Una riflessione su Ryan Anderson

September 16, 2018

Anderson aprirà il campo per il rookie Deandre Ayton (e non solo)

 

 

 

© Bright Side of the Sun

 

 

L’acquisto più dispendioso dei Phoenix Suns di quest’estate rischia di essere un completo mistero per la gente del posto, al di là della reputazione di essere un tiratore che spara (e mette) le triple da più lontano da questo lato del Golden State. Tutti i tifosi Suns, infatti, lo vedono come un vecchio prototipo di stretch four che il gioco ha ormai superato.

 

Era il sogno di ogni squadra avere un giocatore di 6’10’’ (208 cm) che ha nel suo arsenale l’abilità di prendere rimbalzi facendo taglia fuori e la capacità di allargare il campo in fase offensiva. Solo che questo succedeva fino a un paio di anni fa, immagino.

 

Quest’anno che viene, i Suns potranno contare sulle nuove aggiunte di Ryan Anderson, Trevor Ariza e Mikal Bridges - insieme a Devin Booker - per fare in modo che gli avversari inizino a temere il tiro da tre punti di Phoenix e per dare modo al nuovo e robusto centro Deandre Ayton di giocare sotto canestro con le giuste spaziature.

 

Andiamo quindi a rivedere come Anderson, che ha tirato con il 39% da tre nelle sue ultime cinque stagioni, ha aiutato le sue squadre in passato.

 

 

Il successo della stagione 2011-2012

 

Sei anni fa, l’allora 23enne divenne il prototipo dell’ala grande che crea un attacco con 4 giocatori fuori, attorno al centro più dominante della Lega, Dwight Howard. Anderson ha segnato 16 punti di media, tirando con il 39% le sue sette triple tentate a partita, e ha preso 8 rimbalzi a gara per gli Orlando Magic in versione NBA Finals.

 

Ryno è stato anche nominato Most Improved Player, ha messo a referto il più alto numero di triple di tutta la Lega (166) ed ha concluso al nono posto in NBA per Win Share (8.9) in 61 partite, nella stagione accorciata per via del lockout. È anche arrivato sesto nella Lega per rimbalzi offensivi.

 

Dopodiché è successo il disastro e Orlando ha cominciato a ricostruire la squadra sulle ceneri di Howard, che si apprestava a lasciare la squadra. Tutti sappiamo che ne è stato di Dwight a La La Land, ma cosa è successo invece a Ryan Anderson?

 

Anche lui è andato via quell’estate, dimostrandosi giocatore da squadra che vuole vincere subito, mentre i Magic cercavano di ricostruirsi totalmente. Così venne spedito agli Hornets/Pelicans in una sign and trade economicamente molto vantaggiosa per la franchigia.

 

 

 

NOLA

 

Dopo aver guidato la Lega con 166 triple nel 2011-2012 (in 61 gare, ricordate!), Anderson ha messo a segno 213 tiri da tre nel 2012-2013, dividendosi il reparto di lunghi con il rookie premiato Anthony Davis, ed ha concluso secondo della NBA per triple con 81 partite giocate. Tutto questo tirando 7 triple a partita e uscendo dalla panchina in tutte tranne 22 partite. Ad ogni modo, giocando 31 minuti a gara.

 

New Orleans veniva da un periodo di transizione, con un Eric Gordon stranamente infelice di un max contract - perché il suo cuore batteva per Phoenix, giusto? Anderson ha tenuto di media 16 punti e 6 rimbalzi a partita, partendo dalla panchina dietro ai titolari AD, Al-Farouq Aminu e Robin Lopez, anche lui da poco esiliato da Phoenix.

 

Ma dopo, il disastro.

I due anni successivi sono stati tremendi per Anderson. Davvero terribili.

 

Prima la sua fidanzata si è suicidata nell’agosto 2013, giusto due mesi prima che iniziasse la stagione. L’allenatore Monty Williams ha passato parecchio tempo con Anderson per provare a metterlo nella situazione di affrontare mentalmente la Regular Season NBA, dopo che la giovane ala trovò la sua ragazza in fin di vita e senza riuscire a salvarla.

 

Anderson stava comunque giocando piuttosto bene (19 punti a partita e 41% da tre punti), quando, dopo solo 22 partite dall’inizio della stagione, ha subito un pesante infortunio al collo che terminò la sua stagione, e tutto sembrò crollargli addosso.

