Vancouver Grizzlies: storia di una squadra dimenticata

February 25, 2018

A cavallo del nuovo millennio, una nuova franchigia infiamma i tifosi canadesi. Ma una gestione fallimentare, unita a molta sfortuna, ne decretarono la fine dopo sole sei stagioni tra i professionisti.

 

 

Nell’estate del 1995, David Stern e la sua ambiziosa ditta decidono di esplorare il mercato canadese, quei cugini del nord spesso denigrati negli States ma che gli affari, la grande livella, riportano senza indugi in famiglia.

 

Per la verità la decisione è di qualche anno precedente – 1993 – nel frattempo imprenditori della British Columbia e dell’Ontario si danno da fare per trovare gli investimenti necessari a sostenere una franchigia NBA. Anzi due: una a Toronto, che prenderà il nome Raptors dopo un sondaggio tra i tifosi, che premiano il successo del film Jurassic Park nelle sale in quel periodo. Una a Vancouver, i Grizzlies, sostenuta dalla stessa proprietà dei Canucks, la squadra di hockey NHL che paralizza l’intera regione ogni volta che scende sul ghiaccio.

 

L’approvazione dell’NBA si fa sudare.
Entrambe le società sono costrette a pagare una tassa di 125 milioni di dollari, ben 32 milioni in più di quanto dovettero sborsare Charlotte e Miami al loro ingresso nella Lega solo nel 1988.

Inoltre, per preservare l’integrità della Lega, David Stern chiese che in British Columbia e Ontario fossero sospese tutte le scommesse sulle gare NBA fino alla prima palla a due delle nuove franchigie. Questo comportò una modifica a livello legislativo e governativo che scatenò non poche polemiche tra i contribuenti canadesi. Ma le entrate che Grizzlies e Raptors garantivano alla comunità convinsero i politici a subire questa piccola intrusione negli affari locali: ancora una volta, la grande livella…

 

Le richieste di Stern però non sono finite.
Per iniziare la stagione, Toronto e Vancouver devono aver venduto almeno 12'500 abbonamenti entro il primo gennaio 1995, numero anche questo molto più alto rispetto alle richieste fatte a Orlando Magic e Minnesota Timberwolves nell’espansione del 1989.

Alla vigilia di Natale del 1994 sono stati venduti solo 10'000 biglietti in quel di Vancouver, e per salvare capre e cavoli deve intervenire una catena di farmacie locali che acquista i 2'500 biglietti necessari per non spegnere il sogno di un intera comunità.

Come se tutto questo non fosse sufficiente a mostrare la serietà delle franchigie, a entrambe fu impedito di ottenere una delle prime cinque scelte nei Draft dei successivi tre anni, oltre al divieto di usare l’intero salary cap per le prime due stagioni.

 

Da qui sarà tutto in discesa, si penserà.

Un Draft di espansione, qualche anno di sofferenza e i risultati sportivi e/o commerciali cominceranno ad arrivare. Purtroppo non andò esattamente così.

 

O meglio, ai Raptors andò esattamente così, ma non ai Grizzlies, che nell’estate del 2001 furono trasferiti (“ricollocati”, secondo la dicitura NBA) in quel di Memphis, dove operano tutt’ora.

 

Dopo soli sei anni di basket professionistico era tutto finito, o forse non era mai cominciato.

 

Sei stagioni da 101 vittorie e 359 sconfitte, ça va sans dire la peggior percentuale per una franchigia nella storia della Lega: mai i Playoffs, mai un giocatore portato all’All Star Game, mai una reale connessione emotiva col pubblico.


Come farne un torto ai poveri tifosi canadesi, costantemente delusi da una dirigenza che ha sbagliato quasi tutte le proprie scelte manageriali, dal Draft ai rinnovi di contratto. Oltre all’incapacità di convincere giocatori di prima fascia a venire in British Columbia.

 

“Non penso si sia fatto abbastanza per fare innamorare gli abitanti di Vancouver alla franchigia, la colpa è di tutte le persone coinvolte nel progetto, anche noi giocatori”.

