e schemi avversari, per un compenso di circa 18.000$ all’anno. Lui stesso definì quell’anno: “Il periodo migliore della mia vita”.

 

Nel 2007, dopo l’addio di coach Todd Lickliter, assunse finalmente il ruolo di head coach di Butler ed i risultati non tardarono ad arrivare.


Ecco, Brad è proprio questo. Un uomo che vive per, e di, questo Gioco. Ama ogni sua piccola sfaccettatura, apprezza le cose più semplici ed essenziali più che una giocata spettacolare o un grande gesto tecnico. E’ un tattico. Un attento giocatore di scacchi che pone grandissima attenzione ai più piccoli dettagli, cercando di pensare sempre alla mossa successiva.
 

 

College Basketball 2013. Butler, sotto di uno contro Gonzaga a 4.7 secondi dalla fine e con la rimessa a fondo campo da battere in uscita dal minuto. I suoi perdono incredibilmente il possesso del pallone dopo un’infrazione di passi. La sua non-reazione è a dir poco emblematica. Nella disperazione generale che si respira in panchina e sugli spalti, lui era lì, impassibile, come a dire "non c’è problema, so già cosa fare".

 

Con il fischietto ancora in bocca agli arbitri chiama un cambio, inserendo Roosvelt Jones per il possesso difensivo. Neanche a dirlo, il neo entrato intercetta una a dir poco sanguinosa rimessa di Gonzaga e, come nei finali prevedibili tipici dei film romantici, segna un floater sulla sirena, dopo una cavalcata lunga quasi metà campo, consegnando la vittoria ai ragazzi di Stevens: 64-63.

 

“La verità è che bisogna cercare di mettere la squadra ed i giocatori nelle migliori condizioni possibili per vincere. Che quel tiro sia entrato o no, non incide né sulla mia visione della partita, né su quella che è stata la prestazione della squadra in campo”, ha successivamente dichiarato Stevens.
 

 

Quel cambio è stato una mossa. Niente di più, niente di meno. Quell’ultima azione, con quel tiro che vale l’intera posta in palio, non ha minimamente intaccato l’idea che si è fatto su come sia andata la partita. Questo perché Stevens ha una grandissima abilità nel restare concentrato sull’obiettivo finale, senza farsi distrarre da tutto quello che può succedergli intorno.

 

Questa grande attenzione ai dettagli, sommata ad una brillante e sempre lucida gestione di spogliatoio e giocatori, sono rimasti i suoi punti di forza - nonché tratti inconfondibili - anche nel percorso in NBA.

 

La crescita e metamorfosi di Butler University, avvenuta sotto la guida di Stevens, ed i risultati ottenuti, infatti, gli sono valsi la chiamata, nell’ormai lontano 2013, di Danny Ainge, il lungimirante General Manager dei Boston Celtics. Durante le sue cinque stagioni con i bianco verdi è riuscito, anche grazie al lavoro svolto in precedenza dal già citato Ainge, a migliorare costantemente squadra e risultati. Il secondo posto ad Est conquistato quest’anno (55-27) ed il raggiungimento delle finali di Conference, nonostante i numerosi intoppi in cui sono incappati durante una travagliata e fortunata stagione, dimostrano, ancora una volta, la qualità del lavoro di Stevens.

 

La resilienza e la caparbietà con cui la squadra ha giocato questi Playoffs è stata a dir poco incredibile. Ed esserci arrivati senza poter contare sui suoi due top player, Gordon Hayward, perso dopo appena 5 minuti dalla prima palla a due della stagione, e Kyrie Irving, operato al ginocchio ad appena 10 giorni dalla fine della Regular Season, lo è ancora di più.

 

La fiducia reciproca tra coach e giocatori è stata fondamentale sotto questo punto di vista. Guardando le partite di Boston è chiaro come il roster sia stata cucito e plasmato ad immagine e somiglianza del suo allenatore. Il credo di Stevens si è rivelato ben assimilato dalla squadra: l’obiettivo comune è più importante quello individuale, ed il bene della squadra viene prima di tutto. L’idea di Stevens è quella di giocare un basket semplice, in cui la coralità dell’azione è fondamentale, basato su letture ed adeguamenti. Il mago da Butler è il direttore d’orchestra che dirige al meglio i vari strumenti, secondo le esigenze del momento.

