Riflessioni sulla ricostruzione delle squadre NBA

May 28, 2019

 

© Cavs the Blog

 

 

Ora che la lotteria del Draft ha avuto luogo, i Cleveland Cavaliers dovranno fare un passo importante per il futuro della squadra. Il sogno di Zion è ormai sfumato, nonostante Cleveland avesse, insieme ai Knicks e ai Suns, le chance più alte di finire prima grazie al tanking messo in atto questa stagione.

 

Il tanking è risultato essere uno strumento vincente, con qualche eccezione ovviamente, per consentire ad alcune squadre con poca attrattiva per i free agent di prendere giocatori che sarebbero diventati delle stelle. Basti guardare i Philadelphia 76ers, che hanno draftato le due giovani stelle Joel Embiid e Ben Simmons e hanno utilizzato alcuni loro giocatori per ricevere Jimmy Butler e Tobias Harris. Hanno avuto così tante scelte alte da essere riusciti a costruire un nucleo di giovani talenti, pur avendo sbagliato alcune di queste, e a diventare in qualche modo una squadra che può lottare per il titolo. E considerato quanto sia difficile vincere i Playoffs, essere riusciti a mettere assieme un gruppo di giocatori che potesse lottare fino in fondo era tutto quello che potevano sperare. Fatto questo, diventa poi una questione di salute dei giocatori, di ritmo al tempo giusto, e di un pochino di fortuna.

 

Eppure, per ogni Philadelphia ci sono sempre una New York e una Phoenix che sono state tremende pur avendo avuto una grande quantità di prime scelte. Il tanking infatti può diventare un terreno scivoloso. Anche i giovani più talentuosi tendono a non esprimersi al meglio quando entrano nella Lega e raramente contribuiscono in termini di vittorie. Le squadre devono essere pazienti e aspettare che crescano, ma devono soprattutto fare in modo che sviluppino una mentalità vincente che si rifletta sul loro stile di gioco e sulla loro etica del lavoro. Sfortunatamente, le squadra NBA raramente sono così pazienti, spesso licenziano l’allenatore incaricato a creare questa cultura vincente e a favorire la crescita dei ragazzi prima che ne abbia la concreta possibilità. Così si sussegue una sfilza di allenatori, e i giovani si abituano a pensare che nessuno dentro l’organizzazione li ritiene responsabili delle sconfitte. E di conseguenza (logicamente) non lo fanno neanche loro. Il risultato è che i giocatori scelti al Draft non riescono a svilupparsi appieno, la serie di sconfitte continua e si crea un circolo vizioso che si conclude quando subentra una nuova struttura organizzativa.

 

Questo circolo costituisce il motivo per cui i Cavaliers, dopo aver cercato di capire come le altre squadre si siano ricostruite negli anni, hanno dichiarato che non avrebbero tankato quest'anno. Ci sono passati anche loro in quel vortice di sconfitte. Non tanto tempo fa: sono stati la squadra peggiore della NBA dal 2011 al 2014, mentre si ricostruivano attorno a Kyrie Irving. E per quanto siano finiti penultimi quest’anno nonostante le loro intenzioni, ci sono parecchie squadre che Cleveland può prendere come modello per la sua rinascita. Ci sono infatti piccole franchigie, con poca attrattiva, che sono riuscite a diventare buone squadre da Playoffs senza fare affidamento su tante scelte del Draft.

 

I Nets sono stati un esempio di squadra che è riuscita a massimizzare lo sviluppo dei propri giocatori, e a ragione. Dopo aver fatto una delle peggiori trade della storia NBA nel 2013 quando hanno acquistato Kevin Garnett, Paul Pierce e Jason Terry per tre prime scelte. E nonostante avessero molte meno chance delle altre squadre di acquisire giovani talenti, i Nets sono stati in grado di ritornare ai Playoffs dopo soli quattro anni dall’inizio della ricostruzione attorno ai loro giovani, sfruttando lo spazio salariale. Come hanno fatto? Quando si guarda ai Nets, tre cose vengono in mente: trade intelligenti, free agent presi e diventati giovani talenti, e un'enfasi sullo sviluppo dei giocatori per massimizzare il loro potenziale.

