The Gay Athlete: la storia di Jason Collins

April 8, 2018

Attraverso un'articolata lettera a Sports Illustrated, il veterano Jason Collins è diventato il primo atleta americano in attività a dichiarare la propria omosessualità. Questa è la storia del suo coming out.

 

 

È una tranquilla serata d’inizio primavera quando lo scrittore e giornalista Franz Lidz riceve una telefonata, seduto nel salotto della sua bella casa di campagna in Pennsylvania.

All’altro capo dell’apparecchio c’è il suo amico d’infanzia Art Tellem.

I due sono cresciuti insieme, si conoscono da quasi cinquant’anni, potrebbe essere una semplice chiamata di cortesia per aggiornarsi sulle proprie vite; ma Tellem è anche uno dei più influenti agenti sportivi americani ed è in questa veste che gli ha telefonato:

“Franz, mettiamo che un mio cliente, un giocatore NBA ancora in attività, volesse fare coming out: è una storia che potrebbe interessarti?”

Lidz non crede alle sue orecchie: è il genere di scoop che ogni giornalista sognerebbe di avere per le mani. Viene da sé che la risposta sia affermativa.

Entrambe le parti impongono alcune clausole.

Per Tellem la conditio sine qua non è che il pezzo venga pubblicato solo a stagione finita; Lidz chiede di essere lasciato all’oscuro sull’identità del giocatore fino al giorno dell’intervista, per evitare possibili fughe di notizie e per rendere il tutto più spontaneo possibile.

 

Dopo una breve discussione, i due decidono di affidare l’articolo a Sports Illustrated, punto di riferimento per lo sport americano e periodico per il quale Lidz continua a collaborare saltuariamente.
 

Il 23 aprile 2013, due settimane dopo la fine della Regular Season, Lidz arriva a Los Angeles, dove l’indomani avverrà l’incontro con il giocatore, accompagnato solo da Jon Wertheim, vicedirettore della rivista, e dalla figlia Daisy, che si sarebbe occupata della trascrizione dell’intervista. Prima di andare a letto, Tellem consegna loro nome e cognome del giocatore in questione: Jason Collins.

 

Dopo una piacevole chiacchierata di quattro ore, le parti si lasciano e qualche settimana più tardi, nel numero uscito in edicola il 6 maggio, il pezzo è in prima pagina, sotto forma di lettera in prima persona.
 

 “Sono un centro NBA di 34 anni. Sono nero. E sono gay”.

 

La portata della rivelazione è enorme: Collins è il primo atleta maschile americano a dichiarare la propria omosessualità a carriera ancora in corso.

Prima di lui diversi hanno fatto coming out una volta ritiratisi (nella NBA è noto il caso di John Amaechi), ma il fatto che Jason sia ancora in attività fa tutta la differenza del mondo, soprattutto in una realtà come quella degli sport di squadra.

 

“Il viaggio alla scoperta di me stesso è iniziato nella mia città natale, Los Angeles, ed è continuato per due campionati dell’high school, una Final Four NCAA e per nove volte ai Playoffs in dodici stagioni NBA”.


213 cm per 116 kg: questi sono i numeri che meglio riassumono l’impatto fisico sul Gioco di Jason Collins, diplomatosi presso Harvard-Westlake School, nella Città degli Angeli, chiudendo come miglior rimbalzista nella storia dello stato della California.

 

Anche i quattro anni a Stanford sono pieni di soddisfazioni, con la nomina nel miglior quintetto della PAC 10 e nel terzo miglior quintetto della nazione nel suo anno da senior, il 2001.
Poi la chiamata dal piano di sopra, la diciottesima assoluta, per mano dei Rockets, che lo girano immediatamente agli allora New Jersey Nets, con i quali raggiungerà due Finals nei suoi anni da rookie e sophomore.

Alla corte di Byron Scott visse i suoi anni migliori, alternando stagioni da titolare ad altre come riserva, apportando dalla panchina un’intensità spesso ai limiti del regolamento.

