Steve Francis si racconta

March 15, 2018

Francis racconta i suoi momenti più controversi: il rapporto con la droga e l'alcool, "la conferenza stampa più arrogante di sempre", e molto altro...

 

 

© Chicago Tribune / TNS

 

 

Steve Francis vuole che tutti lo sappiano: non ha mai fatto uso di crack. Allo stesso tempo sottolinea però quanto ha dovuto lottare per arrivare ad essere un giocatore di così grande impatto; per dirla con le sue parole: "Dalla strada alla NBA in quattro fottuti anni!".

 

Francis, che ora ha 41 anni ed ha smesso di giocare nella Lega nella stagione 2007-08, ha descritto in una lettera inviata al Tribune la sua infanzia, segnata dalla povertà e da una vita non proprio legale trascorsa nel quartiere di Takoma, a Silver Spring, situata ai confini tra il Maryland e Washington; non sono poi mancati ricordi legati ai nove anni passati nella NBA né un pizzico di rammarico per il ritiro.

 

Al liceo Francis non frequentava molto gli allenamenti della squadra di pallacanestro, ma ha giocato abbastanza da farsi notare da un junior college del Texas nel circuito della AAU; per poi passare ai Maryland Terrapins, prima di approdare nella Lega con la seconda scelta assoluta degli Houston Rockets al Draft del 1999.

 

Francis ha continuato a citare per tutta la lettera i suoi trascorsi, ma ha più volte sottolineato che non è mai entrato in contatto personale con la droga, probabilmente spaventato dallo scalpore provocato da arresti e disavventure nella sua vita post-NBA.

 

"Ho avuto dei giorni grigi, non lo nascondo", scrive poi, "e so che le persone si chiedevano: 'Ma che diavolo è successo a Steve?'. La parte più

difficile è stata leggere stronzate e notizie false sul web secondo le quali ero diventato un tossico; ho pensato a mia nonna, o ai miei figli, che leggevano quegli stupidi articoli, mi ha davvero spezzato il cuore. Non lo nego, ho venduto crack, ma mai nella vita l'ho provato. 'Ma che diavolo è successo allora a Steve?' E' successo che bevevo molto, ecco cosa è successo. In pochi anni ho perso la pallacanestro, ho affrontato un momento delicato e il mio patrigno si è suicidato".

 

 

Stando ai racconti sulla sua vita tra gli anni '80 e '90 non è difficile credergli; ad ogni modo per quanto possa aver bevuto negli ultimi anni, Francis non ha mai ceduto alla tentazione della droga. Ha dichiarato che mentre faceva quello che faceva, "nel ghetto, per sopravvivere" è stato rapinato tantissime volte, con la pistola puntata alla tempia, ed è stato picchiato altrettante volte. Ma non è mai stato questo a fargli paura.

 

"La cosa che più mi spaventava erano le droghe.. gli aghi cazzo, le pipette, la fenciclidina! La gente partiva completamente di testa con quella merda. Si trovava ovunque e la comprava chiunque: infermieri, professori, postini, persino il sindaco di D.C., Marion Barry, sembrava un'apocalisse zombie. E' questa la realtà in cui viviamo cazzo, ogni giorno, ad ogni minuto e ad ogni angolo ci sarà qualcuno che vende e qualcuno che consuma droga". 

 

Nella lettera racconta come l'unico aspetto positivo dell'essere diventato un "phone boy", ovvero un bambino di 10 anni che risponde agli ordini per la droga al posto dello spacciatore di quartiere, è che ha avuto un sacco di tempo libero per lavorare sul suo tiro. Usava la parte alta della cabina del telefono come canestro, e l'unico modo per segnare era alzare la parabola e fare ciuffo. 

 

Steve Francis ha solo accennato alla mancanza di voglia che l'ha portato a finire anticipatamente la sua carriera, ma ha messo bene in chiaro quanto ci sia rimasto male a posteriori: "Sono passato dal vendere droga in strada alla NBA in soli quattro anni, ed ora? E' davvero finita così? A 32 anni? Sapevo di non poter più andare avanti. E chiunque tu sia, dover lasciare quello che ami è davvero una merda". 

 

Più avanti nella lettera, Steve ha scritto qualche bell'aneddoto amarcord per i tifosi appassionati di NBA. 

 

Ha scritto di quella volta in cui ha portato a scuola Shawn Marion, quando quest'ultimo ancora giocava nel junior college. 

 

"Lui giocava per la Vincennes all'epoca, e faceva parte della JuCo All American. In teoria doveva essere IL giocatore, ma quando è venuto in Indiana l'ho ammazzato, sportivamente parlando: gli ho sparato una quadrupla doppia in faccia! Ed ancora mi ricordo di quando siamo andati entrambi in NBA e durante qualche shootaround ci ridevamo sopra, fino a che lui mi ha confessato di avere a casa una videocassetta della partita. Ormai sono vent'anni che chiedo a Shawn di darmi quella maledetta cassetta ma lui non me la vuole dare. DOVE CAZZO E' LA VIDEOCASSETTA SHAWN?!".