 

I Nets hanno firmato giocatori come Joe Harris e Spencer Dinwiddie, si sono presi il contratto di Timofey Mozgov per arrivare a D’Angelo Russell, hanno scambiato un veterano come Thaddeus Young per i diritti su Caris LeVert, hanno scelto Jarrett Allen con la 22esima scelta. Molti di loro erano sottovalutati o considerati addirittura senza valore in NBA, e li hanno trasformati in giocatori da rotazione e, addirittura uno di questi, D’Angelo, in un All-Star. Al capo allenatore Kenny Atkinson e al suo staff va attribuito il merito per l’ambiente che sono riusciti a creare.

 

Questo processo ha permesso a Brooklyn di costruire un buon nucleo di giovani che ha ancora ampio margine di crescita, e allo stesso tempo di liberare spazio salariale per quest’estate. E anche se è improbabile che i Nets possano lottare per il titolo senza prendere una superstar, hanno comunque il potenziale per diventare una squadra in grado di fare buoni Playoffs ogni anno. Può non sembrare troppo (anche se è già meglio di due terzi delle squadre della Lega), ma non è niente di diverso da quel che hanno fatto i Sixers e i Celtics negli anni in cui hanno sviluppato le buone scelte?

 

Ovviamente, i Cavaliers hanno il vantaggio di avere una scelta del primo turno, mentre i Nets no, ma la fortuna non li ha aiutati quest’anno. Ciò nonostante, potrebbero riuscire a costruire una squadra solida attorno a una stella e a un po’ di scelte. Molte squadre ci sono già riuscite, pur non essendo destinazioni appetibili per i free agent.

 

Pur giocando in un mercato più grande e pur non essendoci in Texas una tassa statale sul reddito, gli Houston Rockets raramente sono stati una meta per i top free agent. Dwight Howard e Chris Paul sono le uniche due stelle ad essere andate a Houston da free agent, e l’hanno fatto per giocare con un'altra superstar, James Harden. Hakeem Olajuwon e Yao Ming sono stati presi come prime scelte nelle rare volte in cui i Rockets hanno vinto la Lottery, ed entrambe le volte sono risultate scelte più che azzeccate. Ma a parte questi due casi, i Rockets hanno sempre portato a Houston le stelle tramite trade negli ultimi 30 anni, da Clyde Drexler a Tracy McGrady, fino ad Harden.

 

Prima di ricevere Harden in una trade con Oklahoma City, i Rockets hanno speso le tre precedenti stagioni dopo l’era Yao / T-Mac fuori dai Playoffs, nonostante un record positivo. Il General Manager Daryl Morey si è concentrato su giocatori giovani con buone statistiche analitiche. Questi giocatori hanno avuto valore sia come pedine da scambiare sia in campo. Kyle Lowry, Goran Dragic, Trevor Ariza e Jeremy Lin hanno giocato per i Rockets mentre cercavano l’opportunità giusta per aggiungere una nuova stella alla squadra. Hanno scambiato alcuni di questi per delle scelte o altri giocatori fino a che non hanno trovato l’oro in James Harden, una stella sul nascere amata dai modelli analitici e la cui squadra non era interessata ad offrirgli un max contract. I Rockets son stati molto felici di offrirglielo e da allora sono diventati una delle migliori squadre nella Lega. Ed anche se non sono ancora riusciti a tornare alle NBA Finals, men che meno vincere un titolo, sono state una delle poche squadre con reali chance di farcela negli ultimi anni. E quella chance è tutto ciò a cui una squadra può realisticamente puntare, in questo momento soprattutto.

 

 

I Denver Nuggets e gli Utah Jazz sono altre due franchigie che hanno costruito la propria squadra attorno a giovani stelle e altri giocatori promettenti, pur non avendo avuto alte scelte al Draft. L’ultima volta che i Nuggets hanno avuto una tra le prime cinque è stato quando hanno selezionato Carmelo Anthony nel 2003 con la terza scelta.

 

I pezzi fondamentali dei Jazz (che hanno anche preso con la loro quinta scelta Dante Exum), Rudy Gobert e Donovan Mitchell, sono stati selezionati con la 27esima e 13esima scelta nei loro rispettivi Draft. Joe Ingles è stato pescato tra gli scarti dei Los Angeles Clippers. Royce O’Neale è stato firmato dopo la Summer League una volta che aveva cominciato la sua carriera oltreoceano. Tutti loro hanno giurato fedeltà a Quin Snyder. E il fatto che non abbiano perso un colpo dopo la partenza di Gordon Hayward per Boston nel 2017 è la dimostrazione che i Jazz sono un’organizzazione funzionante.

