Sono tornati i Chicago Bulls?

July 27, 2018

 

Tredici mesi fa Jimmy Butler passava dai Chicago Bulls ai Minnesota Timberwolves.

Uno dei giocatori più versatili e richiesti dell’intera NBA cambiava finalmente squadra dopo mesi di speculazioni e la Western Conference guadagnava una ulteriore superstar e una nuova, possibile, contendente alla propria vetta. Almeno apparentemente.

 

I Bulls venivano da una stagione che definire travagliata è poco (ricorderete forse lo scontro frontale con Wade e Butler da una parte e Rondo in difesa del restante nucleo - giovane - del team dall’altra) conclusasi con un’eliminazione al primo turno dei Playoffs per mano dei Celtics; di per sé poteva essere ampiamente pronosticabile, sì, ma lasciava l’amaro in bocca a causa dell’iniziale vantaggio per 2-0 accumulato al Boston Garden dai Bulls e sgretolatosi in seguito all’infortunio proprio di Rondo.

 

Se l’era dei Bulls-contender di Rose, Butler, Deng, Noah e Thibodeau era finita da un pezzo, quella della ricostruzione attorno a Butler non era mai veramente iniziata, o quanto meno non pareva poter condurre la squadra ai risultati auspicati.

Dunque, ripartire era l’unica possibilità.

 

Negli ultimi due anni abbiamo visto un numero sorprendentemente elevato di star cambiare squadra, anche a causa del peso sempre maggiore che la volontà dei giocatori e di conseguenza la free agency hanno. Chi si è trovato costretto a cedere ha preferito farlo, a seconda della situazione, in cambio di pacchetti di differente composizione.

 

Davanti alla necessità di dare via un giocatore-franchigia o simil tale, la linea di pensiero che negli ultimi anni è andata per la maggiore è stata quella di provare a ottenere in cambio quanti più giovani interessanti e scelte (meglio se di qualità) possibile; o in alternativa se le intenzioni di chi cede sono quelle di provare a restare competitivo nell’immediato, un giocatore solido e un giovane già in qualche modo considerato merce sicura, oppure un giocatore da rotazione e scelte future. A seconda dei piani futuri del venditore, possono anche fare comodo buoni contratti garantiti nel tempo, o contratti elevati e in scadenza.

 

Ricevuta la richiesta di trade da parte di Kyrie Irving, i Cleveland Cavaliers hanno deciso di accettare un’offerta, quella di Boston, che nelle loro idee li avrebbe tenuti fortemente competitivi nell’immediato senza imprigionarli per gli anni a venire qualora (come poi è stato) anche il loro altro e vero miglior giocatore li avesse abbandonati dodici mesi più tardi.

 

Le cose per Cleveland sono andate che peggio non potevano, ma il contratto di Crowder (eccellente) ricevuto da Boston ha permesso ai Cavs di mettere le mani su Rodney Hood (che verosimilmente i Cavs, nonostante dei Playoffs deludenti, riconfermeranno), e la scelta dei Nets non si è mossa dall’Ohio.

 

 

Indiana ha fatto bingo in faccia a tre quarti dell’NBA che li derideva nell’affare con Oklahoma City: Paul George è andato ad OKC e la scommessa di Presti ha pagato eccome, salvandogli forse addirittura il posto (il tanto vituperato Masai Ujiri ha compiuto una mossa quasi identica e non è affatto detto che alla fine non riderà quanto e più di Presti); il giovane e il veterano giunti nell’Indiana (Sabonis e Oladipo) hanno addirittura migliorato il livello di una squadra che tutti vedevano sensibilmente indebolita.

 

San Antonio in una tanto obsoleta quanto meno-male-che-esiste ricerca del massimo risultato immediato, nonostante i relativi mezzi a disposizione, ha deciso di scambiare la propria superstar per un’altra, di livello inferiore, ma pur sempre tale; ed è evidente che Poeltl dalle parti dell’Alamo piaccia, era apprezzato anche a Toronto, ma era comunque il giovane considerato di minor prospettiva tra quelli a disposizione, soprattutto se paragonato a Siakam ed Anunoby.

 

Se consideriamo la tendenza evidenziata nelle maggiori trade degli ultimi due anni (tralasciando quella di Chris Paul ai Rockets, perché si trattava di un sign&trade, e quella di DeMarcus Cousins ai Pelicans, per l’eccessivo numero di varianti impazzite coinvolte, da Boogie stesso, a Divac e i Kings, da Dell Demps ai Pelicans…troppe cose tutte insieme per fare di quella trade un metro di paragone credibile) gli Spurs, pur facendo alzare - e non senza motivo - qualche sopracciglio agli esperti NBA, sono riusciti nella non facile impresa di portare a casa una bona-fide superstar in cambio di un giocatore che aveva fatto chiaramente capire di non voler restare dove si trovava e di essere interessato a giocare nel lungo periodo per una (?) sola squadra della Lega.