 

Racconta poi di quando stava per andare a Georgetown:

 

"Per me era un periodo di scelta: Maryland o Georgetown, e a dirla tutto ero molto più propenso a firmare per Georgetown, ma non scorderò mai la conversazione che ho avuto con John Thompson. Mi ha detto: 'Steve, ci piaci, davvero, ma in squadra ho Allen Iverson. Non posso prendere te, proprio non posso Steve, mi verrebbe un infarto'. 

Ho rispettato la sua sincerità: aveva ragione lui. Ha visto tutti gli scalatori sociali che si erano avvicinati ad Iverson a Georgetown e sapeva che sarebbero arrivati anche da me, perciò a 21 anni, durante il mio anno da Junior, ho scelto Maryland". 

 

Ha poi parlato della trade forzata dai Vancouver Grizzlies, che lo avevano originariamente draftato:

 

"So che a Vancouver c'è ancora gente a cui girano le palle per la questione, ma io ho quasi pianto quando ho sentito il mio nome alla seconda chiamata di quel draft. Non ero pronto ad andare al freddo in Canada, così lontano dalla mia famiglia, per una squadra che tra l'altro era destinata a trasferirsi; mi spiace ma.. beh in realtà non mi spiace nemmeno. Ognuno ora vede il business che c'è dietro la pallacanestro e credetemi: quella squadra era fottuta, ragazzi. L'unica cosa per cui mi spiace è l'essere andato là e aver fatto probabilmente la conferenza stampa più arrogante della storia della NBA...

 

E poi la volta in cui è stato umiliato da Sam Cassell, nella sua prima partita coi Rockets... in cui il veterano dei Bucks aveva fatto in modo che Steve stesse fuori tutta la notte prima della partita.

 

"Hey, è stato fuori con me tutta la notte ed il giorno dopo mi ha sparato 35 punti in faccia! Ero così stanco nel primo quarto che pensavo sarei svenuto! Pensate, ero un rookie e stavo facendo schifo, in una squadra con Charles Barkley ed Hakeem The Dream Olajuwon che mi guardavano, così come faceva Rudy T (coach Tomjnovich)... e probabilmente pensavano: 'Abbiamo scambiato 15 dannati giocatori a Vancouver per questo cazzone?'".

 

Ricorda poi con piacere il modo in cui lo trattano a Houston:

 

"Ah, il momento di gloria passato dalla squadra quando io e Yao Ming giocavamo insieme, quel ragazzo era il mio uomo.. quando è arrivato ai Rockets eravamo un duo molto strano, ma lui è sicuramente il mio compagno di squadra preferito, a mani basse!

 

Era un giocatore davvero eccezionale, non riesco ad immaginare quanto avremmo potuto vincere insieme, se non fosse stato per quegli infortuni arrivati così presto e se non ci avessero separato; ci penso ogni giorno". 

 

Non ha buone parole da spendere invece per gli anni trascorsi ad Orlando e New York: 

 

"Non voglio nemmeno parlare di quel periodo, soprattutto degli anni ai Knicks... Mi è sembrato di vivere la fine del film 'Quei bravi ragazzi': un gran casino, tutti che parlano dietro le spalle, e male, dei compagni. E' stato orribile, in entrambe le squadre ho realizzato mezzo secondo dopo l'ingresso in spogliatoio che quell'anno non si sarebbe vinto un cazzo". 

 

Francis ha poi condiviso una storia divertente trascorsa dopo una partita contro Gary Payton, che descive come "bravo a tirare quasi quanto nel fare trash talking". Dopo aver battuto Payton, conosciuto per le sue grandi doti difensive sulla palla, ed averlo scioccato con un'incredibile performance offensiva, pare infatti che Gary gli sia corso incontro negli spogliatoi urlando a squarciagola:

 

"Aspettami piccolo stronzetto, aspetta che io venga a Houston. Ti faccio un culo grande come una casa, Francis!

Ti faccio capire perché sei un rookie, e da rookie ti devi comportare!"

 

"Al ritorno ero sull'aereo per Houston e l'unica cosa che riuscivo a pensare era: 'Ce l'ho fatta, Steve Francis ce l'ha fatta'". 

 

"Dalla strada alla fottuta NBA, ragazzi!".

 

 

 

 

 

Il Chicago Tribune, fondato negli anni ‘40 da James Kelly, è il quotidiano più letto dell’Illinois e un punto di riferimento per i tifosi dei Bulls. La sua sigla, WGN (World’s Greatest Newspaper), è associata a quella AtG da ottobre 2017. Questo articolo, scritto da Des Bieler e tradotto in italiano dalla nostra redazione, è stato pubblicato in data 08/03/2018.

 

 

 

 

 

 

 

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