(Shareef Abdur-Rahim, prima scelta dei Grizzlies al Draft 1996)

 

L’ultima partita casalinga va in scena il 14 aprile 2001, un quasi tutto esaurito contro gli Houston Rockets. Quel pomeriggio nella General Motors Place, oggi Rogers Arena, aleggia un’atmosfera davvero surreale.

 

È evidente la volontà dei tifosi di emozionarsi per l’ultima gara della storia dei Grizzlies, ma dopo soli sei anni senza un minimo segnale di speranza, una benché minima soddisfazione, l’attaccamento alla maglia è quello che è.

Sentimenti contrastanti che vengono ben riassunti dai cartelli esposti sugli spalti, che vanno da un “Thanks for the worst team ever” a “100 wins is better than none. Thanks Grizz”.

 

Che siano proprio i Rockets guidati da Steve Francis a giocare quell’ultimo match a Vancouver è l’ennesimo scherzo del destino, che si è sempre preso gioco di questa sfortunata squadra.

 

Dopo quattro deludenti annate, i Grizzlies sono ancora alla ricerca di un vero franchise player, un talento che possa da solo, con le proprie giocate, convincere il pubblico dell’hockey a convertirsi definitivamente alla palla a spicchi: chi meglio di Steve “Franchise”, inebriante point guard da Maryland, per la seconda scelta assoluta che la lottery ha destinato ai canadesi.

 

Francis ha però idee leggermente diverse, annunciando, su ogni mezzo di comunicazione esistente, che non ha alcuna intenzione di giocare a Vancouver.

Informa direttamente il GM dei Grizzlies Stu Jackson, lo ribadisce nelle interviste in TV e sui giornali, raccomanda il suo agente di farlo sapere a tutta la Lega: davvero tutti, insider e non, conoscono la delicata situazione.

Ciò nonostante, Jackson decide di sceglierlo ugualmente, mettendosi in casa una bomba a orologeria che esplode nel momento stesso in cui David Stern pronuncia la frase:
“With the second pick in the 1999 NBA Draft, the Vancouver Grizzlies select Steve Francis”.

 

Francis è attorno a un tavolo con la sua famiglia, attende l’esito della chiamata con le mani giunte in preghiera, affidandosi a entità superiori per cambiare il suo destino.

Le telecamere indugiano su di lui mentre la voce del commissioner lo trafigge al petto come una pugnalata. Quasi con gli occhi lucidi, sale sul palco per stringere la mano a Stern con la stessa andatura di un condannato a morte che va al patibolo.


Le settimane successive sono infuocate e alla fine il neo rookie riesce a forzare una trade, che coinvolgerà più di 10 giocatori e tre squadre, finendo a Houston.

I tifosi canadesi non mancarono mai di esprimere il loro disprezzo per Francis, la cui carriera fu comunque segnata da quel rifiuto: tacciato per sempre di essere un giocatore capriccioso con una pessima attitudine, che in tempi recenti è sfociata anche in problemi con la legge.

 

Quello, per i Grizzlies, fu il punto di non ritorno: l’incapacità di aggiungere al proprio roster quel “fattore wow” che fu invece decisivo per tenere in vita l’altra franchigia canadese, i Raptors.

Anche Toronto iniziò con pessime stagioni, comprensibilmente, ma la loro prima scelta nel 1995 fu Damon Stoudemire, giocatore eccitante che vinse il premio come rookie dell’anno, e nel ‘98 arrivò Vince Carter, la cui sola presenza garantì infiniti sold out per gli anni a venire.

Di lì a poco giunsero anche i risultati, dato che dal 2000 i Raptors sono quasi presenza fissa nei Playoffs della Eastern Conference.

 

A Vancouver la musica era diversa.

L’Expansion Draft, che consente di acquisire giocatori tra gli esuberi delle altre squadre, di certo non portò alcun valore aggiunto, se non qualche gregario e qualche veterano ben oltre il canto del cigno.

