OKC aspetta ancora la scintilla da coach Donovan

January 25, 2018

 

© Welcome to Loud City

 

 

È evidente che i Thunder abbiano un problema ad affrontare le “piccole”, e ciò si ripercuote, inevitabilmente, sulla classifica. Tre vittorie consecutive contro Hornets, Kings e Lakers sono state sì incoraggianti, ma il gioco povero e incostante in ognuna di queste vittorie - soprattutto nei primi tempi - rimane un problema.

 

Ancora più sconcertante dell’attuale record di Oklahoma di 11-8 contro squadre sotto il 50% di vittorie, è il fatto che la squadra sia pienamente consapevole del problema - così come lo sono gli avversari - ma ciò nonostante non riescano a superarlo. Per esempio, prima dell’ultimo road trip verso LA, Paul George ha ammesso che la squadra manchi di concentrazione nell’affrontare squadre sulla carta più deboli. Non ha voluto parlare di “compiacimento”, ma è un termine che calzerebbe perfettamente per descrivere le ultime uscite contro questo tipo di squadre.

 

Inoltre, dopo la recente serie di tre sconfitte consecutive, Carmelo Anthony ha confessato l’abitudine della squadra di guardare oltre quando affrontano avversari “minori”; e, prima dell’ultima partita contro i Kings, coach Billy Donovan ha sottolineato l’importanza di entrare nella partita completamente concentrati, così da ridurre al minimo le partite da decidere negli ultimi cinque minuti.

 

Si potrebbe pensare che, una volta che tutti siano consci del problema, questo venga risolto.

Ma poi vedi la prima metà di partita di Westbrook e compagni che abbiamo visto contro Sacramento - giusto dopo aver sentito le parole di Donovan - e rimani basito...

 

 

 

La partita coi Kings, un esempio estremo

 

 

I Kings, a cui mancava la point guard Frank Mason, hanno iniziato la partita con un lineup di soli rookie e giocatori al secondo anno. La loro grande firma estiva, Zach Randolph, non è scesa in campo, e le principali minacce dal perimetro, Buddy Hield e George Hill, hanno avuto un minutaggio limitato.

 

In circostanze normali, poteva essere una carneficina orchestrata da una squadra con tre superstar. Ma stiamo parlando dei Thunder versione 2017/18: questo discorso con loro non vale.

 

Quando Hield e Hill hanno fatto la loro comparsa sul perimetro di gioco, i Kings erano già avanti di uno. Il primo quarto l’hanno chiuso sopra di quattro, raggiungendo addirittura i 15 punti di scarto a tre minuti dall’intervallo.

 

Dopo meno di un minuto di gioco è arrivata la prima palla persa, dopo 3 minuti e mezzo altre due e alla fine del primo quarto il totale era 7 turnover. Il box score a tre minuti dalla pausa lunga, poi, era il seguente:

 

 

9 palle perse, 1/10 da tre, 7 tiri liberi sbagliati - senza doversela prendere con Roberson questa volta - solo 6 assist, 26 punti concessi nel pitturato a Sacramento e nessuna fifty-fifty ball recuperata da OKC.

 

La voce della radio dei Thunder, Matt Pinto, ha riassunto alla perfezione quei due quarti definendo il gioco della squadra “anemico”.

 

Poi, all’improvviso, tutto è cambiato.

Iniziando dalla metà campo difensiva, come generalmente succede in questo tipo di partite. Dopo qualche imprecisione, l’attacco ha cominciato a girare, e in due minuti è arrivato il parziale di 11-1 in favore dei ragazzi di Donovan. Il distacco all’intervallo era stato ridotto a 6 lunghezze. Il terzo quarto, zona calda per la maggior parte della stagione, si è concluso 36-15. A 7 minuti dalla fine i Thunder hanno convertito un deficit di 15 punti in un vantaggio di 16. Ciò vuol dire: un'oscillazione di 31 punti in 20 minuti.

