The Flintstones: in missione per una città

May 5, 2018

Da quasi trent'anni, Flint versa in condizioni disperate, tra povertà, degrado e violenza. Quattro ragazzi, cresciuti su quelle difficili strade, sono riusciti a farsi onore, ribaltando il loro destino.
 

 

Una delle scene più potenti di “Roger & Me”, opera prima del documentarista Michael Moore, ritrae Ben, un ex operaio della catena di montaggio alla General Motors, mentre tira a canestro nel cortile di un istituto di igiene mentale.

 

L’uomo racconta di come un giorno, colto da un esaurimento nervoso dopo essere stato messo in cassa integrazione per l’ennesima volta, lascia la fabbrica, distrutto, in lacrime, salendo in auto per rientrare a casa.

La radio, in modo beffardo, suona “Wouldn’t it Be Nice” dei Beach Boys: una dissonanza grottesca per il povero Ben, che vive uno dei momenti più difficili della sua vita mentre una canzone lo invita ad avere speranza per un futuro migliore.

 

Moore riproduce le emozioni dell’operaio con raggelanti immagini dalle zone più disastrate di Flint, tra case abbandonate, immondizia e un’invasione di topi: il tutto accompagnato dalle spensierate note della band californiana.

 

 

 

Flint è il luogo in cui la General Motors ha visto la luce e ha cominciato a prosperare, uscendo molto meglio di altre città americane dalla crisi del ’29. Gli anni che seguono il secondo conflitto mondiale sono anni di grande crescita per l’azienda e la città, la cui popolazione è per la quasi totalità impiegata presso la GM. Nel 1960 Flint conta quasi 200mila abitanti, diventando il secondo centro più popoloso del Michigan dopo Detroit.

 

Verso la fine degli anni ’80 però, Roger Smith, allora manager della società, decide di de-localizzare la maggior parte della produzione in Messico, dove il costo della manodopera è notevolmente più basso, portando alla chiusura di ventuno fabbriche in tutto il Nord America.

L’azienda più ricca del paese, con profitti miliardari ogni anno, che licenzia in massa e smantella fabbriche: è una decisione davvero difficile da accettare…

 

In una città come Flint, in cui il legame tra GM e comunità è così forte, il risultato è catastrofico: 30mila persone perdono il lavoro e comincia un processo di recessione che porta a un rapido spopolamento (nel 2016 si è arrivati a meno di 100mila abitanti).


La crisi economica porta grande povertà, che a sua volta trascina con sé decadimento urbano e un inesorabile aumento della criminalità: Flint diventa una delle località più pericolose di tutti gli Stati Uniti. Nonché un museo a cielo aperto della fine del sogno americano: aree fantasma, degrado, prostituzione, droga che scorre per le strade insieme al sangue versato dalle gang impegnate nel suo traffico.

 

Ma il documentario di Moore mostra molto più di questo. Il regista, cresciuto a Flint, non si concentra unicamente sul lato tragico della vicenda, ma anche sulla grande umanità dei suoi abitanti, che cercano di tirare avanti nonostante tutto, incarnando alla perfezione il concetto di resilienza.

 

In città sono numerose le organizzazioni che s’impegnano per togliere i giovani dalla strada e che sperano di offrire loro un futuro diverso. Un importante polo da questo punto di vista è la Berston Field House, un centro multiuso che apre i battenti già nel 1923. Con gli anni diventerà un punto di riferimento per tutta Flint, un’oasi nel deserto per allontanare i ragazzi dai guai.

 

Al suo interno una piscina, una biblioteca, un auditorium e ovviamente un campo da basket. Un campo molto piccolo (scordatevi il tiro da tre dall’angolo) ma su cui per generazioni si sono incrociati i migliori giocatori della città, avversari durante la stagione nei tornei liceali e che nelle leghe estive a Berston possono ritrovarsi compagni.

 

È ciò che è successo ai più forti giocatori di sempre a uscire dalla città di Flint: Mateen Cleaves, Morris Peterson e Charlie Bell hanno giocato un’infinità di partite qui, insieme o uno contro l’altro, cementando un rapporto che li porterà tutti a scegliere Michigan State una volta diplomatisi.

A convincerli è loro “fratello maggiore”, faro per tutti i cestisti di Flint: Antonio Smith.

