Tutte le implicazioni del nuovo contratto di Draymond Green

September 12, 2019

 

 

© Business Casual Basketball

 

Contrariamente a quanto le ultime transazioni potrebbero far pensare riguardo allo stato delle cose in NBA, la chimica è ancora un aspetto fondamentale per la costruzione di squadre da titolo. Infiniti fattori influenzano il funzionamento interno di una squadra, dunque una qualsiasi parvenza di familiarità pregressa non può che far bene ad un gruppo che mira al bersaglio grosso.

 

Invece di inseguire una nuova superstar che potesse sostituire Kevin Durant, i Golden State Warriors hanno deciso di andare sul sicuro, scommettendo di nuovo sul nucleo che ha portato loro tre Titoli in cinque anni. Se una cosa non è rotta, allora non aggiustarla, giusto? Beh, Golden State ha fatto di questo detto la propria filosofia, aspettandosi di raccogliere gli stessi frutti degli ultimi cinque anni.

 

Non si può che rimanere impressionati da quanto la franchigia sulla baia sia riuscita a costruire utilizzando una combinazione di acume e audacia. L’aspetto "acume" è piuttosto autoesplicativo: scelte mirate al Draft e strategie solide hanno proiettato la squadra verso altezze inimmaginabili. Eppure, è stata necessaria anche una buona dose di audacia, in quanto la franchigia si è ritrovata spesso di fronte a scelte difficili nel corso della sua crescita, scelte che l’hanno spesso portata controcorrente.

 

Nel 2012, i Warriors si sono separati dal beniamino dei fan Monta Ellis, consegnando le chiavi del reparto guardie a un ragazzino di nome Stephen Curry. Successivamente, Mark Jackson, amato nello spogliatoio e creatore delle fondamenta difensive su cui sono stati costruiti i successivi Titoli, è stato lasciato andare in favore di Steve Kerr, più progressista in termini di organizzazione offensiva. Il loro successivo balzo della fede è avvenuto nella stagione 2013-2014, in corrispondenza dell’infortunio dell’All-Star David Lee. In certi (molti) sensi, questo evento sfortunato si è rivelato una benedizione, permettendo a Draymond Green di imporsi sulla scena e di alzare il livello dell’intera squadra. Per quanto Lee potesse essere dominante in certe situazioni, tutti sapevano che l’ex Knicks non poteva essere la soluzione all’enigma Titolo che affliggeva i Warriors da ormai 40 anni.

 

Green ha colto al volo l’occasione e non si è mai più voltato indietro. Draymond si è rivelato un complemento così perfetto al tiro e al playmaking di Curry che si è conquistato un posto stabile in quintetto, scalzando lo stesso Lee.

 

L’orso ballerino ha cavalcato l’onda fino a raggiungere un Titolo nel 2015 e un contratto di cinque anni a $82 milioni. Tale firma è stata accolta molto positivamente, e l’opinione, nel corso del tempo, non ha fatto che migliorare a causa dell’aumento dello spazio salariale.

 

Quattro anni fa, il salary cap per le squadre NBA era fissato a $70 milioni, e il contratto di Green mangiava circa il 20% di quello dei Warriors. Fast forward fino alla stagione appena conclusa e il tetto è salito fino a un incredibile $101.8 milioni.

 

Convertendo quel contratto di Green in relazione al salary cap di oggi, esso ne occuperebbe solo il 18%. Un ritorno più che positivo sull’investimento. Draymond, nel frattempo, si è anche conquistato un trofeo di Difensore dell’Anno e altri due Titoli NBA da protagonista. Entrando in questa estate, l’uomo da Michigan avrebbe dovuto aspettarsi un contratto sostanzioso. Ed è esattamente quello che ha ricevuto… più o meno.

 

Ma non corriamo troppo: non bisogna dimenticare che Green in realtà ha ancora un anno rimasto nel suo vecchio contratto. Nella prossima stagione, percepirà $18.5 milioni, il che è un affare, se si considera quanto guadagnano alcuni dei suoi pari. Ad agosto 2019, Green è la nona power forward nella Lega per stipendio, piazzandosi fra Julius Randle ($18 milioni) e Aaron Gordon ($19.8 milioni).

 

Non ci vuole certo un genio per capire come la durezza, l’intelligenza difensiva e il playmaking di Draymond lo rendano un giocatore dal valore ben più alto di quello delle altre due ali appena nominate. Certo, saranno più giovani di qualche anno e non ancora navigati quanto l’orso ballerino, ma ad entrambi servirebbe un enorme salto di qualità per apparire in un quintetto All-NBA o per raggiungere il rango di All-Star.

 

I Warriors, insomma, non dovrebbero avere nulla di cui preoccuparsi per il prossimo anno: il contratto di Green è uno dei migliori affari della Lega. Inoltre, il giocatore deve ancora compiere 29 anni, dunque un calo di rendimento fisico sembra ancora lontano. Tuttavia, viste anche tutte le lunghe corse nei Playoffs negli anni scorsi, Draymond potrebbe cominciare a scegliere di gestirsi un po’ di più nel corso della stagione regolare. Un po’ come un altro residente della California, quello a cui piace festeggiare ogni martedì con i suoi amati tacos.