 

Ecco il boxscore relativo a questi 20 minuti circa: 

 

 

OKC non è stata perfetta in questo lasso di tempo, come indicato dalla difficoltà ai liberi, ma i 31 punti di parziale mostrano se non altro enorme determinazione.

 

Il corso della partita mi ha ricordato i vecchi tempi, quando, dopo aver ascoltato un 33 giri, mettevo un 45 giri senza cambiare la velocità, per poi compensare impostando la velocità a 78 giri al minuto. Sarebbe stato più facile stare semplicemente attenti e impostare la giusta velocità dal primo momento.

 

 

 

Questa squadra ha evidentemente due versioni di sé stessa: on e off.

 

Sarebbe sufficiente se la stagione NBA durasse solo 15 partite e si andasse poi Playoffs. Ma così non è.

Una squadra non può dare tutto per 82 partite, perché così facendo si scioglierebbe prima di Natale; ma non può nemmeno spegnere l’interruttore contro squadre più deboli, poiché la reale differenza tra un top team e uno di bassa classifica non viene rispecchiato esattamente dal numero di vittorie e sconfitte. Infatti, a dirla tutta, qualsiasi squadra può battere i Thunder visti nella prima metà di partita contro i Kings...

 

 

 

Alla ricerca di una via di mezzo

 

 

Prima di scrivere anche solo un’altra parola, vorrei fare chiarezza su una cosa.

Come ogni tifoso dei Thunder, provo frustrazione ogni volta che la squadra gioca in questo modo. Idem il mio amico Antonio Daniels, analista delle partite di OKC per Fox Sports Oklahoma. Ho registrato alcuni dei suoi commenti e li condivido perché il suo nervosismo è completamente giustificato.

 

Non sono sempre commenti lusinghieri, a volte sono un po’ duri, ma vengono dal suo cuore. Ascoltate una delle sue ultime osservazioni

 

Fatemi sedere al suo fianco, perché credo in quello che ha detto. Se non fosse così, non sprecherei tutto questo tempo alla ricerca di risposte. Proprio così, non c’è dubbio sulla mia posizione: credo in tutta la squadra, i giocatori e gli allenatori, ma questo non significa che io sia completamente soddisfatto da ognuno di loro.

 

Nel mio pezzo “passione per l’eccellenza”, mi sono concentrato sui giocatori. Ma ora tocca a Billy Donovan stare al centro delle critiche.

 

I giocatori stanno facendo fatica a trovare una chimica di squadra, quindi dovrebbe essere il tecnico a far scoccare la scintilla di cui ha bisogno la squadra contro avversari minori.

 

Un buon inizio, intanto, sarebbe fare attenzione alle sue parole...

 

 

Coach Donovan ha parlato della dedizione dei giocatori. Queste parole continuano a riecheggiare in me, ma guardando a questa squadra, vedo una sostanziale differenza tra la dedizione e l’impegno profusi contro i top team e contro le squadre più deboli. Si sono spese tante belle parole a riguardo, la dedizione alla causa è stata ampiamente espressa a parole - sì, ma questa è la parte facile - ma ora come ora suonano come un disco rotto. La parte difficile sarà mostrare lo stesso impegno e la stessa volontà sul parquet contro tutti gli avversari - non solo i più forti - ed è compito di Donovan riempire questo buco.

 

Non puoi aspettarti impegno dagli altri se tu stesso non lavori per loro. E il miglior modo per ispirare passione in un altro, è mostrare tu stesso passione.

 

Per i giocatori, che stanno investendo molto tempo nell’aiutare i compagni e la squadra a migliorarsi, giocano un ruolo enorme "la passione e la dedizion"e di cui l’head coach di Loud City ha parlato. Ma nel caso di un allenatore, beh, questo è il suo lavoro: non sta sul campo per buttarsi sulle palle vaganti o a lottare a rimbalzo, in fin dei conti.

 

Penso che Donovan abbia perso due occasioni d’oro in questa stagione per fare qusto: negli ultimi minuti della partita di Sacramento, dopo l’espulsione di Westbrook, e nell'ultimo incontro con Portland, in occasione della vicenda legata a Melo. 