All’appuntamento col primo vero Draft il giocatore scelto da Stu Jackson, l’uomo che sarebbe diventato simbolo della franchigia, fu Bryant “Big Country” Reeves, centrone bianco da Oklahoma State che dopo sei stagioni ai Grizzlies pose fine alla carriera cestistica, costellata di problemi di peso, guai fisici e limiti tecnici.

 

Negli anni seguenti arrivarono due solidi giocatori come Abdur-Rahim e Mike Bibby ma Jackson non fu mai in grado di affiancare loro uomini altrettanto validi, finendo per diventare il capro espiatorio – con buona ragione – delle difficoltà della squadra.
La goccia che fece traboccare il vaso fu l’offerta di rinnovo per ben sei anni a 62 milioni a Reeves che, appena vergato il documento, cominciò ad avere ricorrenti problemi alla schiena che ne ridussero drammaticamente utilizzo e prestazioni.

 

Il gioco della squadra non era certo un bel vedere: un basket statico, molto retro, che cocciava con una NBA in rapida evoluzione, dove tutto avveniva sopra al ferro, in velocità, con interpreti sempre più atletici.

Gli unici atleti su cui puntò il GM dei Grizzlies furono Antonio Daniels prima e Stromile Swift poi, che potete trovare alla voce “scommessa persa” sul dizionario.

 

“La nostra era una squadra davvero male assemblata, tra giovani inesperti, scarti degli altri roster e veterani a fine carriera…abbiamo perso in tutti i modi possibili, soprattutto nell’anno delle due strisce da 18 sconfitte consecutive. La più dolorosa fu a San Antonio, quando perdemmo di 49 punti…”

(Lionel Hollins, assistente e head coach ai Vancouver Grizzlies)

 

Il punto più basso venne toccato nell’anno del lockout, quando la squadra allora allenata da Brian Hill, sembrò partire con il piede giusto: un record di 4-4 dopo otto partite che aprì qualche spiraglio di luce.

Salvo poi chiudere l’annata con un 8-42 che fece ringraziare il cielo per le sole 50 gare stagionali…

 

Oltre ai deprimenti risultati sul campo, alla fine degli anni ’90 vivere nel Canada occidentale era considerato un esilio, uno shock culturale per molti dei giocatori e dello staff tecnico di formazione statunitense.

Dalle piccole cose, come il meteo poco gentile e la difficoltà nel ricevere canali sportivi americani, a problemi più seri come le trattenute fiscali sulla busta paga, molto maggiori rispetto agli States, e la difficoltà logistica di raggiungere Vancouver.

 

“Per le prime stagioni non potevamo volare direttamente in Canada. Dovevamo per forza atterrare nello stato di Washington, farci 45 minuti di pullman, con soste infinite in Dogana, per poi arrivare al training center, prendere la nostra macchina e tornare a casa…un’odissea!”

(Lionel Hollins)

 

La città, dal canto suo, accoglie con grande affetto ed eccitazione l’arrivo dei Grizzlies.

In una regione dove l’hockey regna incontrastato, una squadra di basket professionistico fu vista come una grande opportunità di catalizzare l’attenzione su Vancouver e aree limitrofe, aumentandone prestigio e popolarità, oltre che offrire ai suoi abitanti un'alternativa al disco su ghiaccio.

 

“Da ragazzino andavo a tutte le partite, era fantastico, la franchigia portò finalmente qualcosa di diverso e di eccitante da fare in città”.

(Robert Sacre, cresciuto a Vancouver)

 

Per questo l’episodio di Steve Francis fu così difficile da accettare per i canadesi, che non riuscirono mai a capire la sua avversione pregiudiziale nei confronti della città. Il suo rifiuto ebbe un effetto estremamente negativo sull’immagine di Vancouver e dei Grizzlies nonostante, dopo un’iniziale diffidenza, si rivelò essere una località amata dai giocatori di casa e dagli avversari.


“Tutti i giocatori, me compreso, amavano vivere a Vancouver, ci siamo sempre trovati benissimo. E per gli avversari era una trasferta piacevole, soprattutto per i ristoranti e la nightlife, che aveva molto da offrire”.