 

 Le cose si fanno appena più complicate se si considerano gli anni dell’estensione.

Senza scendere troppo nei dettagli, Green ha firmato un contratto quadriennale da $99.7 milioni privo di bonus, con un trade kicker del 15% e una player option per il 2023. Se questo vi sembra un altro grande affare per quelli della baia, è così. Il primo anno di contratto prevede “solo” $22.2 milioni, ovvero solo $4 milioni in più della scorsa stagione e comunque $3.8 milioni in meno di quanto guadagnerà Lamarcus Aldridge.

 

Questa è un’autentica benedizione per Golden State, perché Green avrebbe potuto benissimo fare diversamente. Infatti, avrebbe potuto aspettare fino alla prossima estate, buttarsi nella free agency e pretendere dai Warriors un contratto da $201.8 milioni spalmati su cinque anni. Ciò avrebbe significato $40 milioni a stagione, ovvero il doppio di quello che guadagnerà con l’attuale estensione. E che ci crediate o no, la cifra avrebbe potuto essere ancora più alta, in caso di una selezione di Green in un quintetto All-NBA o in caso di vincita di un altro DPOY. Forse, nonostante la produzione sul campo e la quantità di intangibles che Draymond garantisce ogni sera, i Warriors avrebbero potuto esitare a concedere un contratto così pesante.

 

Secondo Early Bird Rights, Golden State pagherà $138 milioni in salari nel 2020, $145 milioni nel 2021 e $156 milioni nel 2022, considerando i nuovi contratti di Klay Thompson, D’Angelo Russell e, ovviamente, Draymond Green. Aggiungere al conto altri $20 milioni all’anno non sarebbe stato facile da digerire per la proprietà, a prescindere da quanti seggiolini del nuovo Chase Center riusciranno a riempire (Spoiler alert: saranno un sacco.) Al momento, a meno di eventuali salary dump o tagli, Golden State eccederà il limite della luxury tax di $4-6 milioni nei prossimi tre anni. Ciò significa penalità in arrivo, dato che la repeater tax è già in vigore e continuerà solo ad aumentare nel corso del tempo. Ecco perché, a maggior ragione, questo contratto è un enorme affare per i Warriors, considerando tutto quello che porta al tavolo l’ala da Michigan State.

 

D’altro canto, però, si tratta comunque di un rischio da parte di Golden State. Green non è più un giovincello ormai. Al momento dell’inizio dell’estensione avrà 30 anni, e sappiamo tutti quanto il tempo possa essere crudele una volta superata quella soglia. Considerando come Draymond attacca ferocemente il canestro e come sacrifica il suo corpo in difesa, non è difficile immaginare che l’orso ballerino fra non molto possa cominciare a perdere un po’ di smalto. E questo potrebbe essere un problema particolarmente importante, visto il suo peggioramento recente nel tiro da fuori (28.5% nella scorsa stagione). Le difese gli lasceranno sicuramente spazio, e se l’esplosività cominciasse ad abbandonarlo, per Green si metterebbe male non solo in attacco, ma anche in difesa.

 

 

All’inizio della scorsa stagione Draymond si è presentato fuori forma, e ha dovuto recuperare gara per gara. E se questo diventasse un trend ricorrente, tanto da arrivare a spazientire compagni e allenatori? Il suo curriculum non lo salverebbe, se dovesse perdere il favore dello spogliatoio. Insomma, anche un contratto del genere potrebbe non essere una sicurezza.

 

Dopo aver analizzato la firma di Green da due punti di vista diversi, si può sicuramente convenire che si tratta di un compromesso. Entrambe le parti erano consapevoli dei rischi presenti al momento delle negoziazioni. Il giocatore era a rischio infortunio e di fronte a un possibile calo atletico entrando nel suo terzo contratto NBA. La squadra si trovava di fronte a crescenti obbligazioni fiscali e a vincoli nel roster. Questa consapevolezza reciproca assicura che i pilastri della fortuna di Golden State rimangano al proprio posto e che la squadra possa continuare ad essere competitiva anche dopo la partenza di Durant. Anche il nuovo arrivo, D’Angelo Russell, può sentirsi sollevato sapendo che il suo compagno nel frontcourt – il quale ha più volte elogiato il suo gioco – non se ne andrà da nessuna parte. Questo aspetto sarà fondamentale per la fiducia del neo Warrior.

 

Green è stato uno dei pionieri di questa Golden Age, ed è più che giusto che gli venga data la possibilità di vedere come questa saga si evolverà. Inoltre, fortunatamente per l'organizzazione che ha creduto in lui fin dall’inizio, tutto ciò non costerà una fortuna.

 

 

 

 

 

 

 

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Questo articolo, scritto da Aaron Washington per Business Casual Basketball e tradotto in italiano da Marco Cavalletti per Around the Game, è stato pubblicato in data 14 agosto 2019.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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