Una questione di DNA

June 11, 2019

 

Non avevamo bisogno di una prova del nove per appurare la grandezza e il carattere del collettivo Warriors. Gara 5, però, è stata una prova (e una storia) tecnica, umana e sportiva senza precedenti anche nel glorioso passato recente di Golden State.

 

Una gara e una situazione non difficile, impossibile. Fuori casa, sotto 3-1, con Kevin Durant di nuovo vittima di un infortunio (dopo un primo quarto superlativo) e con un Kawhi Leonard che nell'ultimo periodo ha portato i sogni di una Nazione ad un niente, anzi ad un punto dal compimento. Alla fine, però, ha prevalso il cuore dei campioni in carica. L'immenso cuore di una dinastia che non conosce difficoltà a cui non possa rispondere. Che non conosce il significato dell'espressione "contraccolpo psicologico", né tantomeno dei termini "alibi", "resa", "scoramento".

 

La squadra di Steve Kerr ci ha sorpreso ancora, malgrado tutto quello cui ci ha sempre abituato. Durante Gara 5, infatti, chiunque ha avuto la percezione, almeno per un momento, che questa volta le avversità fossero troppe. Ancora una volta, però, il cuore oltre l'ostacolo.

 

I Raptors si sono dimostrati solidi, maturi e consci dei propri mezzi durante tutta la serie. Ma i Warriors, uno per uno, hanno dimostrato di appartenere a un'altra sfera ontologica. Senza nulla togliere ai canadesi, anzi. Toronto sta giocando per la storia di un'organizzazione (e del Canada intero). E rimane la favorita, con buone probabilità di vincere le NBA Finals 2019. Ma Golden State la storia di questo gioco l'ha scritta e ri-scritta in passato, e anche in G5 ha dimostrato perché.

 

L'avvio dei californiani è stato folgorante, con un Durant che prima di infortunarsi ha segnato 11 punti e dato la sensazione che la serie fosse appena cominciata. Eppure, la sua è finita dopo appena un quarto di gioco. Dopo un'uscita di scena tra gli applausi dei tifosi avversari prima, e reggendosi sulle stampelle poi. Onestamente, credere nella vittoria di Golden State mentre KD abbandonava il campo, accompagnato da Iguodala e Curry negli spogliatoio, era davvero difficile.

 

Steph, però, ha giocato un primo tempo formato-Gara3, segnando 23 punti e dimostrando la sottovalutata vastità del suo repertorio: tiri da fuori (tra cui un gioco da 4 punti) e da dentro, dalla lunetta (6/6) e addirittura da rimbalzo offensivo. Ha dimostrato ancora quella capacità di guidare la squadra con il suo talento che ha reso speciale Golden State in questi anni. E a differenza di Gara 2, soprattutto, questa volta ha avuto al suo fianco Klay Thompson, che è stato fenomenale con 26 punti e 7/13 dall'arco.

 

E le due triple decisive - sorpresa! - sono state segnate proprio dagli Splash Brothers:

 

 

Iguodala ha fatto la differenza, come sempre, anche segnando 5 punti e tirando 2/7 dal campo. Sapendo sempre cosa fare per mettere in ritmo Curry e Thompson contro le scelte estreme dei Raptors nei suoi confronti, e soprattutto difendendo... alla sua maniera (4 stoppate). E il discorso è simile per Draymond Green, che ha avuto problemi di falli (e di nervi) per tutta la partita ma non è mai calato di intensità né di lucidità, tirando fuori dal cilindro anche una tripla pesantissima nel finale. "Don't ever underestimate the heart of a champion", si è detto tante volte di questi due giocatori. Come non essere d'accordo.

 

Il protagonista a sorpresa di Gara 5, però, è DeMarcus Cousins. Che con il rientro di KD e soprattutto dopo le prestazioni di G3 e G4, tutto sarebbe dovuto essere tranne che un fattore decisivo. Eppure, chiamato dalle circostanze ad assumersi delle responsabilità, ha risposto presente, stando in campo più di 20 minuti e segnando 14 punti. Malgrado tutte le difficoltà, fisiche ed emotive, che portava in campo con sé: dopo tutto quello che ha passato nell'ultimo anno e mezzo, il mondo empatizza con Boogie, che è riuscito a ricambiare con due prestazioni fondamentali (nonostante le difficoltà difensive a tratti evidenti) nelle due vittorie di Golden State. Nelle due "Boogie Nights" di questa serie.

 

 

Cosa dire di Kevon Looney? Del cuore di Kevon Looney? Sta giocando in condizioni disumane, con una frattura allo sterno, immolando sé stesso per Steve Kerr e per la squadra. Con l'obiettivo di riuscire a garantire quel contributo difensivo, di protezione del ferro e possibilità di cambi sui blocchi di cui i giallo-blu hanno disperatamente bisogno. Vederlo esposto a continui e intensi contatti sotto i tabelloni è fisicamente doloroso - per noi che lo guardiamo in televisione, non oso immaginare per Kevon.

 

I Warriors nel finale hanno, nell'ordine, cambiato le sorti della partita con l'uno-due degli Splash Brothers e rischiato di vanificare tutto con due possessi buttati via in modo disastroso (infrazione di campo di Green prima, fallo per blocco in movimento di Cousins poi). Alla fine, sono resistiti all'ultimo possesso offensivo dei Raptors, in cui la scelta è stata in modo piuttosto inequivocabile: non Kawhi. La vittoria in Gara 5, dopo l'ultimo tiro sbagliato da Kyle Lowry, ha portato la serie sul 3-2, con la prossima partita giovedì sera all'Oracle Arena.

 

Con un Durant che non dovrebbe più vedersi (augurandogli il meglio per il suo recupero, che potrebbe avere a che fare con la sua estate), a Toronto rimangono due matchpoint e dunque il favore del pronostico, ma i Warriors avranno nella prossima elimination game il fattore campo e l'inerzia dalla propria parte.

 

Se hanno ancora delle chance, e se queste non sembrano ridotte a un lumicino, è perché la squadra di Steve Kerr ha dentro qualcosa di diverso da tutte le altre. Una questione di DNA.

 

E se non è vincente quello dei Warriors, non ne può esistere uno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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