 

Quella che ha coinvolto Jimmy Butler è però, per alcuni versi, la madre di tutte le trade. Al pari di Cousins, e a differenza oltre che dei giocatori citati anche per dire di Eric Bledsoe, Butler non aveva espresso il desiderio chiaro di essere ceduto, meno che mai a una specifica squadra, il che ha permesso ai Bulls di mantenere alto il prezzo del loro gioiello. La separazione tra lui e la squadra che lo aveva draftato appariva inevitabile per una serie di motivi, primo fra tutti il cattivo tempismo nelle storie di Butler e dei Bulls. Un giocatore di primo livello all’apice della propria carriera, una squadra di non primo livello, che dei suoi servigi in fin dei conti non sapeva bene che farsene. Butler non aveva un rapporto particolarmente buono con Hoiberg e la dirigenza dei Bulls non era convintissima nell’andargli ad offrire (eventualmente quest’estate) un prolungamento per il super-max. L’impazienza di Thibodeau ha fatto il resto.

 

Nella notte del draft 2017 i Bulls cedono a Minnesota Butler e i diritti sulla 17a scelta (Justin Patton) in cambio di Kris Dunn, Zach LaVine e la settima scelta assoluta, Lauri Markkanen.

 

La trade per Minnesota sembrava avere perfettamente senso, in quanto capitava in un momento in cui per l’ultima volta la squadra poteva permettersi di muovere uno dei propri giovani prima che venisse il tempo di pagarlo. I T-Wolves avevano deciso di puntare su Wiggins e Towns tra i giocatori del loro nucleo giovane, e se sul secondo non sembrano esserci particolari dubbi (a parte un’attitudine difensiva rivedibile), sul primo e sulla quantità di soldi che Minnesota lo pagherà per i prossimi anni ce ne sono, eccome.

 

Ma comunque: Butler non si può non prendere, soprattutto se in cambio dai via un playmaker 24enne che ha avuto una stagione da rookie deludente e un giocatore sulla cui futura affidabilità (non solo fisica) ci sono parecchi dubbi. O no?

 

Dall’equazione rimane fuori Markkanen, che ovviamente sarà negli anni il vero ago della bilancia di una trade che al momento sembra pendere, nettamente e clamorosamente, dalla parte dei Bulls.

 

Perché i T-Wolves sono stati molto peggio di quanto si pensasse, e incominciano anche ad assomigliare pericolosamente ad una polveriera. Sul futuro di Butler, che sarà free agent nel 2019, non ci sono certezze. Qualche settimana fa Jimmy ha rifiutato un’estensione contrattuale con Minnesota (100 milioni per quattro anni, il massimo che la franchigia poteva offrire) decidendo di scommettere su se stesso, e potrà ottenere un contratto più ricco a seconda delle proprie prestazioni nella prossima stagione.

 

Potrebbe però anche decidere di cambiare franchigia, da free agent. Inutile dire che se Butler dovesse lasciare Minnesota al termine della (o durante la) prossima stagione, quella che era una trade più che legittima per Minnie si trasformerebbe in una Caporetto a scoppio ritardato.

 

Mentre i Bulls, forse, sono già lì. Tornati. Non meravigliosi, non comprovati, ma interessanti, già potenzialmente in lotta per un posto nei Playoffs della prossima stagione. E se ne parla relativamente poco. Il processo di ricostruzione dei Bulls non può dirsi terminato, ma quello di rifondazione sì.

 

Entrando nella stagione 2018-19, tre elementi del probabile quintetto di partenza dei Bulls provengono proprio dalla sopracitata trade, e due di loro nella passata annata hanno superato le aspettative. Dunn è probabilmente già meglio di quanto Minnesota pensasse potesse diventare ed è un’innegabile forza difensiva, mentre il finlandese ha le stimmate del Diverso.

 

Quanto a Zach LaVine: Minnesota sapeva di avere tra le mani un freak, uno dei migliori atleti dell’NBA con tratti di westbrookismo nel proprio gioco e un range di tiro di livello. Sapeva altresì che di lì a un anno il ragazzo - che rimane un difensore nettamente al di sotto della media - sarebbe stato pagato più di quanto la squadra si sarebbe voluta poter permettere. Nella prossima stagione lui e Butler guadagneranno fondamentalmente la stessa cifra essendo due giocatori di livello diverso. Perchè i Bulls, costretti dall’avventurosità di Sacramento, hanno rifirmato LaVine a 19,5 milioni all’anno per quattro stagioni. Tanti. Troppi, forse.

 

Chicago aveva interesse a mantenere compatto il proprio nucleo, decisa a veder fruttare in casa i risultati della trade allestita con il proprio ex allenatore. Ha deciso di pagare LaVine al di sopra del proprio attuale valore di mercato assumendosi un rischio che comunque è parzialmente calcolato, dal momento che i Bulls non hanno per ora contratti gravosi di lunga durata a proprio carico.