 

Per non dilungarmi troppo, mi concentrerò solo sul recente caso di Westbrook. Fate particolarmente caso agli ultimi secondi della clip:

 

 

Russell viene colpito in faccia, afferrato, subisce un bodycheck e poi incassa un colpo dall’avambraccio di Cauley-Stein. Ma piuttosto che controllare il replay per un possibile fallo antisportivo, l’arbitro fischia passi alla guardia dei Thunder e lo punisce con un doppio tecnico, uno dopo l’altro, che lo mandano negli spogliatoi.

 

Penso fortemente che il primo problema di Donovan e della squadra (la mancanza di attenzione nell’affrontare squadre più deboli) si sarebbe risolto se l’allenatore avesse preso con passione, e immediatamente, le difese della suo giocatore-franchigia - anche se questo avesse comportato il rischio di una sua espulsione invece che quella di Russ.

 

Magari adesso, infatti, non staremmo parlando di mancanza di concentrazione nell’approccio alla partita, se già due mesi fa Donovan avesse protestato e difeso Melo alla luce di una chiamata ridicola...

 

 

"Vedremo"...!?
Mi spiace, ma nono puoi prima dire di credere che Russell sia stato duramente colpito in faccia, poi sostenere che non ne sei certo e infine concludere con "vedremo" la stessa frase. Stai blaterando, stai equivocando. Se Billy vuole che i suoi giocatori credano in lui, deve essere lui il primo a credere in loro e dargli qualcosa in cui credere.

 

Se Donovan fosse stato espulso in quelle due circostanze, ciò avrebbe permesso a Melo e Russ di rimanere sul parquet?

Difficile, ma non è questo il punto. Il punto è guadagnare il rispetto della squadra e raccontargli, anzi, mostrargli che non accetterà più un comportamento del genere nei confronti dei suoi ragazzi. Anche al costo di pagarne lui stesso le conseguenze.

In questo modo arriverebbe il messaggio che, non importa chi o cosa, lui guarderà le spalle ai suoi giocatori.

 

Protestare per i propri ragazzi è un aspetto fondamentale per un allenatore di successo nell’NBA.

I benefici di tale comportamento sono duplici. Dapprima, conquisti il rispetto dei tuoi giocatori; e inoltre, che si tratti di qualcosa a livello conscio o inconscio, guadagni un certo grado di rispetto dagli arbitri stessi.

 

 

 

Il metodo dietro la follia

 

 

Il rapporto tra allenatore e giocatori negli sport professionistici americani è qualcosa di unico e differente dalla maggior parte degli altri Paesi.

 

Tecnicamente un allenatore è il capo, ma i suoi migliori giocatori vengono spesso pagati 4/5 volte di più. Dal momento che le franchigie investono così tanto nei loro giocatori, il classico metodo di allenare - basato su disciplina e affidabilità - non viene spesso applicato.

Per esempio, panchinare giocatori, soprattutto star, è un buon modo per perdere il posto di lavoro. L'equazione, infatti, è semplice: se perdi loro, perdi il tuo lavoro.

 

Di conseguenza, i coach sono diventati sempre più creativi nei loro metodi, non solo di guadagnare il rispetto dei loro roster multi milionari, ma anche di ottenere attenzione. Per la mancanza di una terminologia più accurata, chiamerò uno di questi ingegnosi metodi “l’Espulsione Strategica”, che è il fratello maggiore di quello che io chiamo il “Tecnico Strategico”.

 

In primo luogo ho osservato il “Tecnico Strategico” alla fine degli anni Ottanta.

Il coach di Oklahoma University Billy Tubbs era un maestro nel motivare la sua squadra prendendosi dei falli tecnici. Ogni volta che i Sooners giocavano molli, prima o dopo Tubbs si sarebbe scagliato contro uno degli arbitri fino a farsi fischiare un tecnico. Poi, siccome era ancora furioso per la presunta causa delle sue proteste, procedeva con il sostenere e l’esortare la sua squadra a concentrarsi maggiormente e a giocare più duri. Funzionava. Spesso ho visto Tubbs cambiare la sua squadra e la partita con un tecnico e più volte l’ho beccato coprirsi la bocca e ridere con i suoi assistenti poco dopo...