“Fu la ragione principale per cui decidemmo tutti di andare a MSU. Fece da apripista. Eravamo amici, avevamo giocato insieme, eravamo cresciuti nello stesso quartiere: la sua parola contava molto.”
(Mateen Cleaves)

 

“Tutto è cominciato con lui. Ho sempre avuto una predilezione per i giocatori tosti, duri mentalmente e sul campo, e posso assicurare di non aver mai allenato un giocatore più tosto di Antonio.”
(Tom Izzo)

 

Vero è che gli Spartans non avrebbero bisogno di grandi introduzioni, soprattutto per dei ragazzi nati e cresciuti a meno di un’ora di macchina dal campus di East Lansing. Ma è altrettanto vero che per un giovane, nel Michigan degli anni ’80/’90, l’unica squadra di college a cui ambire sono i Wolverines di Michigan University, campioni nel 1989 e sulla bocca di tutti per gli scintillanti Fab Five di Webber, Rose e compagni.


Michigan State, i cui ultimi giorni di gloria risalgono al titolo del 1979 firmato Magic Johnson, è la seconda scelta. Ma nel 1995 gli Spartans iniziano un nuovo corso guidati da Tom Izzo, l’assistente preferito di coach Jud Heathcote, ritiratosi dopo quasi vent’anni per godere di una meritata pensione.  

 

L’italoamericano riparte dal reclutamento.

Per primo mette le mani su Smith, centro da Flint Northern High School dove ha spadroneggiato grazie alla sopracitata intensità, supportata da un’ottima tecnica e un gran bagaglio di movimenti in post basso.


Poi arriva Morris Peterson, da Flint Northwestern, un interessantissimo 2/3 con gran fisico e una mano mancina educatissima.


L’anno seguente si aggrega quello che diventerà il vero leader degli Spartans, Mateen Cleaves. Point guard intensa, McDonald All-American, Cleaves è un predestinato, sul taccuino della maggior parte degli scout NCAA.

 

Tifoso dei Fab Five, Mateen accetta l’invito di Michigan University, che lo ospita per un recruiting trip, in cui alcuni membri della squadra (tra cui vecchie conoscenze del campionato italiano come Lou Bullock e il compianto “Tractor” Traylor ) dovrebbero convincerlo a scegliere l’ateneo.

Quale modo migliore per farlo, se non portarlo a una festa a Detroit fino a tarda notte?
Al ritorno, l’auto esce di strada, capovolgendosi più volte su se stessa: miracolosamente i ragazzi ne escono quasi illesi. L’episodio convince Cleaves ad ascoltare i consigli del “fratello maggiore” e accettare la chiamata di Tom Izzo.

 

Nell’estate del 1997 arriva a East Lansing l’ultimo tassello: Charlie Bell, guardia da Flint Southwestern, dotato di un ottimo uno contro uno e un istinto difensivo che è il sogno bagnato di ogni allenatore.
 

Quattro talenti fantastici, quattro ragazzi cresciuti nelle difficilissime strade di Flint: non serve altro, vengono ribattezzati i Flintstones.
Prima compaiono dei cartelli sulle tribune, poi magliette e gadget, con molti fans che si presentano alle partite con maschere degli Antenati.
Cleaves e Smith certificano il loro orgoglio cittadino tatuandosi sulla spalla destra la scritta “Flint”, convincendo Bell e Peterson a fare altrettanto.

 

“La gente crede che Flint sia solo violenza, disoccupazione e spaccio di droga, ma è molto più di questo. È fatta anche di persone umili, grandi lavoratrici. Vogliamo che tutto il mondo sappia quanto siamo orgogliosi delle nostre origini.”

(Antonio Smith)

 

Oltre all’aspetto pittoresco, però, ci sono i risultati sul campo.


La squadra torna a essere competitiva e nel 1998 arriva fino alle Sweet Sixteen, perse contro i Tar Heels di Vince Carter. La stagione successiva riparte con grandi aspettative: Michigan State si sente pronta per arrivare in fondo alla March Madness. Il 1999 è l’anno da senior di Antonio Smith, la sua ultima occasione, non mancando di ricordarlo ai compagni.