 

“Nel corso della stagione 2004-2005 ho guidato la speciale classifica dei falli, ben 322. […] Non ne vado fiero, ma una volta ho fatto un fallo così duro che il mio avversario è uscito dal campo in barella. Sono l’opposto dello stereotipo che molti hanno dei gay, per questo motivo credo che molti tra miei avversari e compagni rimarranno sconvolti dal mio coming out. Sono così duro sul campo per dimostrare che essere gay non ti rende più morbido? E chi lo sa…questa è una domanda cui solo uno psicologo può rispondere”.

 

Al momento dell’intervista con Lidz, infatti, sono pochissime le persone a conoscenza della verità: liberarsi del peso che lo tormenta da quando ha tredici anni è stato difficile persino con le persone a lui più care.

 

“La prima persona cui rivelai la mia omosessualità è stata mia zia Teri, un giudice della Corte Suprema a San Francisco. La sua reazione mi sorprese, - So che sei gay, da anni -  mi rispose. Da quel momento mi sono sentito meglio nella mia pelle”.

 

Il conflitto interno lo logora fin dall’adolescenza, quando sorgono i primi dubbi, scaturiti dal confronto con i pensieri, le parole e le abitudini dei suoi coetanei. Collins comincia a capire di non essere attratto dalle ragazze e soffoca i suoi impulsi in modo innaturale, pur avendo in famiglia un esempio che gli mostra come essere gay ed essere felice sia possibile: suo zio Mark, che vive a New York insieme a un compagno, con il quale ha una relazione stabile e duratura.

 

 

Ma Jason è ancora troppo giovane e confuso. Tra lo pseudo-machismo che brulica negli spogliatoi e la forte impronta cristiana della sua formazione, gli è ancora difficile credere di poter vivere una vita libera e serena riconoscendosi come omosessuale.

 

“Da giovane sono uscito con diverse donne. Sono addirittura stato fidanzato. Pensavo si dovesse vivere in un certo modo, pensavo di avere bisogno di sposare una donna e creare una famiglia con lei”.

 

Quella donna era Carolyn Moos, conosciuta ai tempi di Stanford dove era giocatrice di punta della squadra femminile di pallacanestro. La relazione andò avanti per otto anni, durante i quali la Moos giocò anche nella WNBA: i due arrivarono persino a parlare di matrimonio, prima che Jason troncasse improvvisamente la loro storia, senza troppe spiegazioni.  
Quella spiegazione è arrivata alle orecchie di Carolyn solo con la pubblicazione della lettera aperta a Sports Illustrated, lasciando l’ex giocatrice con “molto da processare”, non avendo mai sospettato nulla.

Lo choc dell’ex fidanzata è secondo solo a quello di una persona ancora più vicina a Jason.

“L’ho confidato a mio fratello solo l’estate scorsa, una mattina, mentre facevamo colazione. La sua reazione è stata completamente diversa da quella di zia Teri. Rimase assolutamente sbalordito, non l’aveva mai sospettato: alla faccia della telepatia tra gemelli…”

 

Jason è nato otto minuti prima di Jarron e il rapporto simbiotico che accompagna tutti i gemelli del mondo nel loro caso è accentuato dalla condivisione della carriera cestistica, prima al college e poi con l’approdo in NBA nello stesso Draft del 2001.
Jarron viene scelto al secondo giro dai Jazz ed è nello Utah che trascorre tutti i primi nove anni della sua carriera professionistica, chiusa a Portland nel 2011.


Quando Jason lo fece sedere sul divano per dirgli la verità, la prima reazione fu di totale sorpresa, seguita da una serie di domande definite dallo stesso Jarron “molto stupide”, dopo le quali tornarono ad avere lo stesso meraviglioso rapporto di sempre.

