Warriors' Moments

June 17, 2019

 

 

Prima di iniziare vorrei fare una premessa alla quale cercherò di mantener fede fino alla fine: in questo articolo non parlerò di chiusure di cicli, pianificazioni del futuro o gestioni del recente passato. Questo perché, alla luce di quanto accaduto durante la serie contro i Raptors, credo con tutto me stesso in un concetto: che al di là dell’epica retorica i Golden State Warriors meritino un istante di pausa dalle speculazioni prettamente analitiche per essere osservati con la coscienza, il cuore e il rispetto che questo collettivo merita. Lasciando per un attimo da parte lavagnette, numeri e contratti e contemplando alcuni momenti intimi ma significativi che hanno segnato a mio parere nel profondo l’emotività della Baia in queste NBA Finals 2019.

 

Momenti. Pensando ai Warriors, di primo acchito me ne vengono in mente tre in particolare.

 

Il primo: le lacrime di Bob Myers in conferenza stampa post Gara 5. Perché credo che nessuno possa capire cosa significhi sentirsi addosso la responsabilità e il dolore per l’infortunio di un giocatore del peso specifico tecnico e mediatico di Kevin Durant.

 

Mai come prima in questa drammatica vicenda ha fatto il suo prepotente ingresso il lato prettamente umano. Prima di tutto perché la lacrime definiscono un rapporto tra Myers e KD ben più profondo di quello che intercorre tra un semplice GM e una Superstar con la quale discutere ciclicamente di contratti.

 

Sono le lacrime di un uomo letteralmente distrutto perché si ritiene responsabile dei dolori prima di tutto di una persona cara. Cosa che in un mondo come la NBA, in cui le gerarchie vengono tracciate da confini apparentemente invalicabili, non sempre è emerso in maniera così evidente. E il fatto che Myers abbia voluto sottolineare singhiozzando le proprie responsabilità in mondovisione, difendendo KD dalle critiche spietate che lo avrebbero voluto del tutto disinteressato alle sorti dei Warriors per rimanere in salute in vista della propria Free Agency, rappresenta a mia memoria un evento senza precedenti.

 

 

Interessante è stato anche il fatto che sia stato lo stesso Durant a comunicare il buon esito dell’intervento chirurgico sui social, dopo che la diagnosi post esami strumentali era rimasta ignota ai media nel silenzio di Golden State. Segno che nonostante una prossima stagione lontano dai campi, sia LUI e solo LUI a poter essere padrone del SUO destino nella SUA Free Agency. Il che comporta, nella sua ottica, una gestione della faccenda autonoma a tutto tondo, sia dal punto di vista medico che mediatico. E che i Warriors non debbano per forza avere voce in capitolo. Questione di status e di peso specifico.

 

Certo, accettare un infortunio di quella gravità - anche solo da un punto di vista meramente visivo - è stata questione piuttosto complicata. Come complicato è stato assistere inermi alla rottura del crociato sinistro di Klay Thompson. Ed è qui che si inserisce il secondo momento che mi ha colpito nel profondo.

 

Vedere un personaggio sempre positivo come Steph Curry scagliare con rabbia il pallone e abbandonarsi quasi desolatamente sul parquet dell’altra metà campo della Oracle Arena, stremato dall’ennesimo schiaffo al cuore e all’animo ricevuto nel leggere la sofferenza straziante sul volto di un compagno. Di un amico. Di un fratello.

 

Per un momento quella luce scintillante che da sempre accende di vivacità i suoi occhi si è spenta. Lasciando spazio ad un buio terrificante per noi da osservare e per lui da vivere. Nel pieno di un tumulto emotivo che per la prima volta gli ha davvero dipinto in viso ciò che stava pensando: “E ora?”

 

 

Klay Thompson. Talvolta credo che, abbacinati dal talento di Steph e KD, non ci si renda abbastanza conto di che giocatore sia Klay Thompson. Della sua completezza su entrambi i lati del campo, che da anni flirta con l’aggettivo “insensata”. E della sua mentalità. Dura, inscalfibile.

 

Al di là della retorica, la frase lanciata a Steve Kerr, mentre veniva quasi portato a spalla negli spogliatoi - “Coach, mi riposo due minuti e poi rientro” - la dice lunga sui livelli di agonismo e attitudine a cui sia sintonizzato il numero 11. Della sicurezza nei propri mezzi e nel credo che ogni sfida, se affrontata con il piglio di chi non può accettare la sconfitta, possa essere vinta.

 

Le Finals di Thompson sono state un inno alla cattiveria agonistica, nella massima declinazione di ciò che un essere umano è disposto a fare per perseguire i propri obiettivi. A parole, fatti. E quando sotto 3-1 si è presentato in conferenza stampa affermando che fosse possibile ribaltare le sorti di una serie ormai segnata, credo che chiunque, in quella sala e in quel momento, avrebbe puntato il proprio dollaro su di lui e sui suoi compagni. Tanto è che i Warriors, nel momento in cui il suo ginocchio ha sinistramente ceduto, erano sopra di 3. Con 30 punti su 83 che portavano la sua firma.

 

Momenti. Selvaggi. Intimi. Passionali. Come uno regalatoci da Steve Kerr, in grado di fornire lezioni di coaching con un roster eufemisticamente ridotto all’osso. Con l’ombra tetra e frustrante della sconfitta ormai a pochi istanti, Kerr ha esorcizzato il momento con un sorriso e una carezza quasi paterni a Curry e soprattutto Green, reo di tecnico per aver chiamato un timeout illecito ad una manciata di secondi dalla fine senza che la panchina dei Warriors ne disponesse ancora. Dice molto, a mio parere, sulla qualità di un essere umano intellettivamente fuori dal comune.