 

Passiamo a Gara 3 delle semifinali di Conference, Boston guida la serie 2-0. Nel video si può assistere ad un esempio di come Stevens si approcci alle partite e quanto sia presente al loro interno. Esplora le scelte difensive degli avversari durante la gara, per poi sfruttarle quando più opportuno, soprattutto nei minuti finali.
 

 

Al di là delle scelte difensive dei 76ers, qui si vede quanto importante sia la sua impronta su questa squadra. Durante una transizione offensiva guidata da Al Horford, Stevens legge velocemente i cattivi accoppiamenti della difesa ed urla a Rozier un sonoro: “get out!”, come si può anche sentire nell’audio della clip. Dirottando Rozier sul lato debole, mette Big Al nelle migliori condizioni per potersi giocare il suo 1c1 al meglio, avendo a disposizione praticamente tutta l’area. Al resto del lavoro ci pensa l'ex Hawks.

 

Quella stessa partita, poi, è finita così. Con due rimesse che ricorderanno in molti:
 

 

In queste esecuzioni si comprende quanto bene Stevens sappia sfruttare le informazioni acquisite durante la gara.

 

Il tecnico chiama time out a 8” dalla fine dell’azione, togliendo Morris dai pasticci in cui i compagni lo avevano cacciato (leggere: evitando un tiro a bassa percentuale), per disegnare una rimessa per un canestro veloce. Lo schema parte con una serie di blocchi all’altezza del tiro libero, su cui la difesa di Phila decide, come durante tutta la partita, di cambiare. Nel frattempo Rozier è fuori dalla linea del tiro da 3 punti sul lato opposto, ad aprire l’area. Difesa larga ed un Embiid che sul cambio si trova accoppiato con il playmaker di Boston, a quasi 7 metri dal canestro, lasciano libero il pitturato, permettendo a Brown di ricevere un lob dopo aver portato un blocco e segnare un canestro quasi facile, che vale il pareggio a 24 secondi dalla sirena finale.

 

La partita va all’overtime ed i Celtics si trovano sotto di uno con la palla in mano a 8.4” dalla fine, quando Stevens decide di chiamare time out per disegnare una rimessa. Che rivediamo.

 

 

Ancora una volta Rozier esce fuori dal perimetro liberando spazio, mentre Tatum blocca insieme ad Horford per un’uscita alta di Brown. Phila non cambia scelta difensiva e continua a cambiare su questo tipo di blocchi lontani dalla palla. Risultato? Tatum, con un lavoro di altissimo livello, mantiene la posizione di vantaggio su Simmons, tenendolo fuori dal pitturato e rendendo impossibile un suo aiuto in area; Horford legge ancora una volta la situazione di vantaggio, apre una linea di passaggio lob prendendo vantaggio contro Covington, riceve e segna due punti decisivi per l’esito della partita.
 

Abbiamo visto solo alcuni degli innumerevoli esempi sulle capacità di lettura, gestione e controllo della lucidità di Stevens. Basta guardare una partita di Boston per comprendere qual è il suo approccio ad ogni gara e quanto sia determinante. Indifferentemente dal punteggio indicato sul tabellone, è un allenatore. Nel vero senso della parola. Allena ogni singolo possesso, dà importanza ad ogni singola azione e agli equilibri della squadra.

 

Ha solo 41 anni, 5 stagioni da head coach NBA sulle spalle, una franchigia che ha creduto in lui facendone il perno della propria ricostruzione, e non meno importante una squadra dal futuro roseo pronta a seguirlo. Anno dopo anno ha aggiunto un piolo per la scalata al successo, e la prossima stagione - infortuni permettendo - sembra poter essere molto interessante in Massachusetts.

 

"Il mio obiettivo è vincere la prossima partita, un possesso alla volta. Non esistono altri obiettivi"

 

 

 

 

 

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