 

Qui sotto un video dell’allenatore nativo di Tulsa, Oklahoma, il 9 febbraio dell’89. Con i suoi Sooners sotto di 13 punti, Tubbs ha aspettato il primo presunto mancato fischio e non ha esitato ad attaccare l’arbitro per ricevere intenzionalmente il tecnico. Quando i risultati sperati hanno tardato ad arrivare, ha alzato l’asticella ad un livello superiore. Godetevelo:

 

 

Ero presente a quella partita, circa 7 file dietro la panchina della squadra, e la reazione della folla è stata assordante. Cosa non si vede dal video, è la reazione della panchina dei Sooners: giocatori precedentemente sconsolati, improvvisamente si caricarono, mentre i giocatori sul parquet, fino a un attimo prima frustrati e giù di morale, tornarono verso la loro panchina ridendo e scambiandosi il cinque. Tubbs poggiò il microfono, camminò verso la panchina, prese la sua lavagnetta e chiamò a raccolta staff e giocatori.

 

Tutti gli sguardi erano completamente rivolti a Tubbs mentre disegnava lo schema sulla lavagnetta, e, quando alzò il pugno al centro del gruppo prima che il gioco riprendesse, 15 mani si unirono una sopra l’altra. L’effetto sulla partita fu immediato: Oklahoma University andò in vantaggio sul 36-32, dopo un parziale di 28-9, e fermò la striscia dei Tigers di undici vittorie consecutive finendo 112-105.

35 dei più incredibili e emozionalmente carichi minuti di sport a cui io abbia mai assistito.

 

Tubbs non si avvicinò neanche lontanamente al terzo fallo tecnico. Altro che caso. La gente diceva che Billy Tubbs fosse pazzo.

Sì, pazzo come una volpe...

 

Guardiamo lo stesso “metodo” applicato nella NBA:

 

 

Fate caso a una certa coerenza mostrata nel video: la squadra con un coach vincitore di un campionato era o dietro o poco più avanti nel punteggio contro una squadra che avrebbero dovuto battere senza problemi.

 

A posteriori, penso che Fizdale sperasse di prendersi una “espulsione strategica” in modo da motivare la squadra, piuttosto che panchinare la sua star all’inizio di questa stagione. È probabile che ora avrebbe ancora il suo posto e i Grizzlies si troverebbero in una posizione migliore di quella che occupano attualmente.

 

Qualcuno ha notato il comportamento di Steve Kerr con uno dei suoi assistenti appena prima dell’espulsione? Il cenno, l’ammiccamento e il gesto col pollice? Qualcosa mi dice che Draymond Green avesse smania di ricevere un tecnico, e ciò spiegherebbe anche perché Kerr lo abbia rimandato indietro sul campo. Riguardate e valutate la reazione di Green all’espulsione del proprio allenatore.

 

Dedico molta attenzione a Kerr. Non solo perché mi piaccia, ma perché c’è un’ovvia correlazione tra la stagione scorsa degli Warriors, caratterizzata dall’arrivo del 35, e la situazione attuale dei Thunder, in cerca di amalgamare le sue tre star.

 

L’espulsione di Kerr, tra l'altro, è arrivata appena qualche minuto dopo questo spettacolino:

 

 

L’alterco è occorso il 4 febbraio 2017, quando KD non era ancora pienamente inserito nello stile di gioco dei Warriors, e un po’ di nervosismo aleggiava tra i Dubs.