(Shareef Abdur-Rahim)

 

Con l’inizio del nuovo millennio, però, la squadra comincia a essere un investimento pericoloso anche dal punto di vista economico: dalla mancanza di appeal, che influì negativamente sul merchandising, al numero di spettatori decrescente al palazzo, fino al dollaro canadese debole di quegli anni.

Ecco perché la Orca Bay Sports and Entertainment, holding proprietaria della maggioranza delle quote della società, velocizzò le pratiche di cessione al businessman americano Michael Heisley, che acquistò la franchigia per 160 milioni di dollari nel giugno del 2000.

 

Fino al gennaio del 2001, il neo proprietario ribadì come volesse assolutamente mantenere la squadra in quel di Vancouver: ma come ogni imprenditore che si rispetti, l’estate successiva fece l’esatto opposto, trasferendo la franchigia nel Tennessee, col beneplacito delle alte sfere della Lega.

L’annuncio ufficiale arriva una settimana prima dell’ultima partita in casa, il famoso match contro i Rockets di Steve Francis, accolto da bordate di fischi. Anche quella sera, però, i Grizzlies deludono i propri tifosi: sprecano un vantaggio di 19 punti e perdono 100 a 95, permettendo a Francis di rientrare in Texas con un sogghigno sul volto.

 

Qualche mese dopo, esattamente il 4 luglio, gli abitanti di Memphis possono festeggiare l’avvento di una nuova franchigia, rendendo ancora più dolce la Festa dell’Indipendenza.

 

 

È difficile parlare di una vera eredità dei Vancouver Grizzlies, l’impatto che la franchigia ha lasciato sulla città è pressoché nullo: per le strade, nei locali o nei bar sport è difficile trovare striscioni o memorabilia nostalgiche. Addirittura, le infrastrutture dove i Grizz si allenavano sono state grottescamente convertite in un edificio destinato al laser-tag…

 

Ironia della sorte, da quando la franchigia ha lasciato la città, Vancouver è sbocciata. L’economia è cresciuta rapidamente, attraendo molti investimenti esteri, finendo anche sulla mappa del mondo sportivo con le Olimpiadi invernali del 2010 e i Mondiali di calcio femminili del 2015. Proprio il soccer ha portato una nuova squadra professionistica in città nel 2011, i Whitecaps, che a ogni gara casalinga raggruppano 20mila tifosi allo stadio. Anche il basket giovanile è esploso, con programmi che hanno prodotto numerosissimi talenti che sono poi stati reclutati da importanti college americani.

 

Molti pensano che la Lega abbia creduto troppo poco nel progetto Vancouver, facendo pressioni affinché la squadra fosse spostata in una città più attraente: forse a torto, forse troppo presto, non senza rimpianti.

 

“I Vancouver Grizzlies sono il mio più grande rimpianto come Commissioner della Lega. Abbiamo deluso una città davvero meravigliosa, non siamo stati in grado di fare funzionare le cose e ne sono profondamente dispiaciuto”.

(David Stern)

 

Negli ultimi anni la NBA ha portato il suo carrozzone a Vancouver per alcune partite di preseason, accolte dalla popolazione locale con un entusiasmo straordinario, come per la gara tra Raptors e Warriors del 2016 in cui tutti i tagliandi della Rogers Arena andarono esauriti online nel giro di pochi minuti.

 

Larghe fasce della cittadinanza auspicherebbero un ritorno in città di una franchigia, invece di limitarsi a gioire per le vittorie dei cugini Raptors o farsi sei ore di macchina verso sud, destinazione Portland, per vedere la NBA dal vivo.

 

Ma la dura realtà è che ciò non accadrà. Con città come Seattle, Las Vegas, Pittsburgh e la suggestione Città del Messico che aspettano pazientemente che una franchigia torni disponibile, le probabilità che la scelta della Lega ricada di nuovo sul Canada sono prossime allo zero.

 

E quindi Vancouver dovrà continuare a vivere nel faticoso ricordo di una squadra fallimentare, che in quei sei anni è come se non avesse lasciato traccia, come se non fosse mai esistita.

 

 

 

 

 

 

 

 

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