Ridere, essere obbligati a ridere, piangere

July 1, 2019

 

 

BROOKLYN, il centro di tutto

 

Neanche a dirlo, l’epicentro della Free Agency 2019. Da prima che iniziasse.

 

Nell’ordine, in questo weekend: la firma di Kyrie Irving e la “Decision” (sul proprio canale Instagram) di Kevin Durant; la scelta di entrambi di rinunciare a circa 5 milioni a testa per consentire, innanzitutto, a Brooklyn l’operazione (con il massimo di entrambi sarebbero mancati nel salary cap 1.2 milioni di spazio), e soprattutto per firmare DeAndre Jordan, che si concede alla causa per $10 M all’anno fino al 2023.

 

La creatura di Sean Marks è arrivata dove voleva arrivare, a stravincere la free agency e costruire una squadra che ha, del resto, un solo obiettivo. Vincere. Due superstar come Kyrie e Durant, insieme a DeAndre, a lungo termine, con due contratti non al massimo e uno poco oneroso, tutti con  lo stesso timing. Da affiancare ad altre situazioni molto vantaggiose a livello contrattuale (per ora, almeno) come Dinwiddie, LeVert e Allen.

 

L’infortunio di Durant, comunque, rimanda con ogni probabilità il progetto di ultra-competitività di un anno. Brooklyn potrebbe essere una delle migliori squadre a Est nella prossima stagione, ma è dall’estate 2020 che potrebbe cambiare davvero la musica nella Grande Mela.

 

Una parabola unica, quella di Brooklyn. Sconfitte e nessuna scelta al Draft, ma un incredibile sviluppo di giocatori “out of nowhere” e una gestione virtuosa, tanto tecnicamente (coach Atkinson) quanto a livello managerale (Sean Marks), del progetto. Uscire dalle proprie ceneri è stato lungo per i Nets. Ma è servito per imprimere al percorso della franchigia, in modo vincente e apprezzato dai diretti interessati, quella direzione che li ha portati ad avere l’occasione giusta, nell’estate giusta, nel posto giusto - che loro hanno reso tale.

 

Si potrebbe dire molto anche del percorso tecnico e personale che ha portato a questo punto due giocatori e personaggi come Irving e Durant. Il primo a 24 anni si è dimostrato capace di determinare le sorti di una serie di NBA Finals e di vincere un titolo da protagonista; prima che il secondo, per due anni MVP delle Finals, lo rendesse impossibile per chiunque altro. Poi l’addio a LeBron, la trade ai Celtics e il rifirmo-anzi-no di Kyrie; l’infortunio di KD e tutte le annesse considerazioni sulla scelta di scendere in campo per Gara 5 contro i Raptors. Quattro anni, ora, per le loro sfide personali, in un big market esattamente alla ricerca di questo tipo di sfida.

 

La prima chiamata dai piani alti per Brooklyn è una chiamata che ci farà divertire. Nella speranza che KD torni dall’infortunio nelle migliori condizioni possibili, vicino almeno al livello celestiale cui ci ha sempre abituato.

 

 

 

PHILADELPHIA, tra pressioni e obblighi

 

In una nottata di frenetico movimento come quella appena finita nella Lega, i Sixers non potevano che essere protagonisti. Dovevano esserlo, per le situazioni pendenti di JJ Redick, Jimmy Butler e Tobias Harris. Ovvero, tre quinti dello starting five, quasi tutto quello che rappresenta l’attuale sfida (della decade, praticamente) di Philaldelphia: circondare Embiid e Simmons del meglio possibile, anzi del necessario, per vincere.

 

Redick ha lasciato la squadra (direzione: New Orleans), così come Jimmy Butler, con cui è stata effettuata una sign-and-trade per spedirlo ai Miami Heat. Lo scambio coinvolge anche i Mavs e ha portato nella città dell’amore fraterno Josh Richardson.

 

In entrata, invece: Tobias Harris, che rimane a Philadelphia con il previsto contratto faraonico (180 milioni di dollari in cinque anni), e Al Horford, in uscita da Boston e messo a libro paga con 109 milioni (97 + 12 legati a bonus, secondo Wojnarowski).