 

I Nuggets hanno selezionato Jamal Murray come settima scelta al Draft 2016, mentre Gary Harris è stato preso come 19esima scelta al Draft di due anni prima. Malik Beasley venne preso con la stessa scelta, ma nel 2016. Monte Morris come 51esima nel 2017. Will Barton è arrivato a Denver (insieme ad una scelta del primo giro) nel 2015 per Arron Afflalo e Alonzo Gee. Ovviamente, più sbalorditiva di tutte è stata la vicenda di Nikola Jokic, il centro All-Star di Denver su cui hanno messo le mani con la 41esima, nel 2014. Sono riusciti a trasformare delle risorse decenti in giovani talenti, diventati poi ottimi giocatori, alcuni addirittura All-Star, con il potenziale di diventare qualcosa di ancora di più. Sono poi stati in grado di convincere Paul Millsap a raggiungerli durante la free agency e a costruire una squadra in grado di arrivare a Gara 7 delle semifinali di Conference con la maggior parte delle rotazioni di 24 anni o meno. Coach Mike Malone e il suo staff hanno fatto un ottimo lavoro con i più giovani e hanno tutto il merito che gli spetta. Il futuro a Denver è luminoso.

 

Gli Indiana Pacers non hanno scelto più in alto della decima sin dal Draft del 1989. Hanno costruito una cultura vincente grazie a una stabile organizzazione, scelte ponderate al Draft, trade prudenti, firme intelligenti di free agent e una chiara identità sul campo. L’identità si è un po’ rimodellata durante gli anni, ma è sempre quella migliore per i giocatori nel roster. Come i Jazz, anche loro hanno perso una superstar, ma hanno proseguito senza perdere un colpo: la trade di Paul George per Victor Oladipo e Domantas Sabonis è un esempio perfetto di scambio che si è rivelato utile per entrambi le parti in causa.

 

Molte persone direbbero che i San Antonio Spurs sono il modello che le squadre con un mercato di media grandezza dovrebbero seguire. Se da un lato è piuttosto vero, dall’altro le fondamenta degli Spurs si sono create attorno ad un paio di prime scelte. David Robinson è stato un MVP, ma ha saltato 76 partite durante la stagione 1996/97, permettendo agli Spurs di vincere la Lottery e di selezionare di conseguenza Tim Duncan. E questi due Hall of Famers  (probabilmente le due stelle più altruiste in campo della storia NBA), insieme a Gregg Popovich, hanno creato un’etica di duro lavoro e responsabilizzazione che ha segnato l'NBA per due decadi. Certo, è vero che gli Spurs hanno fatto delle scelte incredibili al di fuori della Lottery e addirittura del primo giro come Tony Parker, Manu Ginobili e Kawhi Leonard. Vero anche che gli Spurs hanno inserito buone rotazioni dal nulla come Stephen Jackson e Danny Green e che fanno tanto in termini di scouting e sviluppo dei giocatori, creando un’organizzazione stabile che i Cavaliers dovrebbero provare, sul lungo periodo, ad emulare. Sono davvero il modello di franchigia vincente della NBA. Ma sfortunatamente è praticamente impossibile trovarsi ad avere fondamenta come quelle di di San Antonio: due giocatori dal carattere e dalla qualità di Duncan e Robinson.

 

Dando un po' un’occhiata alle squadra sopra menzionate, non c’è dubbio che delle ottime scelte possano aiutare, e non poco, a ricostruire una squadra. Eppure non è l’unica componente necessaria, e neanche lontanamente la più importante. Se si fa attenzione a cosa accomuna quelle squadre ed altre contendenti al titolo, si può notare: la massima attenzione allo scouting, un buon supporto fornito dalle scelte del Draft, trade oculate, ottima gestione delle proprie risorse, stabilità nel front office e nello staff dell’allenatore ed una grande cura nello sviluppo dei giocatori. Il tutto unito ad una necessaria cultura di responsabilizzazione.

 

È tuttora incerto se i Cavaliers siano in grado di dimostrare queste qualità. Dan Gilbert non è conosciuto per la sua pazienza. Ma, se riusciranno a sviluppare quei tratti che accomunano le squadre di cui si è scritto, avranno una chance di competere ad alti livelli, indipendentemente da come è andata la Lottery.

 

 

 

 

 

 

 

© Cavs the Blog

 

Questo articolo, scritto da Mike Schreiner per Cavs the Blog e tradotto in italiano da Emilio Trombini per Around the Game, è stato pubblicato in data 13 maggio 2019.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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