Origine ed evoluzione dell’era 'Pace and Space'

September 30, 2018

Analisi dei Suns ‘Seven seconds or less’ e di come quella squadra ha influenzato il gioco moderno.

 

 

 

© The 94 Feet Report

 

 

Mike D’Antoni è spesso considerato il padrino dell’attacco pace and space (letteralmente, “ritmo e spazio”), famoso per l’abbondanza di tiri da tre punti delle sue squadre, e per le mancanze difensive delle stesse.

 

Ha iniziato la sua carriera NBA da capo allenatore nella stagione 1998-99, accorciata dal lockout, come coach dei Denver Nuggets guidati da Antonio Mcdyess, Nick Van Exel e Chauncey Billups. La squadra chiuse con un record di 14-36, che non sembra poi granché; se si considera però che nella stagione precedente, su 82 partite, i Nuggets ne avevano vinte solo 11, il giudizio su Mike D’Antoni può essere più clemente. Aveva infatti mostrato abbastanza da attirare l’attenzione di diverse franchigie della Lega.

 

Due anni dopo diventò capo allenatore dei Phoenix Suns, a seguito del licenziamento del suo predecessore a stagione iniziata. La squadra vinse solo 21 delle 61 partite allenate da D’Antoni nella prima stagione, ma appena un anno più tardi, con uno Steve Nash in più, la situazione era ribaltata. Chiudendo con un record di 62-20, dimostrò che, con una giusta quantità di talento, il suo attacco a ritmo veloce, basato principalmente sui tiri da tre punti e sugli analytics, poteva avere successo.

 

Steve Nash, Shawn Marion e Amare Stoudemire hanno formato uno dei terzetti più efficaci e divertenti da guardare della storia, grazie alla perfetta unione e complementarietà dei loro skill set. I pick&roll eseguiti da Nash e Stoudemire erano una gioia per gli occhi, con Steve che trovava lo spazio per dei pocket pass che Amare trasformava molto spesso in schiacciate di potenza. L’attenzione che Stoudemire si attirava addosso come rollante creava le spaziature sul campo ideali per un attacco con molti tiri da tre, e un playmaker come Nash era la ciliegina sulla torta: era sufficiente un errore da parte di un difensore in aiuto, e Nash sapeva immediatamente approfittarne con un assist per Stoudemire o uno scarico sull'arco dei tre punti.

 

 

Nel suo migliore periodo con i Suns, Marion ha segnato circa 20 punti a partita, ma non è la sua abilità di andare a punti ad averlo reso una delle colonne del sistema di coach D’Antoni. Marion era soprannominato “The Matrix” perché sapeva fare tutto su entrambi i lati del campo. In difesa poteva cambiare e difendere anche ad alti livelli contro tutti e 5 gli avversari: la sua velocità laterale gli consentiva di mettere in difficoltà le guardie, e aveva abbastanza forza per contrastare i lunghi. Queste due caratteristiche fisiche, unite con un ottimo atletismo e una considerevole apertura alare, lo rendevano un difensore formidabile sia sulla palla che non. Ovviamente, Marion era anche un buon attaccante. A dispetto del suo particolare rilascio, per il quale il suo movimento di tiro è considerato uno dei meno ortodossi della storia NBA, era un discreto tiratore da 3 punti, con una percentuale di realizzazione del 34% con i Suns. Non era particolarmente bravo nel crearsi un tiro, e nemmeno nel portare la palla, ma la sua caratteristica migliore è probabilmente stata la capacità di avere un impatto significativo sulla gara anche senza dover avere la palla in mano.

 

Questo aspetto ha consentito ai Suns di aumentare il numero possessi di pick&roll per Nash e Stoudemire, che portavano spesso ad un tiro da sotto o ad un tiro da tre punti con spazio. Ma ciò che rendeva i Suns così intriganti e belli da guardare era il fatto che il roster fosse perfetto per il loro stile di gioco. Un “pick&roll duo” del livello di Nash e Stoudemire (che, nel loro periodo migliore, potrebbero essere considerati la miglior coppia di sempre in quest’ambito) dava spesso a Phoenix diverse opzioni per tiri ad alta percentuale, tramite un passaggio per il rollante, uno scarico per un tiro da tre o un tiro dal palleggio di Steve Nash.