 

Nella scorsa stagione i Bulls sono stati per un periodo una vera e propria squadra di culto nella Lega. Il rientro di Mirotic dalla convalescenza ha portato il gioco a un livello mai visto negli ultimi anni, nettamente il migliore dell’era Hoiberg, e la dirigenza davanti allo scherzo di una squadra costruita per perdere che accumulava record. Ceduto Mirotic per una prima scelta (e il contratto di Asik, che a Chicago più di tanti problemi non ne causa) le cose si sono rimesse sulla lunghezza d’onda desiderata (Perdere e perderemo!) e la seconda parte della stagione è stata utile a sviluppare Dunn (quando non era infortunato), il rientrante LaVine (non averlo avuto nella prima parte di stagione, anche lì, non era stato un gran problema) e il culto pagano attorno a Bobby Portis.

 

 

Nel draft dello scorso giugno i Chicago Bulls hanno selezionato il centro in uscita da Duke Wendell Carter, di cui si dice (e si è visto durante la Summer League di Las Vegas) un gran bene. Andrà a comporre con Markkanen (e Bobby) il frontcourt del futuro della franchigia. Asik e Robin Lopez, se non saranno buyouttati durante la stagione, faranno prevedibilmente poco più che dare l’acqua ai pesci nello spogliatoio. Carter dovrebbe essere in grado di fornire ai Bulls difesa di alto livello - abbinata a una capacità di cambiare sugli esterni che è centrale nella valutazione di un lungo moderno - e la possibilità in attacco di aprire il campo in coppia con Markkanen.

 

Dunque: Dunn, LaVine, Markkanen e Carter. Mancava solo un uomo per completare il quintetto dei Bulls della prossima stagione.

 

In estate, quando la maggior parte dei principali free agents aveva già trovato casa, liberatisi di qualunque contratto considerato scomodo fosse possibile liberarsi - Zipser e Nwaba su tutti (il secondo era stata un'altra e forse la più sorprendente tra le note positive della scorsa stagione, e Chicago potrebbe comunque ri-firmarlo) - i Bulls hanno piazzato il loro colpo più importante riportando a casa un figlio di Chicago, un giocatore che come LaVine è estremamente intrigante ma non può fornire tutte le garanzie richieste: Jabari Parker.

 

In un mercato povero di squadre con spazio salariale, gli ovvi dubbi legati al fisico e la mancanza di un chiaro ruolo sul campo, di un’identità tecnica definitiva (e di richieste contrattuali importanti) hanno fatto sì che il numero di offerte per il mormone ex Duke fosse esiguo. La squadra che lo aveva draftato, i Milwaukee Bucks, che avrebbe avuto il diritto di pareggiare qualunque offerta fosse pervenuta a Parker, una volta capito che avrebbe dovuto mettere mano al portafogli ed entrare abbondantemente nel territorio della luxury tax per trattenerlo, ha addirittura preferito rescindere la sua qualifying offer rendendolo un unrestricted free agent. Se i Bucks (che hanno firmato con un triennale da 21 milioni di dollari Ersan Ilyasova) abbiano fatto una buona scelta o meno, ce lo dirà il tempo.

 

I Bulls hanno quindi messo sotto contratto Parker con un contratto di due stagioni a 20 milioni di dollari all’anno, in cui il secondo è una team option. Decisiva, nella decisione di Chicago di affondare il colpo su Parker, è stata la convinzione che il ragazzo sia un’ala piccola, e come tale vivrà la maggior parte dei propri minuti sul campo.

 

 

Come con LaVine, con Parker i Bulls hanno deciso di assumersi un rischio (ancora più) calcolato. Se le cose andranno bene, Chicago avrà a propria disposizione un giocatore dal talento quasi illimitato e la possibilità di tenerlo con sé nel lungo termine. Se le cose dovessero invece andare male, Paxson e Forman si sono garantiti una via di fuga piuttosto vicina nel tempo.

 

Chicago ha puntato per ricostruire su giocatori di quasi primo piano, estremamente promettenti ma non del tutto esplosi né affidabili, di fatto scartati (non necessariamente a cuor leggero) da squadre che pur avendoli draftati li consideravano in qualche modo sacrificabili all’interno di un disegno di più ampio respiro.

 

Dopo un solo anno dalla cessione del proprio miglior giocatore, i Bulls possono contare su un nucleo estremamente giovane e accattivante, con la possibilità di mantenerlo negli anni a venire. Su questo nucleo hanno già investito in maniera importante, ma non si sono legati indissolubilmente le mani per il futuro.

 

Potrebbero aver già compiuto, si augurano loro una volta per tutte, il necessario passaggio nel purgatorio dell’anonimato NBA. Potrebbero essere riusciti a rimettersi in carreggiata in maniera sorprendentemente veloce, azzeccando una serie di mosse dirigenziali nel giro di dodici mesi.

 

Ma potrebbero anche, d’altro canto, essersi messi in carreggiata per un non esaltante futuro breve nel mondo della rispettabilità NBA, senza infamia e senza lode.

 

Se sul loro percorso hanno incontrato Markkanen (e questa non può che essere considerata una cosa buona), LaVine e Parker portano in dote incognite non trascurabili. Lo scioglimento di queste ultime ci dirà se veramente, sorprendentemente, silenziosamente, e molto velocemente, i Chicago Bulls sono tornati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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