“Arriviamo alla Elite Eight e stiamo giocando contro Kentucky. Antonio, durante un timeout, sente che non stiamo dando il massimo. Così viene a muso duro contro me e MoPete, e senza mezzi termini ci chiede di dare di più.”
(Mateen Cleaves)  


“Era l’ultimo anno a East Lansing, con coach Izzo, coi compagni che adoravo…Volevo vincere a tutti i costi, ero pronto a tutto. È in questi momenti che mi esce tutta la rabbia che crescere a Flint mi ha trasmesso”.
(Antonio Smith)

 

Gli Spartans trionfano, con una prova eccezionale di Peterson da 19 punti e 10 rimbalzi, arrivando alle Final Four per la prima volta dal 1979, quando Magic sconfisse Larry Bird e la sua Indiana State in finale.

La semifinale contro la favoritissima Duke, però, comincia in salita e i Blue Devils all’intervallo conducono di 12 lunghezze. Uno svantaggio che i Flintstones non riescono a colmare nella ripresa.

È una duro colpo per gli Spartans, ma lo è ancor di più per gli studenti dell'università, che si sentono così legittimati a sfogare la loro frustrazione direttamente nel campus:

 

 
In estate, Smith si laurea, lasciando ai compagni l’onere e l’onore di riprovarci.

La stagione 1999/2000 riparte con Michigan State in cima ai ranking di quasi tutti gli analisti della nazione. Il nucleo è solido, ma la partenza di Smith ha lasciato un pesante vuoto in termine di leadership: Mateen Cleaves è pronto a farsi carico di questa responsabilità.

 

Questa volta è il suo anno da senior e nonostante venga considerato una delle migliori point guard del paese, sente di dover dimostrare qualcosa di più.


In preseason, però, rimane vittima di una frattura da stress al piede destro, che lo tiene fuori fino a capodanno. Da gennaio riprende le chiavi della squadra, e la cavalcata degli Spartans verso il torneo NCAA procede spedita e senza intoppi.

Fino alle semifinali dei Regionals, contro la Syracuse di coach Jim Boeheim: MSU gode di tutti i favori del pronostico e forse per questo la tensione gioca un brutto scherzo.
All’intervallo è sotto di dieci lunghezze.


“Eravamo in spogliatoio, in quel momento io e MoPete ci siamo guardati, abbiamo ripensato a tutta la strada che avevamo fatto per arrivare fin lì, a quei duelli infuocati nella palestra di Berston. Crescere a Flint ci ha indubbiamente aiutato a uscire da quel momento di difficoltà.”

(Mateen Cleaves)

 

La squadra rientra con tutt’altro agonismo e a sei minuti dalla sirena è già tornata avanti. Da quel momento concede un solo canestro agli Orange, portandosi a casa la partita 75-58, con un secondo tempo da 51 punti segnati.

 

Liquidata la pratica Iowa State, gli Spartans ritrovano la seconda Final Four consecutiva: questa volta, in semifinale, ci sono i rivali storici di Wisconsin.

È una di quelle classiche partite di college basket con difese asfissianti, tensione insopportabile e conseguenti errori da una parte e dall’altra. Alla fine Cleaves e compagni la spuntano con grande fatica, e il punteggio bugiardo di 53-41.

 

Sono in finale.


Intanto, Flint continua a spingere i propri figli verso l’agognato titolo nazionale, un’occasione di riscatto per una città che sale agli onori della cronaca solo in circostanze infelici.


“Un sacco di gente ci fermava per strada per esprimere la loro gratitudine nei nostri confronti, per averli distratti dai problemi, per aver dato loro una soddisfazione e aver portato Flint sulle prime pagine dei giornali, stavolta per qualcosa di positivo. Ci davano una grande carica”.

(Morris Peterson)

 

 

Tra gli Spartans e la gloria rimangono i Florida Gators, guidati dall’attuale coach di OKC Billy Donovan, in cui brillano le stelle di due futuri campioni NBA come Mike Miller e Udonis Haslem.

La sera del 3 aprile 2000 all’RCA Dome di Indianapolis, tra gli oltre 43mila presenti, ci sono Magic Johnson e Antonio Smith, rimasto sempre in contatto con Izzo e gli ex compagni.

 

Cleaves e Peterson cercano di imporre subito il loro ritmo, mettendo pressione su una Florida talentuosa ma inesperta. MSU è una squadra ormai rodata, fatta di grandi lavoratori, che lottano da anni per un obiettivo preciso.