 

 

 

 

Quel tipo di spaziature, assieme all’insistenza di D’Antoni nel tenere alto il ritmo, portò presto i Suns ad andare a segno molto spesso da tre punti, a livelli quasi da record per l’epoca. Ma una cosa è essere primi in NBA per ritmo e 3-Point Attempt Rate (percentuale di tiri da 3 sul totale dei tiri tentati), un’altra è trasformare questo stile di gioco in uno stile vincente.

 

Per un paio di stagioni, prima delle mosse di mercato del 2005 che diedero il via all’era dei Big 3, anche i Celtics tentavano tiri da fuori con numeri da record, con il 33% di tiri da tre sui tentativi totali. Ma la differenza fra questi Celtics (e tutte le squadre che avevano provato la stessa tattica prima di loro) e i Suns stava nel fatto che la squadra di coach D’Antoni era terribilmente efficace al tiro. I Suns erano in testa alla Lega per 3-Point Attempt Rate, con quasi 96 possessi a partita e, cosa più importante, una percentuale di realizzazione da 3 del 39,9%. Nash, che aveva spesso la palla in mano, era dotato di un tiro dal palleggio particolarmente efficace anche dietro l’arco (44% da tre con 4,3 tentativi a partita). Il fatto che Nash fosse circondato da ottimi tiratori come Quentin Richardson (36% con 8 tentativi a partita), Joe Johnson (48% con 4,5 tiri), Leandro Barbosa (44% con 3,4 tiri), Raja Bell (44% con 5,6 tiri), Walter McCarty (39% con 2,3 tiri) ha permesso ai Suns di vincere 62 partite, e ha probabilmente cambiato per sempre il gioco del basket.

 

I Suns non hanno mai raggiunto le Finali NBA nei quattro anni da capo allenatore di Mike D’Antoni, ma ciò non cambia l’impatto che il loro stile ha avuto sul gioco. Per tre anni su quattro furono eliminati dagli Spurs, che erano probabilmente al picco della loro dinastia, e il quarto anno vennero battuti dai Mavericks di un incontenibile Dirk Nowitzki. Non è nulla di cui vergognarsi. Fu davvero un peccato invece vederli arrivare nel 2005-2006 a sole due gare dalle Finals in una stagione in cui Stoudemire giocò solamente tre partite a causa di un infortunio. Non si può fare a meno di pensare a cosa sarebbe successo se i Suns fossero riusciti ad arrivare alle Finals e ad affrontare Dwayne Wade, Shaquille O’Neal e i loro Miami Heat.

 

I Suns dell’era Nash & D’Antoni viaggiavano al ritmo di “sette secondi o meno”, prendendosi un elevatissimo numero di tiri da tre, per l’epoca. Ma è evidente che i tempi sono cambiati. Sebbene al tempo fossero al vertice della Lega, oggi gli stessi numeri vedrebbero i Suns fra le peggiori 6 squadre della Lega per ritmo, 3-Point Attempt rate (3Par) e tentativi da tre, se portati nella stagione 2017-18.

 

 

Come potete immaginare, è stata una scoperta abbastanza sorprendente. Ovviamente sapevo bene che il gioco si è evoluto verso uno stile con più pick&roll e tiri da tre, rispetto al passato; non avevo però realizzato la portata del cambiamento che la Lega ha subito, poiché ricordavo con affetto la velocità assurda a cui giocavano i Suns (lo era per quei tempi, in effetti). Non è solamente la portata del cambiamento ad essere scioccante, ma anche la celerità con cui ha rivoluzionato l’NBA. Rapportando i loro numeri alla stagione 2015-16, i Suns sarebbero nella prima metà della classifica per ritmo, 3PAr e tentativi da tre, invece che nei peggiori 6 dell’ultima stagione. Qualcosa ha portato velocemente l’era pace and space ad un nuovo stadio, e non è difficile capire quale squadra ha avuto il maggior impatto in questo processo: i Golden State Warriors.

 

Nonostante molti tentino di dare credito a Stephen Curry per aver cambiato il gioco, io credo che questa rivoluzione debba essere attribuita a ben più di che all’effetto di un singolo giocatore. Non è mia intenzione sminuire l’impatto di Curry, che è stato davvero significativo. È solo che ci sono molti fattori all’opera nell’evoluzione del gioco, e si tratta di un peso che non può essere messo sulle spalle di un solo giocatore.