 

Nel video, Green critica l’atteggiamento di Durant nel primo periodo - e Draymond aveva ragione - tuttavia Kerr aveva bisogno di arginare un dissidio crescente tra i due e di far cambiare l’atteggiamento sul campo di KD. Facendosi espellere. Mentre si trovava giusto alle spalle di Green, Kerr ha trovato il modo di far allontanare Draymond dal 35 per poi intervenire e dirgli le stesse cose, ma da una prospettiva che Kevin potesse recepire senza risentirsi.

 

Basti dire che, da quel momento in poi, Durant ha innalzato il suo gioco - portandolo, tra le altre cose, a disegnare il paio di scarpe più narcisistico di sempre...

 

 

 

 

 

In conclusione

 

 

Un allenatore che cerca intenzionalmente un tecnico o l’espulsione può, ad alcuni, suonare contro-produttivo, forse persino folle; ma ho visto fin troppi coach utilizzare questa tecnica negli ultimi trent’anni, con risultati positivi, per non capirne le logiche. Si tratta di una forma d’arte. Di una performance artistica, se vogliamo.

 

Molti fan della palla a spicchi hanno visto il film Hoosiers (Colpo Vincente, ndr) e ricordano la scena nella quale Gene Hackman dice all’arbitro di cacciarlo, di modo che il suo assistente, Dennis Hopper, l’ubriacone del paese e una vergogna per suo figlio, sia forzato a salire in cattedra e guadagnare il rispetto della squadra, ma soprattutto di suo figlio.

 

Quello era un film, ma guardate una simile storia accadere nel mondo reale:

 

 

La panchina di Williams era caduta nello sconforto. Pensavano che le chiamate arbitrali fossero sbagliate e il loro migliore battitore era appena stato espulso. Aveva bisogno di scuotere la sua squadra confrontandosi con l’arbitro e insistette affinché venisse allontanato dal campo. I Giants alla fine riuscirono a battere i ragazzi di Williams dopo ben 18 inning.

 

È così semplice. Ai Thunder serve una scintilla che non sembra possano generare loro stessi contro squadre minori. Hanno bisogno di qualcuno che si alzi in piedi e veementemente gridi “questa azione - che si tratti di un turnover o di poco movimento delle palla, ecc - e i risultati che ne comporta non vanno bene!”, o un semplice “sveglia!” e sembra che questo compito tocchi a Donovan.

 

Ammettiamolo, tutti noi ogni tanto abbiamo bisogno di un figurato calcio nel sedere, è la natura umana.

Tuttavia, è allo stesso tempo naturale che non piaccia; e mandare giù l’amara pillola sarebbe più facile se Billy ne prendesse, lui, una per la squadra ogni tanto...

 

Spesso ci si chiede come faccia Gregg Popovich a cavarsela trattando i giocatori come fa lui, spesso con toni accesi e senza curarsi di come questo possa far sentire i giocatori. Penso che una delle principali ragioni sia ovvia.

Pop è stato espulso 17 volte. Nel mese di novembre è stato espulso 2 volte, non casualmente nel momento in cui alla squadra mancava la propria star, Kawhi Leonard. Si è guadagnato il diritto di urlare ai suoi giocatori ogni volta che giocano male, perché ha più volte dimostrato di esser pronto a schierarsi in prima linea per loro. Non sorprendentemente, quindi, gli Spurs sono ora al terzo posto ad Ovest, solo 2.5 partite dietro i Rockets.

 

Certo, alcuni allenatori vanno probabilmente oltre. Per esempio, Don Nelson è stato espulso più di 79 volte in carriera, ma, prima di giudicarlo troppo duramente, vi lascio con questo dato: in mezzo alle 79 e più espulsioni, è stato nominato coach dell’anno per tre volte. Un caso?

 

 

 

 

 

 

La redazione di Welcome to Loud City ha sede nell’Oklahoma e si occupa di fare luce su tutto quello che riguarda la franchigia di OKC. Dedita all’universo Thunder a 360 gradi, collabora con Around the Game da giugno 2017. Questo articolo, scritto da R.K. Anthony e tradotto in italiano dalla nostra redazione, è stato pubblicato in data 19/01/2017.

 

 

 

 

 

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