Gli Spartans prendono il largo nel primo tempo, chiuso in vantaggio 43-32, e sembrano essere in totale controllo della gara.
Ma poco dopo la ripresa delle ostilità, dopo una penetrazione, Cleaves resta a terra, causa una brutta distorsione alla caviglia destra.

Il sangue dei tifosi si gela: l’infortunio del loro capitano, proprio nel momento in cui i Gators hanno ridotto lo svantaggio a sei lunghezze, sembra un pessimo presagio.

 

“Faceva un male cane. Ma avrebbero dovuto tagliarmi la gamba per impedirmi di tornare in campo. Per niente al mondo avrei permesso a una caviglia di tenermi fuori dalla gara per il titolo, non potevo deludere i miei compagni.”
(Mateen Cleaves)


Dopo qualche minuto necessario a medicare la caviglia, Cleaves torna in campo zoppicando vistosamente, nella migliore reincarnazione di Willis Reed.
La sua presenza ritrasmette fiducia e tranquillità alla squadra, che risponde al tentativo di rimonta degli avversari, trascinati da uno stoico Haslem da 27 punti: con un parziale di 16-6, MSU uccide la partita.


Gli Spartans sono campioni NCAA, Cleaves viene premiato Most Outstanding Player della Final Four e una volta tagliata la retina è pronto sul palco per alzare il trofeo con i compagni.
In quel momento, Antonio Smith viene chiamato a gran voce da coach Izzo e i giocatori e sale sul palco con loro, come se anche lui avesse vinto quella partita.

Il cerchio è finalmente chiuso, per i Flintstones.

 

“Fu una gioia indescrivibile. Per la prima volta nella mia vita piansi di gioia. Ero abituato a piangere per tutte le cose negative che avevo visto, i funerali dei miei coetanei uccisi. Stavolta erano lacrime che mi facevano stare bene.”
(Mateen Cleaves)

 

Nonostante i successi, per i Flintstones la strada non è certo spianata dopo il college.

 

Smith tenta di entrare al piano di sopra passando dalla Lega di sviluppo, non riuscendo mai a trovare un contratto. Dopo qualche stagione tra Filippine, Venezuela e la nostra Legadue, si ritira, tornando ad allenare i giovani nei licei di Flint.


Per Charlie Bell, dopo una lunga carriera in Europa (anche uno scudetto a Treviso), arrivano stagioni importanti in NBA, a Milwaukee, tra il 2005 e il 2010. Chiude la carriera di nuovo nel nostro paese, a Caserta, diventando poi assistente allenatore dei Texas Legends, in D-League.

 

Morris Peterson ha giocato undici solidissime stagioni NBA tra Toronto, New Orleans e Oklahoma City. Da allora è diventato opinionista per The Sports Network, occupandosi principalmente della squadra cui è rimasto più legato, i Raptors.

 

Cleaves, sicuramente la promessa più brillante, viene scelto alla numero 14 del Draft del 2000 dai Pistons, ma la sua esperienza in NBA vivrà di molte più ombre che luci. Nel 2007 la sua maglia numero 12 è stata ritirata da MSU, e solo due anni dopo la sua carriera professionistica si chiude a Bakersfield, in D-League. Diventato opinionista per Fox Sports, è stato recentemente prosciolto da un’accusa di stupro. È tornato alla Berston per lanciare proprio da quel luogo simbolico la sua fondazione, volta a sostenere giovani ragazzi di Flint in difficoltà.

 

 

Che ne è di Flint, invece?

 

La crisi continua fino ai giorni nostri, con gli stessi problemi, cui se ne sono aggiunti di nuovi. Nel 2014 una scelta politica, volta al risparmio, ha portato il rifornimento delle acque cittadine dal lago Huron al più vicino fiume Flint.  Le vecchie tubature utilizzate per l’operazione, però, non hanno ricevuto un adeguato trattamento anti-corrosione, finendo per rilasciare piombo e avvelenando, di fatto, i propri cittadini. 

Ciò nonostante la comunità reagisce ancora, organizzandosi, sostenendosi come può, con uno spirito di solidarietà che è l’unica scintilla di speranza rimasta agli abitanti.
 

Mossi da quella resilienza, ormai entrata nel DNA di chiunque cresca sulle strade di Flint.

 

 

 

 

 

 

 

 

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