 

Se D’Antoni è stato il Padrino del pace and space, allora Steve Kerr ne è stato il Michael Corleone. Kerr era il dirigente capo dei Suns allenati da D’Antoni, e stranamente fu proprio lui a portare a termine la mossa che mise fine allo stile di gioco di quella squadra. Ma di certo non si può fargliene una colpa: quando hai la possibilità di acquisire Shaquille O’Neal, la devi sfruttare. Non c’è dubbio. Un paio d’anni dopo l’arrivo di Shaq, Mike D’Antoni lasciò Phoenix. I Suns peggiorarono sensibilmente e all’improvviso Kerr passò dietro il banco dei telecronisti e dei commentatori.

 

Ma Kerr aveva chiaramente imparato qualcosa nel suo periodo a Phoenix e aveva probabilmente identificato alcuni principi particolarmente validi della filosofia di D’Antoni. Dopo alcuni anni da commentatore (di ottimo livello), a Kerr arrivò un’offerta dalla zona della baia di San Francisco. Kerr la colse al volo e negli anni seguenti, assieme ai giocatori e al suo staff, ha plasmato un sistema che potrebbe davvero aver cambiato l'NBA per sempre.

 

Gli Warriors avevano avuto una buona stagione nel 2013-14, con Mark Jackson alla guida, vincendo 51 partite e raggiungendo il sesto posto in una Western Conference davvero tosta. Dopo la sconfitta in sette gare contro i Clippers della Lob City, il front office decise che era tempo di cambiare. Sebbene possa essere sembrato ingiusto licenziare un coach che aveva vinto più di 50 gare con una squadra giovane, oggi è chiaro a tutti che Bob Meyers prese la decisione migliore, visto che Golden State è esplosa sotto la guida di Kerr.

 

 

Ci sono state alcune modifiche chiave apportate da Kerr per riuscire a liberare l’intero potenziale da titolo e da 73-9 della squadra. I due cambiamenti più importanti hanno riguardato il passaggio dal numero classico di due lunghi in quintetto a uno, o addirittura a zero: uno di questi è stato lo scivolamento del 3 e del 4 nelle posizioni di 4 e 5; l’altro ha invece riguardato Draymond Green nel ruolo di centro, e l’impatto che poteva avere sul gioco da quella posizione. E nonostante Green non inizi spesso le partite come 5, questa soluzione identifica uno dei migliori quintetti da fine partita della storia del gioco, soprattutto da quando Durant è diventato uno dei fattori dell’equazione.

 

Come Shawn Marion, Green può cambiare su tutti in difesa, visto che ha la capacità difendere efficacemente anche contro i migliori portatori di palla della Lega. In Regular Season, quando ha dovuto difendere in isolamento, Green è entrato nel 48esimo percentile; in difesa contro il palleggiatore del pick&roll si è classificato invece al 65esimo percentile. A un primo sguardo non sembrano dati impressionanti, ma ad ogni statistica serve un po’ di contesto.

 

Nel corso dell’ultima Regular Season, un frequente argomento di discussione era se gli Warriors avessero o meno un “interruttore” da azionare nei Playoffs. L’interruttore “spento” riguardava diversi aspetti, ma il fattore principale era la difesa che non si stava esprimendo agli stessi livelli di élite delle annate precedenti. Il defensive rating di Golden State è infatti uscito dalle prime cinque posizioni, nel 2017-18, piazzandosi al 9° posto con un punteggio di 104,2, rispetto a una media di 100 nelle quattro stagioni precedenti. Questo declino potrebbe sembrare troppo lieve per essere preso in considerazione, ma il confine fra l’essere molto bravi e l’essere fenomenali è sempre molto sottile. In ogni caso, pare che l’interruttore difensivo fosse in mano a Draymond Green, che l’ha senza dubbio attivato durante i Playoffs.

 

Nelle stesse due categorie difensive menzionate in precedenza, durante i Playoffs Green è stato nel 79° e nell’82° percentile. I punti subiti per possesso, rispetto alla RS, sono scesi da 0,9 a 0,66 in isolamento, e da 0,8 a 0,58 in difesa sul portatore di palla nel pick&roll. E bisogna anche tenere a mente che gli avversari erano gente come LeBron James, James Harden, Chris Paul, Eric Gordon, Jrue Holiday e vari altri giocatori delle squadre dell’Ovest.