 

Lo spazio dei Sixers, non solo salariale ma di manovra, si è praticamente esaurito. A lungo termine. Embiid, Harris, Richardson e Horford hanno tutti contratti a lungo termine e presto ci sarà da affrontare (onerosamente) l’estensione di Ben Simmons. Ancora una volta costruire intorno allo starting five non sarà semplice, ma se non altro rispetto al 2018 ci sarà tempo per provare a cogliere qualche occasione.

 

Il punto è che Phila non ha migliorato il proprio quintetto. Josh Richardson, giocatore completo, solido e funzionale alla squadra di Brett Brown, detiene un contratto molto vantaggioso, ma non parliamo di un All-Star come Jimmy Butler, capace di fare la differenza in momenti decisivi della stagione. Big Al ha 33 anni e riceverà tantissimi milioni di dollari per i prossimi quattro anni. Difficile pensare che questo possa essere vantaggioso quando ne avrà 35, o 36. Sì, porterà in Pennsylvania doti umane e tecniche importanti, ma lo farà a prezzo carissimo, ingessando il salary cap in modo irreversibile.

 

Il tutto, prendendo una scelta strana: un lungo come Horford, nella squadra di Joel Embiid. Non c’è dubbio che i due possano stare insieme in campo, ma investirci a lunghissimo termine e scommetterci così pesantemente è una mossa pericolosa. Sicuramente, nel pieno dell’era dello small ball, in controtendenza - soprattutto avendo e strapagando Tobias Harris (un 3 nato per giocare 4, di questi tempi).

 

Simmons, Richardson, Harris, Horford, Embiid. Mi chiedo in che misura il front office sia convinto di poter vincere così e quanto, invece, questi movimenti siano dettati dalla pressione. Quella che deriva dall’obbligo di essere competitivi, dopo anni sacrificati e decisioni prese nell’ottica di ottenere questa “finestra” per competere davvero.

 

 

 

NEW YORK, talmente male da doversi scusare

 

Sì, è una storia vera. La free agency si è aperta ufficialmente da poche ore quando i New York Knicks si sono sentiti in dovere di rassicurare - in modo tutt’altro che rassicurante - i propri tifosi, sconfortati.

 

 

Su internet e nelle chiacchiere di qualunque appassionato in tutto il mondo si susseguono elenchi di giocatori accostati alla franchigia e poi sfumati - tra cui soprattutto Zion Williamson, Kyrie Irving e Kevin Durant; e non mancano i commenti sulle tre firme di New York: Julius RandleTaj Gibson e Bobby PortisCon la delusione di una tifoseria - non una qualunque - che aspettava uno storico cambio di direzione per la franchigia.

 

Le stelle della Grande Mela giocano in quella che non è più “l’altra squadra di NY” e per i Knicks l’incubo di non riuscire neanche quest’anno a portare al Madison Squadre Garden un top free agent è diventato realtà. Julius Randle è un giocatore con enormi qualità ma anche diversi limiti, su cui lavorare e intorno a cui evidentemente c’è molta fiducia; ma non è certo quel "giocatore-franchigia" in grado di portare la squadra di coach Fizdale (la cui presenza doveva contribuire ad attirare FA, si diceva) ad un livello competitivo.

 

Lo sviluppo di Mitchell Robinson, Kevin Knox e Dennis Smith Jr sarà di nuovo al centro della stagione, tendenzialmente. Come lo saranno la mentalità e l’identità della squadra. La lottery. La sensazione, ormai, perenne di star perdendo sistematicamente tempo prezioso.

 

Dall’altra parte della città la sfida, più complessa, è stata affrontata con meno risorse (di qualsiasi tipo), ma portata a termine, nella sua prima parte, con grandissimi risultati. E ora viene il bello. Ma da questa parte della città, parliamo dei Knicks. E del modo in cui ci hanno abituati ad assistere quasi ciclicamente a quella che Eli Cohen (Knicks Wall) aveva definito in questo articolo "Knickapocalyspse"

 

 

 

 

 

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