E da buoni fratelli, negli anni successivi, scherzarono tranquillamente sull’argomento, con Jarron avvistato più volte con una maglietta che recitava “I’m the straight one” (“Sono quello etero”): quale modo migliore per reagire al chiacchiericcio da tabloid che inevitabilmente la notizia suscitò.

Le reazioni all’uscita dell’articolo furono quasi tutte positive.

Un primo e convinto plauso arrivò dal presidente Obama e dalla first lady Michelle, seguiti a ruota dall’ex presidente Clinton e la figlia Chelsea, omosessuale e da sempre in prima linea per i diritti LGBT.

Grandi calibri dello spettacolo, come Oprah Winfrey, la NBA, nella persona di David Stern e i vertici della Nike posero l’accento sul suo coraggio, elevandolo ad uno status di eroe moderno che Collins, per la verità, ha sempre rifiutato.

 

Come sempre non mancarono le polemiche, tra chi lo bacchettò sostenendo che l’omosessualità fosse in contrasto con la sua fede e la cristianità e chi lo accusò di aver fatto l’annuncio solo per farsi pubblicità.
Collins, al momento dell’uscita dell’articolo, ha chiuso l’ennesima stagione marginale in quel di Washington, è senza contratto e le malelingue si attaccarono a questo particolare per insinuare che avesse voluto attirare l’attenzione su di sé per racimolare un contratto.

In tutta onestà, il ruolo di Collins è sempre stato marginale lungo tutte le sue quindici stagioni da professionista; Jason è stato specialista del lavoro sporco, quel lavoro sporco che esula dalle statistiche ma che gli ha sempre garantito una squadra e il rispetto di compagni, avversari e staff tecnici.

 

“Non ho paura di nessun avversario. Amo giocare contro i migliori. Anche se Shaquille O’Neal è un Hall of Famer, non mi sono mai sottratto alla sfida di frenare la sua cattiveria agonistica (nota per Shaq: le mie simulazioni non hanno nulla a che vedere con il fatto di essere gay). […] L’unica cosa che conta è vincere, voglio essere considerato un giocatore di squadra. La lealtà alla mia squadra è la vera ragione per cui non ho fatto coming out prima”.

 

La squadra prima di tutto.
Certo Jason non è il tipo da alzare la mano, attirare attenzione su di sé per rivendicare al mondo intero il suo, sacrosanto, diritto di vivere liberamente la propria sessualità.

Una decisione così sofferta arriva dopo una lunga meditazione, Collins comincia a pensarci seriamente nell’autunno 2011, durante il lockout che ha tenuta ferma la Lega fino al giorno di Natale.

La serrata stravolge le sue abitudini e Jason è costretto a confrontarsi con i suoi pensieri e le proprie ansie, fino a quel giorno attutite dalla distrazione del gioco.

 

“L’attentato alla maratona di Boston ha rafforzato in me l’idea che non avrei dovuto aspettare il “momento giusto” per dirlo. Le cose possono cambiare in un istante, quindi perché non vivere veramente?”

 

Il 15 aprile 2013 due terroristi ceceni fecero esplodere due ordigni piazzati nei pressi del traguardo della corsa, alla quale partecipano più di 20000 atleti ogni anno: i 3 morti e oltre 260 feriti furono quasi un miracolo, dato il potenziale pericolo.
Fu un evento che toccò profondamente tutto il Paese, ma soprattutto la città di Boston e i suoi abitanti, e Collins in quel periodo era un Celtic.

 

Un altro evento drammatico che toccò profondamente Collins fu l’omicidio di Matthew Shepard, uno studente dell’Università del Wyoming che venne rapito e torturato per poi morire cinque giorni dopo la brutale aggressione subìta. Il tutto solo perché era omosessuale.
Nelle ultime stagioni della sua carriera Jason scelse il numero 98 di maglia come piccolo gesto per ricordare Matthew, ucciso proprio nel 1998. 
Nello stesso anno nacque The Trevor Project, un’organizzazione no-profit volta a prevenire i suicidi di ragazzi alle prese con problemi legati alla loro identità sessuale.