 

 

Golden State ha abbassato il defensive rating a 100,5 nei Playoffs, 2,5 punti meglio della seconda miglior squadra, pur essendo stata la seconda squadra a giocare più minuti. Nonostante Green e Marion condividano la capacità di difendere su tutte le posizioni, i motivi per cui possono farlo sono differenti. In difesa Draymond sfrutta a suo vantaggio il suo straordinario QI cestistico. È spesso in grado di spiazzare il suo avversario in isolamento, fingendo di voler rubare la palla per poi tornare a difendere attentamente. Marion faceva spesso affidamento sul suo atletismo, mentre Green sa sempre calibrare l’angolo da tenere per recuperare dopo essere stato battuto da una guardia. E non si tratta di sminuire l’atletismo del numero 23 di Golden State, ma solo di sottolinearne l’intelligenza difensiva: le sue rotazioni in difesa arrivano quasi sempre con ottimo tempismo. Personalmente, non gliene ho vista sbagliare nemmeno una nei Playoffs.

 

E quindi, cosa ha a che fare la difesa di Green con lo stile d’attacco che ha rivoluzionato la Lega? Il fatto è che la possibilità di schierare da 5 un giocatore del genere ha fornito a Kerr un’ottima opzione da “small ball”, in grado di proteggere il canestro in difesa e di apportare abilità sopra la media nel tiro da tre e nel playmaking sull’altro lato del campo. Kerr si è così potuto permettere di non avere alcun lungo tradizionale in campo, spostando il 3 e il 4 nelle posizioni di 4 e 5. In questo caso, sono stati Harrison Barnes e Andre Iguodala a giocare da 4, ma questo non è particolarmente importante, visto che l’intero processo era teso a passare a uno stile di gioco meno legato alle posizioni classiche.

 

In aggiunta, la disponibilità generale degli Warriors a passarsi la palla e a giocare di squadra ha costituito un’altra ragione della loro rapida ascesa ai massimi livelli. Hanno giocato un basket splendido, senza preoccuparsi che ognuno avesse per forza la sua parte. Si sono concentrati sul prendere il miglior tiro possibile e hanno sempre avuto un approccio centrato sulla squadra, piuttosto che sui singoli. Certo, Thompson e Curry si sono spesso permessi di prendere tiri forzati. Ma quando questi tiri vengono presi da un giocatore in grado di fare 60 punti in 29 minuti e di segnare anche 39 punti in un solo quarto, e da un altro giocatore che è sulla strada per essere il miglior tiratore da tre di tutti i tempi, non è poi un grosso problema. Il fatto che, per arrivare a segnare 60 punti, Klay Thompson ha preso solamente 11 tiri dal palleggio, e ha tenuto la palla in mano solo per 90 secondi, mostra a pieno l’impatto del tiro da tre e dell’importanza di passarsi la palla senza egoismi.

 

Ogni volta che una squadra ha versatilità in difesa, ottime spaziature e un portatore di palla primario che sa tirare da tre ed eseguire il pick&roll alto a livelli d’élite, ci sono buone possibilità che (se queste caratteristiche vengono utilizzate correttamente) quella squadra diventi uno schiacciasassi. Più vanno veloce, più tiri possono prendere. Se ci aggiungiamo una difesa che va da sopra la media fino ai massimi livelli, stiamo parlando di un team che può vincere ogni singola partita.

 

Sebbene i pionieri di questo stile non siano stati in grado di raggiungere l’obiettivo finale vincendo un anello, essi potrebbero aver influenzato la nascita di uno dei migliori team di tutti i tempi. Una squadra che ha vinto tre titoli in quattro anni e che ha portato lo stile pace and space all’avanguardia del basket. Ed è così che l'eredità spiriturale di quei Suns - anche se non saranno ricordati per aver alzato il Larry O’Brien Trophy - resterà per sempre legata alla storia della NBA.

 

 

 

 

 

 

 

 

© The 94 Feet Report

 

Questo articolo, scritto da Lucas Gaynor per The 94 Feet Report e tradotto in italiano da Davide Corna per Around the Game, è stato pubblicato in data 29 settembre 2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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