 

 (minuto 2.10)

 

Un gesto straordinario, se si pensa allo sconforto che fisiologicamente dovrebbe soffocare uno sconfitto. Invece Kerr è riuscito a superare istantaneamente il proprio momento e a trasmettere loro serenità. Un modo di vivere la sconfitta, umanamente e sportivamente parlando, che è rappresentato una delle massime espressioni di rispetto nei confronti del Gioco e delle sfide cui perennemente esso mette di fronte questi atleti.

 

Tempo addietro Kerr ha detto una frase che mi ha molto colpito: “Il nostro lavoro è giocare a Pallacanestro: quanto possiamo essere fortunati? Ci mancherebbe che non lo facessimo con gioia.”

 

Molto di quel sorriso viene da questo credo. Da questa concezione del Gioco, sia nella gioia che nel dolore.

 

Draymond Green è stato protagonista di una post season altalenante, che fungerà come un oceano di benzina sul fuoco della sua competitività. Ho trovato speciale la sua risposta alla domanda di un giornalista sul perché si fosse - quantomeno arditamente - definito il migliore difensore di tutti i tempi:

 

Penso che se ti vuoi definire un agonista e vuoi compiere qualcosa di significativo, ma non hai la mentalità di essere il migliore di sempre hai già fallito. Questa è stata la mia mentalità da che ne ho memoria e questa sarà fino a che riuscirò a ricordarmi qualunque cosa: che sono il migliore di sempre. Ed ogni volta che metto piede su un campo da basket combatto per esserlo: se penso di essere il migliore in ciò che faccio, questo mi darà la possibilità di essere uno dei migliori. E lavorerò ogni giorno per diventarlo. Perché non si diviene grandi per caso.”

 

 

Un manifesto del Draymondismo – perdonatemi l’orrendo termine – in tutte le sue contraddizioni ma anche nella sua estrema sincerità. E in tutta onestà, conoscere ciò che di fatto ha portato Green a essere uno dei giocatori più atipici e determinanti per le sorti della propria squadra, con un fisico tutt’altro che dominante e una tecnica non delle più sopraffine, è per certi versi un privilegio. Perché la dice lunga sulla passione e sull’amore che il numero 23 trasmette ad ogni singolo pallone battuto sul legno di un palazzetto NBA. Passione e amore che ha voluto condividere, volendo quasi essere ispiratorio.

 

Visto che stiamo parlando di momenti, Gara 5 la annovero come un unicum. E in essa inserisco in maniera preponderante DeMarcus Cousins. Inconsistente e del tutto estraneo in 3 dei precedenti 4 appuntamenti - unica eccezione: Gara 2 - è stato chiamato in causa da Kerr per illuminare almeno parzialmente il buio tetro e pesto fatto calare sulla Scotiabank Arena dall’infortunio di Durant. Si è dovuto inserire in un sistema di gioco ormai forzatamente votato alla small ball, e lo ha fatto con un ottimo impatto, mostrando quello che sarebbe potuto essere per questa squadra se fosse rimasto integro nel corso della post season. Contribuendo a mantenere accesa la flebile speranza dei Warriors di portare la serie alla settima partita.

 

Così come commovente è stata la prova di Andre Iguodala nelle Gare 2 e 6. E se dovessi scegliere un momento per Iggy, non avrei dubbi nell’eleggere la bomba decisiva nella vittoria di Gara 2. Un tiro aperto, sì, ma assolutamente non scontato, perché segnato dalle mani di un tiratore tutt'altro che solido. Ma da un giocatore di esperienza, volontà e attributi incalcolabili. Non Curry. Non Thompson. Ma Iguodala.

 

 

Parlare degli sconfitti è sempre materia complicata, perché più dei vincitori su di loro pende l’incombenza del futuro. Cosa fare, come ricostruire, chi partirà e cercherà fortuna altrove. Chi invece resterà, accogliendo i nuovi arrivi e tentando di trasmettere loro i valori sui quali si poggia la forza del proprio collettivo. È finita l’era Warriors? O deve semplicemente evolvere?

 

Io credo che fermarsi un attimo e riconoscere la grandezza di un DNA di questo tipo sia forse la massima forma di rispetto dovuta ad collettivo che, al di là di buonismi e retorica, letteralmente martoriato ha saputo portare sempre in campo i propri principi e la propria determinazione. Anche quando le sorti erano per lo più segnate. Mi viene in mente Kevon Looney, capace di giocare tre partite dopo essersi sostanzialmente fratturato la prima costa. Lottando contro un dolore a sua detta lancinante, senza mai farlo trasparire.

 

Avrei quasi voluto iniziare da lui questa riflessione, perché ritengo fermamente che se un Kevon Looney è disposto ad impuntarsi per giocare e a soffrire in quel modo pur di non abbandonare i compagni, ci troviamo di fronte a qualcosa che va oltre la semplicità del termine “speciale”.

 

Questo sono stati i Golden State Warriors in queste Finals, con i loro momenti: qualcosa di "oltre", di incalcolabile. Che, per il modo in cui nonostante tutto hanno saputo non venire mai meno ai propri principi e al proprio DNA di fratellanza vincente, merita di essere contemplato. Ammirato. Rispettato. Nei propri momenti. E quelli dei bilanci possono attendere. Perlomeno, ancora per un po’.  

 

 

 

 

 

 

 

 

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