 

Problemi con i quali ha convissuto inevitabilmente anche Collins, che ha confessato di aver avuto lo stesso genere di pensieri in più di un’occasione.

 

“Nessuno vuole vivere nella paura. Ho sempre avuto paura di dire la cosa sbagliata. […] Ci vuole tantissima energia per custodire un segreto così. Ho sopportato anni di miseria e passato lunghi periodi a vivere una menzogna. Ero certo che il mio mondo sarebbe caduto a pezzi se qualcuno l’avesse saputo. Eppure quando ho finalmente riconosciuto la mia sessualità mi sono sentito completo per la prima volta. Avevo ancora lo stesso senso dell’umorismo, le stesse stravaganze: i miei amici sono rimasti dalla mia parte”.

Al momento della pubblicazione della lettera Jason è, come detto, senza squadra. La domanda che più rimbalza su internet e tutti gli organi d’informazione è relativa a come i suoi ex ed eventuali futuri compagni prenderanno la notizia del suo coming out.
 

“La risposta è semplice: non ne ho idea! Sono un tipo pragmatico: spero il meglio, ma sono pronto anche al peggio. La più grande preoccupazione sembra essere il fatto che i giocatori gay non saprebbero comportarsi in modo professionale negli spogliatoi. Credetemi, ho fatto un sacco di docce in dodici stagioni NBA. Il mio comportamento non era un problema prima e non lo sarà ora”.

 

La società ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni, ma il solo fatto che Jason senta di dover fugare dubbi al riguardo, seppur scherzosamente, la dice lunga su quanta strada sia ancora da fare perché vi sia davvero libertà e uguaglianza.

Un riscontro diretto della reazione dei compagni di spogliatoio, comunque, tarda ad arrivare: Collins, al weekend dell’All Star Game di New Orleans, è ancora disoccupato.

Un mese è ospite alla Casa Bianca per l’annuale Discorso sullo stato dell'Unione, dato che il suo gesto ha toccato molto sia il primo cittadino che sua moglie Michelle. Nel momento in cui gli invitati sono chiamati a stringere la mano al Presidente, Barack Obama si lascia andare a un consiglio che Collins ha già bene a mente: “Jason, mi raccomando, resta in forma, lo sai che dopo l’All-Star break è il momento in cui vengono firmati i free agents…”.

 

Non a caso, il giorno dopo la Trade deadline, Collins riceve una telefonata dal suo amico ed ex compagno Jason Kidd, diventato nel frattempo allenatore dei Brooklyn Nets, che gli offre un contratto decadale.

 

 

Si può dire, senza eccessive remore, che la maggior parte dei soldi che Collins è riuscito a guadagnare in NBA merito di Kidd, il classico playmaker dall’intelligenza rivoltante, in grado di far splendere (e far sembrare decisamente migliori…) i lunghi al suo fianco.

 

Non c’è molto su cui riflettere: firma il contratto il 23 febbraio, iniziando così l’ultima parte della sua carriera professionistica.

Le restanti 22 partite furono la conferma, ce ne fosse stato il bisogno, che nulla era cambiato. Il Collins post coming out era esattamente lo stesso giocatore di prima, difensore arcigno, incapace del benché minimo egotismo, permeato da un atavico spirito di sacrificio.

E con grandi difficoltà in attacco…

Quando la palla a due viene alzata, le chiacchiere stanno a zero.
Dopo qualche settimana, per una regola base del giornalismo, l’attenzione mediatica nei suoi confronti comincia a scemare, insieme alle distrazioni extra cestistiche. 
D’altra parte la vera distrazione per Collins è sempre stata mantenere il suo segreto, o meglio, la sua maschera, ventiquattr'ore al giorno, sette giorni su sette, per la quasi totalità della sua carriera.

Ma da quel pomeriggio di Los Angeles è, finalmente, un po’ più libero.

 

 

 

 

 

 

 

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