 

 

22 partite nel 2013-14 e 61 pesanti e faticose gare nel 2014-15, sentendosi da schifo. Per la maggior parte del tempo non mi sentivo reggere le gambe, è stata davvero dura.” Quindi per lui c’è stato il gran ritorno con New Orleans nella stagione 2015-16, durante la quale tenne 17 punti e 6 rimbalzi di media, dando una spinta alla squadra di Alvin Gentry mentre si affacciava alla prospera free agency del 2016.

 

Nella vita ti aspettano tante difficoltà da affrontare. Certo, forse non un suicidio, ma la vita spesso è dura,” ha detto Anderson un anno dopo. “Adesso ho una prospettiva preziosa della vita, e riesco ad apprezzare di più le cose. Misura la forza che possiedi".

 

 

Houston

 

Anderson è diventato free agent al momento giusto, firmando un ricco contratto da 80 milioni per 4 anni con i Rockets la stessa estate.

 

Ha giocato un ottimo primo anno, aprendo il campo per il nuovo ed eccentrico stile di gioco di Mike D’Antoni, in cui si sparavano 40 triple a serata – il 46% dei tiri di Houston erano triple, il 46%! E la maggior parte del resto erano tiri sotto canestro.

 

Houston ha vinto 55 partite con il terzo miglior attacco della Lega e la 18esima difesa nel 2016-17, con Harden da primo playmaker e realizzatore. Anderson è partito titolare in 72 partite, anche se con un utilizzo inferiore di quello che aveva mantenuto a NOLA, con “soli” 11 tiri a partita (7 di questi erano triple), mentre i Rockets avevano sei giocatori che segnavano almeno 11.7 punti a gara.

 

Quindi è arrivato il turno di Chris Paul, che ha rimpiazzato Patrick Beverley, e i Rockets sono saliti di livello, stavolta lasciandosi indietro Ryan Anderson e vincendo 65 partite, l’anno scorso. Ryno ha perso minuti a favore dei tiri folli di Gerald Green dal perimetro, e soprattutto a causa della difesa dei vari Trevor Ariza, Luc Mbah a Moute e P.J. Tucker, con i Rockets che diventavano la sesta migliore difesa della Lega.

 

Il minutaggio di Anderson l’anno scorso è calato mese dopo mese, da 32 minuti a partita ad ottobre a 11 ad aprile, fino ad una media di soli 8 minuti a partita nei Playoffs.

 

 

Anderson è diventato obsoleto per la NBA?

 

A giudicare da come hanno avuto successo le coppie di ali piccole e dinamiche schierate da Rockets, Warriors, Cavaliers e altre squadre ai Playoffs, si potrebbe pensare che Ryan non abbia più un ruolo nella NBA di oggi.

 

Ma solo un anno fa, Anderson era un elemento importante dell’attacco più eccentrico della Lega, mentre a NOLA, quand’era sano, era una pedina fondamentale della squadra e permetteva ad Anthony Davis di rendere al meglio. Ad Orlando apriva altrettanto bene il campo per Dwight Howard.

 

Tutto questo per dire che forse il trentenne è in grado di aiutare una squadra che è in cerca di un’identità, come i Suns. Forse lui, Mikal Bridges e Devin Booker riusciranno a creare spazio per il rookie Deandre Ayton e per le incursioni di Josh Jackson e T.J. Warren in una versione rinnovata dell’attacco dei Suns, che avrebbe effettivamente punti di forza per cui le squadre dovrebbero organizzarsi.

 

Aspettate un attimo, i Suns potrebbero avere punti di forza? Vedremo come va a finire.

 

Per quanto mi riguarda, Ryan Anderson - qualunque ruolo riesca a ritagliarsi - è parte della soluzione quest’anno, non parte del problema. E già solo questo è un ottimo cambio di passo. Benvenuto nella Valle a Ryan Anderson, dunque.

 

 

 

 

 

 

 

Quella di Bright Side of the Sun è una redazione dell’Arizona dedicata alla franchigia NBA di Phoenix e in collaborazione con Around the Game da giugno 2017. Questo articolo, scritto da Dave King e tradotto in italiano dalla nostra redazione, è stato pubblicato in data 4 settembre 2018.

 

 

 

 

 

 

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